Marcelle Pichon: l’ex modella francese che scelse l’automummificazione come morte

Talora, la solitudine e la disperazione possono soffocare la voglia di vivere. Ci si sente annaspare in un oceano di nulla da cui nessuna traccia di terraferma pare scorgersi all’orizzonte.

Tutto sembra fluttuare, pur, all’apparenza, continuando il flusso della quotidianità. Come se si vivesse senza essere lì, come se ci si osservasse da un universo distante, un universo di distacco quasi metafisco.

Anzi, sembra che un orizzonte neppure esista, se non come ossessiva ed alienante ripetizione di una situazione tristemente uguale, di una condizione in cui, chiusi come in un incubo da cui non ci si riesce a svegliare, l’unica possibile fuga sembra proprio la morte. La morte volontariamente scelta e auto-inflitta.

Nel caso di cui andremo a parlare, questa ex-indossatrice francese ha scelto forse uno dei peggiori modi per lasciare questa vita. Lento, inesorabile e cosciente di sé sin quasi agli ultimi istanti. La morte per fame.

Ma veniamo ai fatti.

Nell’agosto del 1985, tutti i quotidiani hanno riportato a grandi lettere una notizia sconvolgente: il corpo di una ex-modella francese, Marcelle Pichon, di 64 anni, dieci mesi dopo il decesso, era stato trovato perfettamente mummificato sul letto di morte, nel suo appartamento.

Ciò che è veramente interessante non è tanto lo stato in cui è stata ritrovata, quanto piuttosto gli ultimi momenti di vita della donna.

Negli anni Cinquanta, Marcelle fu indossatrice della sartoria di Jacques Fath; rimasta sola al mondo, distrutta da due divorzi, senza soldi, si era ridotta a vivere in un appartamento senza luce, gas, telefono. Praticamente, era divenuta uno stanco atomo invisibile.

Affidò il suo grido di malinconica disperazione al suo diario, unico testimone della sua agonia auto-inflitta, della morte, la cui strada lei imboccò con una lucidità straziante, desiderando nient’altro che la fine del suo pianto solitario e silenzioso.

Riporto qui i passi salienti del suo diario.

23 settembre. Stanca di vivere, ho deciso di morire.

9 ottobre. Diciassettesimo giorno di digiuno. Mezzo litro di acqua al giorno. Toilette seduta, il cuore perde i colpi. 45 chili.

24 ottobre.  Trentunesimo giorno. 40 chili, crisi di fegato spaventosa; per una scodella di brodo, una fetta di melone, un’arancia ci si venderebbe l’anima.

28 ottobre. È terribile, non riesco più ad ingoiare l’acqua, la mia lingua è come una lumaca che lascia la scia. La mia mente è ancora lucida.

6 novembre. Sono alla fine, le urine sono piene di sangue… Morire di fame è la morte peggiore che esista, come sempre la verità non si conosce mai…”.

Marcelle Pichon probabilmente è morta la notte stessa, o di lì a poco.

Il suo corpo, completamente disidratato, ha potuto conservarsi intatto per mummificazione naturale.

Cosa avrà voluto dire Marcelle con quell’ultima frase? Fu forse un barlume di lucidità metafisica a farle comprendere che, in fondo, non arriveremo mai alla verità? Che siamo condannati a vagare nell’errore e nella sofferenza?

Lucidità e desolazione.

Disperazione che, con gelide unghie, graffia lentamente l’anima. Un’anima che si sentiva morta già da tempo.

Un’anima, quella di Marcelle, che osservava con malinconico distacco gli anni della giovinezza e del successo.

E, dinanzi a lei, l’abisso di un futuro che lei vedeva non esistere.

La lucidità della morte…

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Fonte

R. Grilletto, “Il mistero delle mummie”, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1996

 

Nota

Non sono state ritrovate immagini dell’ex modella, se qualche lettore ha più fortuna di noi, chiediamo gentilmente di essere informati per poter aggiornare l’articolo. Grazie.

 

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