“Le cose” di Georges Perec: l’industrializzazione nella letteratura ed il meccanismo di spersonalizzazione

La Francia letteraria del Novecento è una vera officina di talenti. Il dibattito culturale s’inserisce con grande fermento nella società, e gli scrittori si fanno portatori di un rinnovamento sia letterario che critico.

Il nouveau roman segna apertamente una nuova stagione di scrittura, anche grazie alle teorizzazioni che Alain Robbe-Grillet porta avanti, e che successivamente danno la possibilità di sviluppare nuove strade che saranno percorse dagli esponenti del’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle) che vede fra i suoi maggiori esponenti Georges Perec.

Tuttavia, prima di proporre nuove soluzioni letterarie, Georges Perec si guarda intorno, interessato a ciò che succede nella società che lo circonda, e così nel 1965 esce in Francia Les choses: une histoire des années soixante (Le cose, Einaudi). Il suo tentativo è quello di confrontarsi con la società dei consumi, con l’iper-industrializzazione, e così facendo prende semplicemente spunto dal mondo così com’è: in perenne agitazione, in un momento che hai in nuce la ribellione che di lì a poco infiammerà gli studenti parigini.

Al centro vi è una giovane coppia. Sempre uguale a se stessa in tutta la letteratura: giovani ambiziosi e poi disillusi, squattrinati artisti o semplicemente sognatori. Anche se in fondo non è esattamente questo ciò che interessa a Perec. Infatti, in un periodo che si riempie sempre più delle luci colorate di pubblicità invadenti, e di modi di vivere preconfezionati e già (pre)vissuti, Perec dimostra come i ritmi della coppia siano dettati, non più dalle conoscenze e dai sogni, ma da ciò che si possiede.

E se in parte questo era già stato teorizzato da Balzac e da Zola che pure raccontavano storie di uomini in balìa della società, qui per la prima volta i protagonisti sono due giovani intellettuali, che scoprono repentinamente quanto la felicità sia a portata di mano semplicemente attraverso ciò che si possiede.

Gli stimoli intellettuali e culturali diventano effimeri, come i prodotti che sono sponsorizzati dalla TV, oppure dagli enormi cartelloni che tappezzano la città. Perec sembra aver appreso perfettamente la lezione di Barthes sui Miti d’oggi, e riesce a cogliere il pericolo dello smarrimento della società iper-industrializzata.

I libri che popolano gli scaffali sembrano intonsi, quasi non letti, e le discussioni fra amici non vertono più su dibattiti intellettuali, ma sono sostituiti dalle comparazioni fra i vari prodotti commerciali. La cultura è un accessorio, una delle tante cose da inserire nello stesso paniere insieme alla Coca-Cola, la cui utilità è solo quella di identificare  uno stile di vita che si completa di volta in volta con nuovi oggetti. I protagonisti sono ciò che possiedono, i luoghi che frequentano; salvati unicamente dalla loro gioventù ancora in fieri, solo che lentamente anche loro diventano come i borghesi che tanto dispregiano quando si perdono per le vie di Parigi. La vita bohémien è stata spazzata via dalle corse nei supermarket alla ricerca dell’ultimo detersivo.

Lo sguardo di Perec accompagna i personaggi nella nuova era, analizza i comportamenti della coppia, solo che non si interessa più alla loro vita, ma s’insinua all’interno dei meccanismi che comportano gli acquisti. Il consumismo compulsivo in questi anni è ancora ai suoi esordi, e Perec utilizza gli strumenti del nouveau roman: osserva discretamente i personaggi, cattura solo qualche “fotogramma” di tanto in tanto della loro vita, e poi lascia che il lettore possa giudicare spietatamente la differenza tra quello che pensano e il modo in cui si comportano.

Inesorabilmente il meccanismo di spersonalizzazione si rende sempre più evidente, e tutti i sogni sono legati solamente ai piccoli o grandi oggetti della loro contemporaneità.

Non a caso il sottotitolo è Une histoire des années ’60, e tocca profondamente un nervo scoperto della società del periodo, la stessa che Godard saprò rappresentare perfettamente, due anni più tardi col film Deux ou trois choses que je sais d’elle (Due o tre cose che so di lei, 1967).

La nuova cultura è quella che nasce dalla pubblicità, al di fuori di essa non c’è più nessuno stimolo. E così sarà nel romanzo successivo di Perec, Un homme qui dort (Un uomo che dorme, 1967), dove l’umanità che prefigura l’autore si rivela apatica, senza più ideali, completamente svuotata di qualunque sogno. Completamente e ciclicamente uguale a se stessa.

 

Written by Andrea Corso

 

Bibliografia

Barthes, Roland, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 2005.

Perec, Georges, Le cose, Einaudi, Torino 2011.

Id., Un uomo che dorme, Quodlibet, Macerata 2009.

 

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