Intervista di Daniela Montanari agli autori de “HOTell – Storie da un tanto all’ora”

Approvata pressappoco all’unanimità – se possiamo dirlo – la letteratura erotica, pare stia svincolando quel bigottismo che sino ad ora ha fatto scegliere (e preferire) il genere di libri cosiddetto rosa.

Grazie anche alle centocinquanta sfumature, è sdoganata la questione che a noi donne piace leggere dell’eros, del sesso e di “quelle cose là”.

Dopo l’elegante prefazione di Elio Grasso che tenta in tutti i modi di allestire la condizione ottimale per la conseguente lettura, si articolano una serie di brevi racconti ambientati in quel tipo di alberghi: pare esserci un mercato non indifferente – richiesta alta, disponibilità elevata, prezzi medi per l’appunto. L’ouverture spetta a un brillante episodio in cui “Fare l’amore è giocare”, e in sole tre pagine si apprezza quanto sia vero.

Senza scandalismi né sdegni, “HOTell – Storie da un tanto all’ora” (edito da Whitefly Press) è un libro che va letto e compreso. Non che sia difficile, ben inteso, ma va evidentemente considerato per tutto quello che solitamente non è raccontato (tantomeno scritto) sull’eros, senza cui non è immaginabile nessuna storia d’amore. Come ci insegnava FreudEsistono due specie di pulsioni: una di tipo erotico che tende a unire, e una di tipo distruttivo che tende a dividere. O si è sotto l’influenza dell’una o dell’altra.”

E gli hotel diurni, transitori, o a ore, qualcuno oramai li ha inventati: è appagante poterne parlare.

Noi di Oubliette Magazine, sempre attenti alle novità del sottobosco italiano, abbiamo cercato di entrar maggiormente nel mondo di “HOTell” con una splendida intervista ad alcuni degli autori presenti: Monica Dini, Guido Oldani, Cinzia DemiMyra Jara.

 

D.M.: Domandiamo subito alla prima autrice: Scrivere un racconto bollente rivendica una parte di noi tormentata, oppure semplicemente è divertente senza alcuna ripercussione emotiva?

Monica Dini: Scrivere un racconto bollente è stato senza trauma, divertente ma con un impegno emotivo. Come al solito. In realtà ho scoperto, non avevo mai scritto niente di questo tipo, che si rimane quello che si è, al di là dell’argomento. In genere mi soffermo sulla solitudine, in senso ampio, la solitudine dell’essere umano costretto a vivere e a cui viene negato il non morire. Credo che i personaggi de L’uccello Narratore siano un raro esempio nella mia scrittura, di quello che sosteneva un grande poeta, essere l’amore. “Che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una dinanzi all’altra”.  E il mondo è un banco del pesce.

 

D.M.: E ancora – sempre conversando con Monica Dini – un’autrice o un autore possono anche non condividere questo lato giocoso di un personaggio raccontato, e quindi interpretare un ruolo, o immancabilmente ne rappresentano cultura e costume?

Monica Dini: È possibile che non si condivida il comportamento di un personaggio raccontato. Del resto è una sfida molto più intrigante scrivere di qualcuno di gran lunga diverso da quello che si è. Nel caso di questo racconto condivido appieno i comportamenti dei personaggi. Sono fortunati. Se la domanda invece è se ho sperimentato personalmente quello che avviene nel racconto, la risposta è: non ancora. Però la genesi di questa storia non è erotica. Da bambina, essendo la più grande di cinque figli, per far ridere i miei fratelli, disegnavo facce sulle dita delle mani e dei piedi, poi mi divertivo con pezzetti di carta a vestirli e dare loro una voce. Giocavo a distrarli. Non è stato difficile immaginare altri pezzi di corpo travestiti. La funzione è rimasta la stessa, dimenticare il mondo. Consolarsi.

 

D.M.: Negli alberghi diurni si consumano storie di ogni genere, non sempre – solo -sesso sfrenato o extra-coniugale ma, veramente, se certi muri, mobilio, tende, vasche da bagno avessero un’anima e una favella, le enciclopedie non sarebbero sufficienti a contenere chissà quali narrazioni. Talune terribili. Realistiche dal tanto spaventose e viceversa. Per fare un esempio, un poeta che esibisce (quindi dissolve) un episodio di dolore, fa male anche mentre si scrive, un racconto come “Valium”? L’impressione, per chi legge, è questa.

Guido Oldani:  Scrivere, per me,  è un po’ come farlo sulla mia stessa pelle, un tatuaggio, una escoriazione. Valium, mi sembra di respirarlo nell’intorno. Comunicarlo è stato come togliere un dente a un coccodrillo.

 

D.M.: Si tende a generalizzare che il padre-è-sempre-padrone:  come si riesce a scindere una qualche debolezza riscontrata in un genitore qualunque? Magari raccontando, inventando storie così da soccorrere una parte di noi lesa?

Guido Oldani:  Raccontare, mi sembra accennare alla profondità della palude nella quale si è costretti. Mi era venuto in mente di fare interagire la madre e la figlia. Ma avrebbe richiesto, a mio parere, molto più spazio emotivo. Sostengo, nel mio Realismo Terminale, che le scritture debbano dilungarsi, tenendo come misura augurabile,  la paginetta del bugiardino in una scatola di medicinali.


D.M.: Per chi avesse già letto il suo racconto, proprio mentre il poeta Oldani ci risponde, noi possiamo sentire in sottofondo l’inno nazionale […] “nel punto in cui le trombe fanno, esattamente, “parapa’ –pa’ –pa’ “. E i sorrisi scompaiono. Tra lo scorrere delle pagine di HOTell, leggiamo anche di una donna peruviana che vive a Roma. Provare a sopravvivere dopo tutto il trambusto provocato, che però ha anche subìto, Myra (personaggio) è divertita, è spaventata, è vinta. Mentre i pesci si chiedono quanto ancora vivranno tra quelle alghe, la Myra che è autrice,  come passa dalle poesie a un racconto? È la naturale evoluzione, la voglia di dire qualcosa di meno velato, il bisogno di divagare, di perdersi mentre ci si libera?

Myra Jara:  Scrivere poesie è la cosa che mi succede più naturalmente; è il mio esistere automatico. Certo, dopo è necessario un lavoro di revisione, ma la nascita, la voglia di poesia è immediata. Quando scrivo poesie è come se parlassi con me stessa; quando scrivo un racconto è come se parlassi con me stessa come se fossi un’altra. Nel racconto si forma una distanza da me stessa, che è questo divagare, percorrere immagini altrui, fare un percorso che però finisce sempre coll’arrivare a me.

 

D.M.: Tempo fa, prima di questo libro, scrivevi  “Ho un tubo metallico che libera violenza. […]Espellere e ossessionarmi senza volontà, senza intelligenza.” Ora ti senti meno cattiva (affrancata), qualcosa è cambiato? Tornerai alle poesie o scrivere un racconto permette di darti di più?

Myra Jara:  Quando scrivo, anche se sono cose che non hanno nulla a che fare con me, mi sembra che sto parlando di me. Siccome sono in realtà una poeta, faccio questo “errore” quando scrivo in narrativa. La poesia mi fa sempre guardare me stessa, in un pub, nel treno, nel sesso, in tutti i momenti ci sono sempre io. Io non posso sparire.

 

D.M.: È stato davvero difficile scegliere quali racconti anticipare: la scelta è ricaduta su pochi solo per ragioni di spazio, per non dilungarsi e per lasciare al lettore il modo di sorprendersi.  Le fotografie che appaiono tra le pagine sono scatti artistici di qualità e, sia pure nel bianco e nero, sono come quadri parlanti. A conclusione di questa sintesi, Cinzia Demi, anche lei poeta, autrice e saggista, ci accompagna con assai eleganza in alcuni alberghi transitori rivendicando nell’insieme, una disinibita e coraggiosa carriera femminile. Il personaggio di Marisa riscatta una parte di Cinzia o in generale, la donna che può fare carriera scegliendo da sola con chi fare sesso?

Cinzia Demi: Il personaggio di Marisa nasce in primo luogo dal mio ideale lavorativo, ovvero quello giornalistico, coltivato da sempre e non realizzato per vicissitudini di vario genere, quindi di Cinzia c’è soprattutto il desiderio di quel tipo di carriera. […] Il suo non è un lancio nel buio, il suo affidarsi al violinista che sente suonare sotto casa tutte le sere è un gesto istintivo sì, ma nei confronti di qualcuno che le sembra nobile d’animo, che ama la musica e quindi l’arte…in fondo è una scelta romantica, anche se azzardata.  

 

D.M.: Può essere verosimile o il mondo del lavoro nell’editoria è maschile punto?

Cinzia Demi: Il modo dell’editoria per le mie esperienze, specie l’editoria poetica, è un luogo di potere maschile. Basta vedere i pochi, ma esistenti, spazi/rappresentanti di mondi poetici, regionali o nazionali che siano, le stesse giurie dei premi letterari, i responsabili di case editrici per rendersi conto delle proporzioni di presenze tra il maschile e il femminile. Il mio non è un discorso di genere, né femminista: è la pura constatazione della realtà. Non ci vuole molto a verificare le mie parole.

 

D.M.: Come si decide, dopo le poesie, dopo la cura di un sito culturale francese, di accettare questa sfida di un racconto a sfondo erotico? E soprattutto, il progetto del quale il racconto va a far parte, un libro HOT, è considerato un nuovo punto di partenza?

Cinzia Demi: Si decide di scrivere un racconto erotico per il semplice gusto di scrivere e cimentarsi nella scrittura. Amo scrivere più di ogni altra cosa al mondo: e questo è già un motivo valido per accettare una proposta. […] L’esperienza mi è piaciuta, i toni che ho usato sono stati in fondo moderati – non sarei potuta andare oltre, per il mio modo di essere e di pensare la scrittura – e questi potrebbero magari essere ripresi per un romanzo al quale sto pensando da lungo tempo, dove non posso escludere un qualche momento HOT. 

 

Written by Daniela Montanari

 

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