Life After Death: l’intervista al poeta, filosofo e scrittore Giacomo Leopardi

Life After Death: l’intervista al poeta, filosofo e scrittore Giacomo Leopardi

Set 9, 2014

La mia è un’intervista che si svolge nell’aldilà nel tempo zero della mia rinascita spirituale in cui, leggendo un testo del pensatore indiano Aurobindo  sullo stato di coscienza meditativo divento pura luce come un Botthisava orientale, entro in contatto con gli spiriti dei grandi poeti e filosofi che hanno segnato la cultura dell’Occidente, assorbendo il loro pensiero nella mia meditazione.

Contatto in primo luogo Giacomo Leopardi e lo sollecito a narrare le sue esperienze di vita . Lui si mostra estremamente disponibile perché,pura luce, ha tutto il desiderio di  comunicare il suo ravvedimento sul  pessimismo cosmico e aprire nuove finestre di pensiero sull’evoluzione animica dell’uomo.

La morte infatti non è la disgregazione degli atomi come lui aveva supposto, ma una trasformazione di condizione in cui, come sostiene la fisica quantistica, si diventa pura energia che viene riassorbita nel cosmo.

Rimango affascinata da questa rivelazione che mi conferma che non tutto perisce di noi. Tentiamo di abbracciarci , ma una luce immensa ci riassorbe, naufragando nello stesso mare.

 

G.A.:  Caro Giacomo, con gioia ti accogliamo nel salotto di Oubliette Magazine, certa che insieme dissiperemo le ombre che cadono sulla tua personalità umbratile e pessimista, paranoica e melanconica; tu hai dato tanto alla letteratura e credo che in te ci sia innato vitalismo. Ne vogliamo parlare?

Giacomo Leopardi: A sei anni mi avviavo alla conoscenza delle lingue, in primis l’italiano, e oggi piango per quanto questo sia bistrattato da poetastri dell’ultimo minuto che mi imitano maldestramente. Dall’aldilà seguo fb e altri social network e orrori/errori di lingua e false citazioni mi fanno venire i brividi di freddo, in mezzo alla luce che promana nel cosmo da cui sono stato accolto. A quindici anni conoscevo e traducevo latino, greco, sanscrito, aramaico, ebraico… e questo mi ha dato una possibilità di confronto con altre culture, da cui con lena infaticabile ho acquisito strumenti di interpretazione del mondo. La mia  particolare storia personale, i disturbi e i difetti fisici , il rapporto con i miei genitori, specie con la tirannica ed avara Adelaide Antici, mi hanno profondamente condizionato sì da farmi credere che la vita è un tentativo imperfetto di un progetto infame di cui mi sfugge il senso ultimo. Ora, che sono qui, pura luce, capisco che la mia visione pessimistica del mondo non corrisponde del tutto a verità; da qualche parte, da vivo, sentivo che c’è della vita entro la morte, la luce entro le tenebre e una forza nella debolezza. Sì, dici bene, Giovanna, nonostante tutto, ho sempre creduto nella spinta pulsionale ad esistere e a vivere: è un bisogno primario che ci travolge e ci fa amare la vita, ci fa credere nell’amicizia e nell’amore, anche quando cadono tutte le illusioni; in questo senso io sono un vitalista incallito.

 

G. A. : Raccontaci di te, della tua infanzia, del tuo rapporto con Recanati e della tua fuga a Roma.

Giacomo Leopardi: La mia infanzia è stata disastrosa, condizionata da un padre inetto e da una madre algida, non ho mai ricevuto una carezza e sono cresciuto con disperato bisogno di affetto, che ho trasferito su figure femminile rivisitate con la mia fantasia. Tutti conoscete il mio rapporto con Silvia, cui ho dedicato una lirica che ha conquistato il mondo. Ebbene, ella è stato il mio primo amore, in lei rivedevo il mondo delle illusioni adolescenziali prendere vita e trasalivo oggi volta che la pensassi tessere la tela nel maggio odoroso. Ma un morbo la stroncò in giovane età e con essa morì il mondo fittizio che mi ero creato per disperato bisogno di amore. Di qui il cuscino bagnato di lacrime nelle notti insonni, la mia elaborazione del dolore che ci attraversa dalla nascita, la certezza che la vita è una grande bella illusione. Fuggii così dal borgo selvaggio delle marche papaline, non ce la facevo più a guardare il mondo dal balcone della casa avita e quel colle Tabor, che mi avrebbe ispirato poi la lirica L’infinito, mi era venuto a noia e quella siepe mi impediva la vista di altre realtà che stimolavano la mia fame di vita. Me ne andai a Roma, ma che delusione! Non vidi la bellezza antica  non sentii la forza dell’antica gloria, ma un decadimento ovunque e un senso di morte, perché Roma, come dice bene un mio amico in vita Filippo La Porta, è la città in cui tutto continua a morire. Pietre ovunque, ruderi, morte della storia. Roma è la città della decadenza. Dopo sei mesi me ne tornai nel mio borgo, con la coda tra le gambe e un senso totale di annullamento dell’io. Qui ritrovai le energie e l’ispirazione per scrivere le mie liriche più famose.

 

G. A.: Tutti  studiamo a scuola le tue poesie, ma io sono molto oltre, sono leopardiana e tu sei il più grande poeta mai esistito e i tuoi versi risuonano oltre la morte, perché  hai abbattuto le barriere tra finito e infinito. Come hai fatto ad uscire dai limiti della esistenza e ad immaginare il superamento della linea di confine che ci tiene legati al limite strutturale del nostro corpo?

Giacomo Leopardi:  Nello Zibaldone ho chiarito la mia visione dell’uomo e dell’universo: l’uomo è un animale finito, fatto di atomi che si aggregano e si disgregano secondo i principi di Epicuro e del materialismo atomistico, tutto è pensiero, anche l’anima pensa, non c’è differenza tra l’anima e il corpo, essi sono concentrazione di atomi che si dissolvono con la morte. Ma mai avrei immaginato che oltre essa avrei trovato la luce. Se tornassi in vita, vorrei dirvi di avere fiducia, di entrare in contatto con questa dimensione animica che ho rigettato in vita. Nella lirica l’infinito mi sono spinto oltre il confine del pensiero, la siepe mi ha costituito il limite e il suo superamento, ho fatto un’esperienza metafisica e mi sono ritrovato a toccare i vertici del sublime kantiano, che è un sentimento misto di depressione dei sensi e di esaltazione della ragione. Infatti non ho percepito l’infinito, ma l’ho solo immaginato e la mia mente e si esaltata mentre i sensi si sono dispersi naufragando nel mare dell’eterno. Ho avvertito la vertigine del pensiero e la sua rientranza, il superamento del confine che divide i vivi dai morti. Ci vuole coraggio e io ne ho avuto tanto, ho voluto verificare la forza della mia mente e il deragliamento dei miei sensi. Devo dire di essere vissuto in un periodo ricco di stimoli culturali e intellettuali; sono l’erede del sensismo inglese , dell’estetica del Burke, ma sono vissuto in pieno Romanticismo e, nonostante gli attriti con esso, ho acquisito tutti gli strumenti offertimi dalla mia temperie culturale: dalle critiche di Kant, all’estetica prima sensista e poi romantica. Ho elaborato tutta la mia visione del mondo nello Zibaldone e l’ho tradotta in versi lirici. Aborro la convenzione sociale e il qualunquismo, mi distinguo dal mio secolo “superbo e sciocco”, che crede nel progresso dell’uomo, conosco  e non temo la fierezza della natura, ma so che l’uomo nulla può contro la sua potenza. Ho sempre avuto fiducia nella ragione dell’uomo, che consente di interpretare il mondo definendone limiti e confini, ma mi piace anche ora immaginare come facevano gli antichi che non conoscevano il linguaggio, perché dentro la crisalide della ragione si agita il sentimento che vuole intensamente sentire.

 

G.A. Caro Giacomo, ora che sei nell’aldilà, come è cambiata la percezione di te e del mondo?

Giacomo Leopardi: Al momento della morte è avvenuta una rivoluzione che mi ha lasciato senza parole. Ho visto un tunnel di luce e un muro circondato da anime luminose; l’ho scavalcato e un refolo di vento mi ha accarezzato la mente; il petto mi è sobbalzato nello sterno e mi sono proiettato nell’immensità del cosmo. Sono diventato luce che sfavilla come nel Paradiso dantesco. Ma qui non c’è differenza tra inferno e paradiso: siamo tutte anime di luce. È scomparso il corpo, siamo pura energia e tutto l’universo ci riassorbe come un padre benevolo. La mia teoria materialistica è miseramente caduta, noi non periamo, ma cambiamo dimensione e non c’è mura tra vivi e morti; noi esistiamo in forme pure de carnificate e abbiamo perso la prigione del corpo. Qui ho incontrato Platone che svolazza limpido e puro, fulgido di conoscenza, la sua teoria della caverna ha trovato conferma e scambia bagliori di luce con Socrate come strizzatine d’occhio. Loro avevano capito in terra che la percezione è un’illusione dei sensi che ci imprigiona nel tempo. Qui siamo tutti liberi di immergerci nel mare dell’oblio o di incontrarci e salutarci ricordando la nostra antica o nuova amicizia, che è il valore più alto che ci condividiamo. Voliamo legati da un filo di luce, tutti percepiamo l’immensità del mare in cui naufraghiamo come nella mia lirica “L’infinito” fuori dallo spazio-tempo. Non abbiamo limiti e confini, ma solo percezione del Bene Assoluto che contempliamo in docile abbandono. La mia ragione non esiste, essa non esiste: è una finzione del pensiero. Io credevo che anche l’anima pensi, invece l’anima non pensa ma vive in uno stato di grazia. Come ha sempre sostenuto la filosofia orientale, non c’è differenza tra l’uno e il molteplice, l’essere e il divenire; il che mi vede costretto a comunicare al mondo l’ abiura della mia visione materialistica . Lo faccio senza tormento, perché qui siamo pura anima e non ci contorciamo in percorsi di pensiero, anzi il pensiero non esiste.

 

G.A. Caro amico, non sai quanto ti senta vicino; ho sempre aderito incondizionatamente al tuo pensiero ateo e materialista, ma ad un certo punto della mia vita, circa dieci anni fa, ho avvertito un pungente desiderio  di altro, di credere in qualcosa di fisso, di cercare un centro di gravità permanente; ho seguito un corso di filosofia orientale e mi sono appassionata al buddhismo, poi allo zen; ho trovato pace e ristoro nelle parole di Gautama Siddharta. Il tuo messaggio mi conforta nella fede. La natura non ci è avversa, siamo noi che la calpestiamo e la vogliamo piegare alla nostra volontà. Ella segue in suo corso ordinato e noi vogliamo fermarlo imponendo la nostra voce. Dimmi cosa ne pensi del rapporto uomo-natura?

Giacomo Leopardi: Ho a lungo meditato sul tema e ne ho elaborato una teoria che ha attraversato il mondo; pensavo che la natura fosse nemica dell’uomo, nato al pianto. Troppo confinato il suo corpo, troppo esteso  il suo desiderio di provare sentimenti e sensazioni; finito il corpo, infinita la tensione al piacere. La vita  mia è stata una continua frustrazione , perché desideravo ardentemente un amore mai vissuto e mi adiravo con la natura che mi aveva negato anche la giovinezza. Sono stato profondamente condizionato dal mio corpo e dalla salute incerta, ma non ho mai voluto che pensassero che da qui nasca il mio pessimismo. Esso è il risultato di una osservazione razionale del mondo, nulla centra con la mia presunta bruttezza ; sarei stato infelice anche se bello, so che l’aspetto fisico è solo una dimensione esterior, Io cercavo una ragione per vivere e non l’ho trovata. Ora ti confesso un segreto: ho praticato disperatamente l’onanismo, come si può leggere nel mio epistolario al fratello Giovanni, e alle fine della vita ho trovato l’amore a Napoli, tra le braccia del mio amico Antonio Ranieri che mi ha assistito fino alla morte. La mia omosessualità è stato un rifugio dalle delusioni di amore e sono stato ispirato dalla figura di Lesbo, che ho celebrato Nell’ultimo canto di Saffo. Ho sentito affine il suo destino al mio, gli stessi palpiti di amore, la stessa delusione per l’abbandono, la caduta delle illusioni, e il rimpianto per il tempo non goduto, per la rosa che non abbiamo saputo cogliere. Ora tutto è riassorbito nella luce e non sento dolore, ma solo piacere fuori dal samsara della vita.

 

G.A  Dopo tale rivelazione, ci possiamo stringere, perché tu mi ha fatto delle confidenze intime e io te ne sono grata infinitamente, perché, benché avessi desunto così dalle tue opere, non ne avevo certezza. Io sono la tua amante segreta, quella Silvia che non ti volle e in cui perì il tuo sogno adolescenziale. Ti rinnovo il mio amore incondizionato; dai stringimi a te, supremo poeta!  Nel dire queste parole, egli scomparve e una luce ci circonfuse in un inane abbraccio.

       

Written by Giovanna Albi

 

 

4 comments

  1. Ho letto il tuo nome solo alla fine, ero con voi nel salotto mentre vi parlavate. Bellissima intervista, molto vera. Più reale del telegiornale, e non volevo fare alcuna rima. Lo sai Giovanna che non te lo direi se non lo pensassi, nel nostro essere amiche non mi andrebbe di sviolinare inutili smorfie scritte. Ma questa volta te lo meriti: la trovo eccellente.

  2. La mia concezione dell’aldilà è molto simile. Resta, per ora, da vedere il film su Leopardi!

  3. Giovanna Albi /

    Grazie, amiche, Sono contenta che vi sia piaciuto.
    Un abbraccio forte. Gio’

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