“Perfidia” di Bonifacio Angius: unico film italiano presente al Festival del Film di Locarno 2014

Un padre e un figlio imprigionati nell’incomunicabilità. Angelino, il figlio, circondato da amici le quali relazioni tendono continuamente alla sterilità. Il padre che, nel momento in cui prende consapevolezza della situazione statica del figlio ed inizia ad agire per cambiarla, subisce un danno al cervello e rimane catatonico.

La periferia di una città che emana, strutturalmente, visivamente e socialmente, melancolia e accidia. Nonostante i goffi e superficiali tentativi iniziali del padre, il figlio trentenne non riesce ad evolversi.

Immobile nel suo esser introverso, impacciato e pigro, il suo carattere risulta ancora acerbo ed incastrato tra l’infanzia e l’adolescenza nel bene e nel male, come se ancora dovesse sbocciare. Forse per via dell’ambiente vuoto che frequenta, forse per le persone superficiali da cui è affiancato, forse dall’educazione ricevuta, forse da cause endogene o forse da niente di tutto ciò.

I suoi pensieri e desideri paiono inizialmente puri ed essenziali, a tratti ingenui e scaramantici. Le sue azioni sono ténere, impulsive e, verso la fine, in un continuo e lento climax, “perfide” o più semplicemente egoistiche.

Dalla vita vorrebbe solo “una ragazza con degli occhi belli” che improvvisamente compare più volte portando Angelino a idealizzarla e sognarla fino al momento in cui prova ad avvicinarsi a lei. Una ragazza semplice e dolce che dal principio si mostra incuriosita dal protagonista.

Questo è lo scenario di Perfidia, l’ultimo lungometraggio di Bonifacio Angiusprodotto da Movie Factory e Il Monello Film, che di recente, dopo il successo in Svizzera, è stato proiettato a “Le Festival des films du monde” a Montreal in Canada e presto sarà presente anche in Asia e nuovamente in Europa.

La stampa nazionale ed internazionale e il pubblico sono stati entusiasti dell’unico film italiano presente quest’anno al concorso ufficiale del Festival del Film di Locarno.

Una storia reale e realistica che parla di situazioni semplici e quotidiane, un «cinema di fatti», un cinema vero e coerente. Un soggetto che è stato girato a Sassari ma che in realtà potrebbe essere ambientato in qualunque periferia d’Italia o d’Europa.

L’intreccio è lineare ed essenziale coadiuvato da una sceneggiatura asciutta creata dallo stesso regista assieme a Fabio Bonfanti e Maria Accardi. Una sceneggiatura in cui i dialoghi non si disperdono e non dissipano le energie di chi li ascolta ma, anzi, collaborano sinergicamente nel focalizzare e nel far focalizzare l’attenzione sulle situazioni in toto.

Lo svolgimento dei fatti non cade mai nel lacrimevole ma è accompagnato continuamente da una sottile ed acuta ironia che addolcisce la pesante situazione che viene raccontata. L’interpretazione magistrale di Stefano Deffenu, Mario Olivieri, Noemi Medas, Andrea Carboni, Alessandro Gazale e Domenico Montixi, guidati minuziosamente da Angius, ha permesso di creare l’atmosfera realistica perfetta per permettere allo spettatore di calarsi totalmente all’interno della storia.

Il pubblico e la stampa del Festival di Locarno hanno apprezzato in particolar modo l’interpretazione di Stefano Deffenu e Mario Olivieri.

Il primo, capace di comunicare con piccoli gesti e con espressioni quasi assenti, caratteristiche che il regista ha pensato ispirandosi a Charlie Chaplin e che Stefano Deffenu è riuscito ad incarnare totalmente.

Il secondo, Mario Olivieri, è stato invece in grado di comunicare, non solo con la sua voce profonda nella prima parte del film, ma anche solo con gli occhi e il corpo nella parte successiva. Un’interpretazione, quest’ultima, degna di Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” dopo la lobotomia. Ciò non toglie che l’interpretazione dei due pungenti amici (Carboni e Gazale), della dolce ragazza (Medas) e Montixi siano state altrettanto eccellenti.

Anche la recitazione della maggior parte delle comparse risulta ben curata. La scelta dei suoi speciali “alleati” è stata altrettanto fondamentale: Pau Castejon Ubeda alla fotografia, Tommaso Gallone e Cristiano Travaglioli (che possiamo ricordare per il loro montaggio ne “La grande bellezza”, “Il Divo”, “This must be the place“) al montaggio, Carlo Doneddu alle musiche, Piero Fancellu al suono, Luca Noce per le scenografie, Salvatore Angius per l’architettura, Luisella Pintus per i costumi e Gerolama Sale per il make-up.

Una fotografia perfettamente e continuamente en pendant con il contesto: colori freddi e devividizzati, inquadrature lente e curate.

Un montaggio conciso e asciutto ma mai troppo frettoloso.

Delle musiche dilatate, delicate e sempre presenti ma mai invadenti seppur impattanti. Le scenografie e le strutture architettoniche ben abbinate al contesto di non curanza, un contesto asettico e spersonalizzante. Dalla fisionomia dei personaggi al vestiario, dal linguaggio ai termini utilizzati.

Nulla è stato lasciato al caso dal regista che ha creato ed orchestrato un vero e proprio organismo nel cui interno convivono lati tragici e ironici, lati calmi e impetuosi, lati di grande sensibilità e lati distruttivi-tragici da parte dei personaggi.

Il film, però, non da’ nessun messaggio di speranza. Anzi, “il film non ha nessun messaggio, è solo una storia” come riferisce Angius durante la conferenza stampa a Locarno.

Bonifacio Angius ha creato un pianeta in cui coesistono il giorno e la notte. Un pianeta in cui, però, il giorno viene inesorabilmente sconfitto dalla notte, seppur in modo intenso, ironico e delicato.

 

Written, photo and video by Fabio Costantino Macis 

 

 

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