“Il segreto della Monaca di Monza”, libro di Marina Marazza: un’indagine sulla vita di Suor Virginia Maria

Nell’immaginario collettivo, lo sappiamo, la figura della Monaca di Monza è direttamente associata al celebre romanzo scritto da Alessandro Manzoni, che ha avuto diverse edizioni, la cui forma definitiva risale fra il 1840 e il 1841-42: I promessi sposi, il più letto e il più famoso fra quelli scritti in lingua italiana.

Qui la donna assume mere sembianze romanzate, poiché l’autore modifica diversi dati storici quali: la composizione della sua famiglia, la cronologia, le vicende biografiche e persino il nome, che da Suor Virginia Maria diventa Suor Gertrude.

Questi elementi rappresentano il punto di partenza del romanzo scritto da Marina Marazza: Il segreto della Monaca di Monza, pubblicato da Fabbri Editori. Sì, perché la scrittrice ha dato il suo personale contributo alla vera storia di Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino: personaggio enigmatico, e così affascinante da aver ispirato diversi artisti per le loro rappresentazioni pittoriche, letterarie, teatrali e cinematografiche. A dimostrazione di quanto Manzoni abbia contribuito a creare una sorta di fascinazione della donna, la cui vita è difficile e, allo stesso tempo, misteriosa.

La storia è sullo sfondo: la tragica vita della protagonista, Marianna, che è obbligata dal padre a monacarsi giovanissima, il dominio della cattolicissima Spagna, che punisce ogni forma di eresia, il fanatismo religioso, i roghi e l’Inquisizione che imperversano nella Milano del XVII secolo. Elementi, questi, sufficienti affinché si possa realizzare un romanzo caratterizzato da molteplici sfaccettature: dalla vita monastica, appunto, e il conseguente rapporto fra la religione e la donna; alla vita privata e quotidiana, in un intreccio di relazioni che descrivono la tipica società medievale e, non da ultimo, l’amore e la passione vissuti fra la protagonista e il cavalier Giovan Paolo Osio, l’amante della Monaca di Monza.

In un articolo pubblicato sul sito de la Repubblica – sezione di Milano –, alla domanda: «Marazza, non ha paura del confronto con il “totem” manzoniano?», l’autrice risponde che effettivamente Manzoni conosceva la vera storia della Monaca di Monza, ciononostante decise di non raccontarla, soffermandosi maggiormente sulle figure di Renzo e Lucia. In altre parole, fu Manzoni stesso a compiere una forma di autocensura. Parafrasando il noto modo di dire ereditato dal grande letterato: egli “sciacquò i panni in Arno”, diffondendo una versione politically correct della suora. Di conseguenza, non è possibile paragonare I promessi sposi con Il segreto della Monaca di Monza, bensì è necessario considerare quest’ultimo per quello che è: un romanzo storico avvincente, che non solo ci consente di sapere qualcosa in più di Suor Virginia, ma anche del complesso rapporto fra la donna e la società medievale.

Tuttavia, se di questo rapporto s’intende parlare, bisogna rivolgersi ai cosiddetti ‘Women’s Studies’, in altre parole quel campo accademico interdisciplinare che esplora la politica, la società, i media e la storia dal punto di vista delle donne. Marina Marazza non ha solo descritto la passione trascinante – ottenebrata dalle numerose menzogne – fra Suor Virginia Maria e Giovan Paolo Osio, ma dà voce anche a tutte le donne del convento di clausura di Monza. Va da sé che è impossibile non attingere dallo studio di storici come Georges Duby e Michelle Perrot che nella loro Storia delle donne. Il Medioevo – pubblicato da Laterza −, dedicano una sezione al rapporto di cui ho accennato prima, quello fra le donne e i loro comportamenti nei confronti della religione.

In realtà, il Medioevo è un periodo in cui – forse in più di altri – le donne sono lasciate nell’ombra, quasi fossero delle reiette della società; impossibilitate a esprimere se stesse e la loro personalità che è forgiata solo ed esclusivamente dalle varie convenzioni.

Nell’Introduzione al libro di Duby e Perrot, gli autori affermano che: «Ciò che costituisce in primo luogo la donna – modello positivo o per contrasto delle donne, che sono il nostro oggetto –, è lo sguardo che su di esse posano gli uomini. Molto prima che siamo capaci di cogliere ciò che le donne pensano di sé, e dei loro rapporti con gli uomini, dobbiamo passare attraverso questo filtro maschile. Un filtro pesante, perché trasmette alle donne modelli ideali e regole di comportamento che esse non hanno il diritto di contrastare». Da queste parole ne deriva che non c’è alcuno spazio ai desideri, men che meno al fuoco fatuo dell’amore.

Nella realtà ritratta da Marina Marazza, quella del convento di Monza, le giovani «pericolanti» − più per il loro destino, che per le loro effettive condizioni all’interno della comunità di suore – condividono gli stessi stati d’animo, la frustrazione tipica di chi non ha scelto di vivere secondo la propria volontà, ma condizionate da diverse cause che, il più delle volte, sono da attribuirsi all’impossibilità di contrarre matrimonio per la dote, o perché hanno scelto la verginità o perché vedove.

Le cronache e le agiografie merovinge indagano sul comportamento adottato dalle donne nei confronti del matrimonio, sul concetto della verginità e della continenza sessuale. Infatti, è probabile che le donne avessero paura della gravidanza, o del comportamento del marito. Pertanto, si cercava di evitare il matrimonio. Nonostante ciò, già nel VIII secolo il conflitto eventuale fra padri e figlie era risolto grazie all’intervento di un parente o di un amico fidato. È il caso di Marianna de Leyva y Marino che è obbligata a prendere i voti – e a entrare nell’Ordine di San Benedetto – affinché il padre possa ricevere il patrimonio che la ragazza ha ereditato dalla madre, Virginia Maria Marino, morta neanche un anno dopo dalla nascita della figlia.

Di qui la frustrazione di Marianna, che rivive nelle pagine del romanzo. Perché lei non può vivere la libertà che invece avrebbe tanto desiderato, ma è limitata da una vita fatta di pentimento, di rinunce e di fede che tuttavia non è incrollabile – contrariamente a quanto la Chiesa si aspetta dalle devote –, ma forse più umana e più vera. Marianna condivide, quindi, le sue giornate con le altre ragazze obbligate a entrare in convento, eppure desiderose di conoscere i lustri di una vita per loro impossibile, fatta di fasti, di amore e persino di libertà.

L’amore terreno, dunque, diventa un’utopia, diretto solo a celebrare il Signore, tramite la preghiera e le Sacre Scritture. Ed è forse questo l’aspetto maggiormente positivo dell’intera faccenda, poiché almeno in questo modo le donne hanno la possibilità di entrare a contatto con la lettura; diversamente sarebbe per loro impossibile, giacché il rapporto fra le donne e la lettura è stato per diverso tempo controverso. Infatti, a parte i sacerdoti e i monaci, le uniche donne colte erano religiose, o nobili.

Così le donne descritte dalla penna di Marina Marazza, si mostrano inquiete e curiose, laddove in realtà dovrebbero essere custodite e sottomesse. In effetti, come direbbero Georges Duby e Michelle Perrot: «È una specie di continua irrequietezza, una curiosità mai sopita, un’instabilità di umori e di affetti che spinge le donne a cercare sempre qualcosa di nuovo, a conoscere cose strane, a cambiare spesso opinione, a desiderare ciò che non possiedano, a farsi trascinare dagli impulsi e dalle passioni».

Di più, riusciamo a comprendere lo stato d’animo di Suor Virginia direttamente dalle parole del narratore – la narrazione, infatti, procede spedita in terza persona: «Ogni giorno che passava, quel velo nero di profetessa pesava di più sul capo della maestra delle educande, come se invece d’essere tessuto di lana fosse stato scolpito nel marmo di una pietra tombale. La maggior parte delle fanciulle prima o poi se ne andava: il parentado veniva a prenderle in carrozza e le portava via al galoppo, verso una nuova vita. Si sarebbero sposate, avrebbero avuto un marito e dei figli, una casa, forse perfino un amore. In ogni caso, il loro orizzonte non sarebbe stato limitato dal muro di cinta di un piccolo monastero».

Questa è la storia della Monaca di Monza, che alla fine sarà processata e poi ritenuta colpevole di tutti i peccati da lei commessi. Infine, sarà condannata a essere murata viva fino alla sua morte. Il merito da attribuire a Marina Marazza è di aver saputo creare una versione romanzata pertinente agli eventi, in un connubio fra la Storia e le emozioni.

 

Written by Maila Daniela Tritto

 

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