Yūrei: gli spiriti vaghi del Giappone, la paura dei morti ed i riti per allontanare i fantasmi

Yūrei: gli spiriti vaghi del Giappone, la paura dei morti ed i riti per allontanare i fantasmi

Lug 27, 2014

La parola yūrei (幽霊) significa letteralmente “spirito vago”, “spirito indistinto”. Secondo la dottrina buddhista, ogni essere vivente è condannato a morire e rinascere infinite volte sotto forme diverse. Ciò che determina la futura condizione di nascita è il karma, cioè il merito positivo o negativo che si acquista con le proprie azioni.

L’unico modo per sfuggire al ciclo delle rinascite è esaurire il karma, cioè vivere in modo tale da non crearne più, raggiungendo così il Nirvāna. Sembra che l’anima del defunto rimanga vicino al luogo di dipartita per quarantanove giorni, prima di incarnarsi in una nuova forma e seguire il proprio destino.

Una tradizione confuciana molto diffusa in passato, che attualmente si ritrova in qualche remota zone del Giappone, consiste nel chiamare il nome della persona appena deceduta dal tetto dell’abitazione, poiché considerata ancora vicina e in grado di udire la chiamata.

La stessa festa dell’Obon, una grande celebrazione in onore degli antenati, si basa su questo tipo di credenze. Si pensa che, una volta all’anno, le anime dei morti vengano liberate dall’aldilà e tornino nei luoghi in cui sono nate. Al fine di aiutarle a ritrovare la strada, in giardino vengono accesi piccoli fuochi, chiamati mukaebi, e lanterne, e vengono preparato altari con offerte per gli spiriti che torneranno a fare visita: melanzane e cetrioli, un particolare tipo di pesce chiamato, anch’esso, bon, frutta e fiori.

La sera conclusiva, sui fianchi delle montagne vengono appiccati veri e propri incendi controllati, chiamati okuribi, come quello a Daimonji, vicino Kyoto, a forma dell’ideogramma che significa “grande”. Poi ai defunti si indica la via del ritorno tramite piccole lanterne di carta illuminate da una candela, che vengono lasciate alla corrente dei fiumi; anche le offerte, prima preparate per accoglierli, vengono versate nell’acqua, affinché possano essere consumate durante il viaggio.

Tuttavia, alcuni spiriti, non riuscendo a proseguire nel proprio cammino, rimangono per lungo tempo nel nostro mondo. Si tratta di anime di persone che conservano ancora forti legami con le vicende terrene; non sono necessariamente malvagie o buone, semplicemente non sono state in grado di portare a termine i propri compiti prima del decesso, lacuna che vogliono colmare. Si mostrano ai viventi cercando aiuto; secondo molti giapponesi, esistono persone particolarmente dotate e sensibili che riescono a vederle e a comunicare con loro.

Per quale motivo oggi in Giappone i fantasmi continuano ad essere così presenti e tenaci? Che cosa li blocca in questo mondo? La risposta è forse data dall’on, un concetto molto difficile da rendere nelle lingue europee ma che si può approssimare con “obbligo morale”, “debito morale”.

Tale sentimento, particolarmente radicato sino alla fine della Seconda guerra mondiale, fa sì che ogni persona che ha ricevuto nutrimento, affetto, aiuto o consiglio da qualcuno, soprattutto se questi è un suo superiore, abbia l’assoluta necessità di ripagarlo in ogni modo possibile.

Ogni giapponese si sente in forte debito nei confronti dei genitori – soprattutto del padre -, poiché da loro ha ricevuto la vita ed è stato cresciuto; l’on raggiunge poi l’apice nei confronti dell’Imperatore, padre della cultura e di tutto ciò che significa essere giapponese. Per quanto ci si sforzi, non si potrà mai estinguere completamente questo debito.

Quando un debito non è estinto, entrambe le parti interessate nella transazione possono sentirsi in colpa, oltraggiate o insultate. Quando una persona muore, molti debiti rimangono irrisolti e, se il loro peso è eccessivo, l’anima non può proseguire nel proprio percorso: per esempio, il senso di vendetta provato da una persona uccisa può essere tale da non venire placato neppure dalla morte dell’assassino, estendendosi alla famiglia del colpevole e, addirittura, alle generazioni future dello stesso.

Uno dei gruppi di storie relative ai fantasmi più diffuso nella cultura giapponese di ogni tempo è quello delle ubume o kosodate, storie che narrano le tristi vicende di una donna incinta. Come tutti sanno, fino a poche decine di anni fa capitava spesso che una madre morisse nel dare alla luce il figlio, mettendolo così in una posizione di forte debito con lei. Allo stesso tempo una madre, anche se morta, ha l’obbligo di difendere e nutrire la propria creatura.

Si narra che la moglie di un contadino di Katsurada morì improvvisamente durante l’ultimo mese di gravidanza. Durante la quarantanovesima notte successiva, i quarantanove mochi (dolci di riso tipici delle celebrazioni religiose, offerti uno per ogni giorno in cui si crede che l’anima del defunto rimanga nel nostro mondo) che le persone avevano lasciato davanti al tempio buddhista come offerte funebri, sparirono misteriosamente. Gli abitanti del villaggio si insospettirono e scoprirono che la tomba della donna era stata violata: quando aprirono la bara, trovarono che non solo la pelle del suo viso non era cambiata, ma anche che teneva in braccio un neonato, il quale, vestito in abito funebre, aveva la schiena curva e stava mangiando un mochi; probabilmente era nato dopo la sepoltura della donna e sopravvissuto non si sa come.

La gente del villaggio, allora, tentò di staccarlo dalla defunta, ma le di lei braccia lo ghermivano saldamente. Fu quindi chiamata una balia, che, mostrando il seno alla madre morta, le disse: “Allatterò il tuo bambino con questo: puoi darmelo e stare tranquilla“. Le dita della defunta allentarono la presa e il piccolo fu prelevato. Si dice che, nella bara, furono trovati anche gli altri mochi rubati.

In questa storia, come in tutto il genere delle ubume, ritroviamo il contrasto di on tra madre morta e figlio, complicato però dal fatto che il bambino non è stato ritualmente definito né come vivo né come morto. È diritto primario di ogni individuo essere accolto nella società, e quindi anche la gente del villaggio si sente in forte debito verso il neonato. Inoltre, è ben noto in tutto il Giappone che un infante possiede una sorta di vitalità primordiale e non è soggetto ad alcuna forma di controllo sociale.

Sino a un passato non troppo lontano, le donne giapponesi godevano di ben scarsi diritti, dovevano obbedire ai loro mariti o padroni, e solo sotto forma di fantasmi potevano cercare di ottenere un po’ di giustizia. Ecco perché la maggior parte dei fantasmi è, appunto, femminile: si tratta di madri morte giovani che desiderano vendicare i propri figli maltrattati dalle matrigne.

Un esempio è Okiku, una giovane e bella ragazza al servizio del samurai Aoyama Tessan. Alcuni ospiti olandesi avevano regalato al samurai un servizio di dieci preziosi piatti di porcellana, che Okiku fu incaricata di custodire. A causa della sua avvenenza, veniva frequentemente tormentata da Aoyama, di cui però rifiutava sempre le attenzioni. Un giorno, il samurai ruppe un piatto di nascosto e poi ordinò a Okiku di mostrargli il suo servizio. La giovane contò i piatti cento volte, trovandone sempre solo nove.

Aoyama disse che avrebbe dimenticato la sua sbadataggine e il grosso danno che gli aveva arrecato se lei avesse accettato le sue proposte amorose. Okiku rifiutò e, disperata, si gettò in un pozzo, dove morì. Da allora, ogni notte, il fantasma di Okiku prese a risalire dalle profondità del pozzo: iniziava a contare molto lentamente e, raggiunto il numero nove, con un gemito riprendeva da capo. Tutto questo portò sull’orlo della follia il samurai, che fu così punito per la sua malvagità.

L’iconografia classica raffigura i fantasmi come donne dai lunghi capelli neri che scendono sulle spalle disordinatamente, vestite con abiti chiari che, a mano a mano, si dissolvono nel nulla; i piedi sono quasi sempre assenti. Inoltre, accanto alla figura, si possono vedere due fiammelle.

Il fantasma più famoso del Giappone, celebrato in tutti i teatri e diventato immortale grazie ai numerosi remake cinematografici, è sicuramente quello di Oiwa, la cui storia viene narrata nella piéce teatrale Yotsuya Kaidan. La giovane Oiwa è sposata con il rōnin Iemon, cioè un samurai senza padrone costretto a svolgere lavori umili per mantenere la moglie, che è gravemente malata, e il bambino appena nato.

Iemon, stanco di questa vita, di stenti, decide di sposare la figlia di un ricco mercante che si è innamorata di lui. A tal fine, però, deve uccidere Oiwa, cui fa bere un veleno dicendole che si tratta di una medicina. Il veleno non ha effetto immediato; così Iemon si accanisce sulla povera Oiwa, tormentandola in mille modi diversi. Una donna che serviva come domestica nella casa, presa da pietà verso la sfortunata padrona, le porge uno specchio per mostrarle come il veleno l’abbia orribilmente sfigurata e le svela le vere intenzioni di Iemon. Oiwa muore carica di odio e risentimento, ma riappare sotto le sembianze di fantasma dal volto sfigurato per tormentare Iemon e la nuova moglie fino alla loro morte. Famosissima la raffigurazione del volto di Oiwa che appare nella lanterna per spaventare Iemon.

Controparte di Oiwa, orribile e mossa dall’odio, è il fantasma di Tsuyu, che torna per amore. Il racconto, chiamato Botan-dōrō (La lanterna con le peonie), pare abbia origini cinesi e sia stato riscritto dal cantastorie Encho ai primi del Novecento. Poco più tardi, Lafcadio Hearn ne ricavò una versione in inglese intitolata “A passional karma”, compresa nella sua raccoltà In ghostly Japan.

Questa vicenda, la cui immensa popolarità può essere dedotta dalle ben quindici versioni cinematografiche che ne sono state tratte, narra la storia di una giovane chiamata Tsuyu che s’innamorò perdutamente del samurai Shinzaburō. Dopo un solo incontro, i due si giurarono amore eterno, ma, a causa di una serie di disavventure, il ragazzo, per molti mesi, non potè più far visita alla giovane, la quale morì di dolore.

Shinzaburō, venuto a conoscenza dell’accaduto, rimase sconvolto e, poiché la festa dell’Obon era vicina, preparò l’altare e le offerte per accogliere i morti. Improvvisamente, dopo il tramonto, sentì un rumore di zoccoli e scorse le due donne, una delle quali reggeva una magnifica lanterna con delle peonie: guardando attentamente, capì che si trattava di Tsuyu e della sua vecchia domestica, Yone. Le invitò a entrare, pensando che la notizia della morte della sua amata fosse soltanto una bugia per tenerlo lontano da lei.

Le due donne tornarono notte dopo notte, sempre alla stessa ora, e andando via prima dell’alba. Un giorno, però, un domestico di Shinzaburō s’insospettì: spiando dalla finestra, scoprì che il suo padrone stava amoreggiando con una donna che pareva morta da tempo e le cui mani erano nude ossa; terrorizzato, fuggì da un indovino, il quale gli spiegò che il suo padrone era in grave pericolo di vita. Il domestico riferì a Shinzaburō quello che aveva visto, e il giovane, spaventato, si recò nel luogo dove le due donne avevano detto di vivere: vi trovò le tombe.

Terrorizzato, chiese aiuto ad un vecchio monaco. Questi gli diede un potente amuleto (un Mamori, consistente in una placca d’oro purissimo raffigurante il Buddha) da portare sempre addosso, e un pacco di ofuda (testi religiosi usati come amuleti, normalmente scritti o stampati su strisce di carta, che vengono appese sopra le porte o le finestre di casa, a volte incisi su legno, altre volte ridotti in pillole e inghiottiti come medicina), e gli spiegò che lo spirito della giovane non provava alcun rancore ma, anzi, probabilmente era innamorato di lui da molte vite, e che questo karma passionale le impediva di proseguire il proprio cammino spirituale.

Grazie ai potenti amuleti ricevuti, Shinzaburō riuscì a tenere lontane le due donne per alcuni giorni, fino a quando il suo domestico, a cui Yone aveva promesso dei soldi, spostò un ofuda e rubò l’immagine del Buddha. Durante la notte si sentì un urlo terribile, e la mattina seguente venne trovato il corpo senza vita di Shinzaburō. Sembrava fosse morto nella più tremenda delle agonie e al suo fianco giaceva lo scheletro di una donna, le cui braccia erano saldamente strette attorno al suo collo.

Sebbene generalmente siano le donne a subire maltrattamenti e, di conseguenza, a sentirsi in obbligo di restare per vendicare i torti subiti, si possono trovare anche esempi di fantasmi maschili.

Famosissima, a riguardo, la stampa di Katsushika Hokusai (1760-1849) dedicata allo spettro di Kohada Koheiji. Koheij fu barbaramente ucciso da un attore teatrale che da tempo frequentava sua moglie. Liberatisi di Koheiji, i due poterono sposarsi, ma lo spirito di quello non si diede pace e continuò a tormentarli fino alla morte. L’artista rappresenta il fantasma della vittima come uno scheletro cui ancora sono attaccati brandelli di pelle e di cuoio capelluto e che sta lentamente abbassando la rete che i due amanti avevano messo intorno al letto per proteggersi dalle zanzare.

Il corpo del defunto viene raffigurato come una fiamma che arde, simbolo dell’odio e del rancore che ancora ne bruciano l’anima, impedendo alla stessa di rinascere. Meno tragico è un fatto accaduto a Hanaoka, nel distretto di Kimotsuki. Si dice che due anziani e ricchi proprietari terrieri fossero da tempo in lite per alcuni campi di riso al limite delle loro proprietà, confinanti.

Poiché non c’era modo di risolvere la controversia, si decise che avrebbe avuto ragione della disputa il primo che si sarebbe ucciso aprendosi il ventre con una lama, in un dato giorno al primo rintocco della campana di un certo tempio. Entrambi si suicidarono, ma i campi di riso passarono a quello che l’aveva fatto pochi secondi prima dell’altro. Tuttavia il fantasma di quest’ultimo non riusciva a darsi pace e, nelle notti di pioggia, vagava per i campi che avevano causato la sua morte. Allora, anche il fantasma dell’uomo che aveva vinto si ridestò per proteggere le sue proprietà. Si dice che la vicenda sfociò in una lunga zuffa tra gli spiriti dei due vecchi.

Questo dimostra come si possa essere deviati dal proprio percorso spirituale non solo da forti sentimenti di vendetta per un’offesa subita, ma anche da sentimenti scatenati da avvenimenti meno traumatici benché ugualmente sentiti come inderogabili dai defunti. I fantasmi del nuovo millennio non sono per nulla disturbati dai grattacieli: al contrario, li abitano.

Il Sunshine Building, con i suoi 240 m di altezza, è uno degli edifici più famosi di tutta Tokyo. Fu costruito nel 1978 nel quartiere commerciale e di intrattenimento chiamato Ikebukuro. Nell’agosto 1979, verso le 22, sopra il grattacielo furono avvistate cinque grandi palle di fuoco, che sparirono dopo pochi minuti. Poiché queste manifestazioni luminose potevano essere facilmente ricondotte al fenomeno dei fuochi fatui e, dunque, al mondo dei morti, molti ne ricercarono la causa in avvenimenti accaduti nel 1948.

Prima di diventare un luogo di shopping, Ikebukuro era sede delle prigioni, dove nel 1948, appunto, furono giustiziati sette criminali di guerra, tra cui il famoso Hideki Tōjō (militare e politico giapponese, capeggiò il governo che diede inizio, l’8 dicembre 1941, alla guerra del Pacifico, con l’attacco a Pearl Harbour).

Tra le altre anime che non riescono a trovare pace, bisogna menzionare quelle sepolte nel piccolo cimitero del tempio Senjūin. Sotto di esso è stato scavato il tunnel Sendagaya, che pare sia così diventato una sorta di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Molti automobilisti giurano di aver visto negli specchietti delle proprie vetture, mentre attraversavano quel tunnel, il riflesso di una donna o di un bambino. Un tassista narra di essere stato fermato da una donna poi misteriosamente scomparsa. Di certo, si tratta delle anime di coloro che non riescono a godere del meritato sonno eterno perché disturbate dal continuo via vai automobilistico.

Inquietante è anche quanto accaduto nella caserma dei pompieri di Kawasaki il 29 ottobre 1980. Il signor Okuma Isamu, 52 anni, stava riposando al secondo piano dell’edificio quando, verso le due di notte, sentì due persone entrare nel proprio letto. La cosa si ripetè pochi giorni più tardi, ma egli, quando tentò di reagire, si rese conto di non poter né muoversi né parlare. Vide poi che le due persone che lo avevano svegliato erano un uomo e una donna, entrambi senza piedi, e che di lì a poco scomparvero attraverso il muro.

Nel 1982 il signor Isamu pubblicò il resoconto della propria strana vicenda sul giornalino Fire Kawasaki, e moltissimi colleghi gli scrissero per testimoniare di aver vissuto esperienze simili. L’arcano fu presto svelato. La stazione dei pompieri e la sua torre di avvistamento erano state costruite nel 1959, proprio al confine con il cimitero del tempio Hottaji. Durante i lavori di scavo, necessari per gettare le fondamenta, furono rinvenute moltissime ossa umane, ma, celebrati alcuni riti, non si diede più importanza al fatto.

Nel 1980, demolita la torre, venne edificato al suo posto un dormitorio per i pompieri. In seguito alle rivelazioni di Okuma, si scavò e si trovò ancora una grande quantità di ossa umane. Non si scoprì mai a chi appartenessero, ma è certo che, dopo gli appropriati riti per pacificarne gli spiriti, quei fantasmi senza nome non tormentarono più i pompieri.

Si pensa abbiano trovato pace anche gli spiriti che tormentavano l’ippodromo di Tokyo, vicino a Fuchū. Fin dalla sua costruzione, nel 1933, la terza curva dell’ippodromo è sempre stata considerata sfortunata, triste fama che venne aumentata da una lunga serie di avvenimenti concentratisi tra il 1965 e il 1974.

In quei pochi metri, i cavalli impazzivano, diventavano aggressivi o perdevano ogni forza rifiutandosi di avanzare. La ragione di ciò venne individuata nella vicina presenza di una serie di tombe antiche. Alcune persone, invece, sostenevano che nel luogo in cui ora sorge l’ippodromo vi fosse, un tempo, un acquitrino in cui vivevano dei serpenti bianchi; visto che gli animali di questo colore sono sempre stati considerati sacri, la pericolosità della terza curva fu imputata al fatto che i serpenti, appunto, erano stati scacciati dal loro habitat e, per tale motivo, il loro risentimento si era propagato nel terreno, infettandolo.

Qualunque fosse il vero motivo, verso la metà degli anni Settanta venne eretta, in prossimità dell’ippodromo, una grande statua dedicata alla divinità Bato Kannon (divinità buddhista; trattasi di un essere che potrebbe conseguire la Buddhità, ma vi rinuncia per aiutare tutti gli esseri viventi che non sono ancora in grado di raggiungere il Nirvana), e da allora non si ebbero più strani avvenimenti.

Da questi racconti appare evidente il carattere fortemente superstizioso del popolo giapponese. Sono tantissime le consuetudini o le regole del vivere civile che nascondono una superstizione legata al mondo dei morti. Fin dagli albori della propria storia, il Giappone ha considerato il nord come una direzione particolarmente funesta: durante i funerali è, infatti, verso nord che viene posizionata la testa del defunto ed è proprio per questo che non esiste architetto giapponese che disponga a nord l’ingresso di una casa, né famiglia che non tenga conto di ciò, nella collocazione dei propri letti.

Mai infilare verticalmente i bastoncini nella ciotola di riso: vedreste i vostri commensali rabbrividire, perché si tratta di un gesto tipico dei funerali. La medesima reazione susciterebbe chi osasse passare del cibo a un’altra persona utilizzando i bastoncini: gli verrebbe spiegato che tale gesto è molto maleducato, ma nessuno aggiungerebbe che di solito in questo modo i monaci si passano le ossa rimaste del cadavere cremato.

I tabù legati alla morte continuano: i vivi non si possono lavare aggiungendo acqua calda a quella fredda, perchè così facendo vengono lavati i cadaveri; non si può incrociare il kimono mettendo la parte destra sulla sinistra, perché in questo modo viene vestito il defunto per il funerale; in nessun ristorante di sushi quest’ultimo risulta composto da quattro ingredienti diversi, perchè il numero quattro (shi) si pronuncia esattamente come il termine che significa “morte”; nessuno vi può offrire tre fette di qualcosa, poiché mikire (“tre fette”) si legge come l’espressione giapponese che significa “tagliare il corpo”; inoltre, è impossibile trovare composizioni letterarie lunghe quattro pagine, perchè shimai potrebbe venir frainteso con il termine giapponese che significa “morte totale”.

Le superstizioni, i tabù, la paura dei fantasmi continueranno anche nei secoli a venire, perché nessuna medicina, nessuna tecnologia potranno far dimenticare all’essere umano la propria finitudine.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Fonte

M. Berzieri, “La paura in Giappone”, Caravaggio Editore, Vasto 2008

 

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