“Operazione Paura” di Mario Bava: terza proiezione della retrospettiva alla Mediateca Regionale Pugliese, Bari

La terza proiezione del 22 luglio 2014 presentata dalla Mediateca Regionale Pugliese nell’ambito della retrospettiva dedicata al regista Mario Bava è “Operazione Paura” del 1966.

Mario Bava torna a stupire con un gotico che lo consacrerà come il primo grande maestro del cinema dell’orrore.

Fedele all’intenzione di “giocare” con la macchina da presa per inseguire, stanare il delirio piuttosto che “riprendere la realtà”, Bava si distacca da qualsiasi scelta che possa tendere al naturalismo e dirige “Operazione Paura – Kill, baby kill!” in sole due settimane ottimizzando mezzi e budget decisamente limitati.

Ancora una volta dipinge un quadro cinematografico impeccabile con il suo talento da artigiano che già aveva impiegato mirabilmente nelle opere precedenti.

Ed è davvero il caso di definire “quadro” la suggestiva cornice entro cui si muovono spasmodicamente i personaggi della storia. La fotografia liquida – come sempre curata dal regista stesso – è caratterizzante per la pellicola: il cromatismo è inconfondibile e tutto prende i colori rosso – bruni e violacei, giallastri, con qualche accenno di verde elettrico e blu brillante decisamente inquietanti che già erano stati protagonisti indiscussi dell’episodio memorabile “I Wurdalak” nel precedente “I tre volti della paura“.

Incastrati nello spazio asfittico del borgo rurale del paese laziale in cui fu girato, i personaggi si perdono, eternamente in fuga dalla maledizione che incombe su di loro, in un groviglio di stradine sommerse dal buio della notte. Una notte che sembra eterna: l’esordio è brutale, il rumore del vento preconizza l’atrocità del gesto di una giovane donna (Mirella Pamphili) che si suicida.

La sequenza successiva sembra aprirsi rassicurante: giunge il Dr. Paul Eswai interpretato da Giacomo Rossi Stuart che conferisce una certa scioltezza, un portamento quasi aristocratico al giovane medico legale: assieme all’Ispettore Kruger (Piero Lulli) ha il compito di sciogliere il mistero che si cela dietro le morti atroci che dissanguano il paese. Ma non è che una breve parentesi di quiete perché da questo momento in poi la storia correrà senza mai prendere fiato verso l’epilogo.

Tutti sembrano assorti nell’immobilità: nessuno intende parlare o agire per fermare il fantasma di Melissa, la bambina con la palla che solo con lo sguardo condanna a morte chiunque le si rivolga. Curioso è pensare che il piccolo figlio del portinaio di Mario Bava dà corpo e figura alla piccola Melissa: Valerio Valeri, una parrucca ed un abitino bianco. Il trucco è pronto.

In questo film molto si deve anche alle musiche caratterizzanti di Carlo Rustichelli che accompagnano i personaggi in un crescendo ansiogeno: l’intensa suggestione proviene non solo dall’apparizione del fantasma, ma anche dalle note sempre più vicine e insistenti che ricordano la melodia di un carillon. Infantile, ma agghiacciante come la risatina che anticipa le azioni della bambina. Fellini stesso, in “Toby Dammit” l’episodio da lui diretto di “Tre passi nel delirio” (1968), riprenderà l’immagine dello spettro di una fanciulla con la palla: questo a confermare ancora una volta la potenza e l’originalità di Bava.

Come sempre, Mario Bava costruisce l’inganno delirante in cui spinge i suoi personaggi sui dettagli, è dietro un gioco di specchi, infatti, che si nasconde la maledizione che ossessiona tutti: l’odio della madre di Melissa, la livida e feroce Baronessa Graps interpretata da Giovanna Galletti, si manifesta solo in virtù dei poteri della donna.

Le bambole dagli occhi vitrei, il delirio del giovane medico che corre per otto volte nella stessa stanza inseguendo proiezione di sé nel tentativo di salvare Monica Shuftan che Erika Blanc rende in tutta la sua struggente inginuità, e ancora, la curata scenografia di Alessandro dell’Orco per la casa della misteriosa maga Ruth interpretata da Fabienne Dali: tutto concorre a suggerire come immediatamente vicino allo spettatore il luogo in cui si svolge la vicenda che sembra in un primo momento come sospeso nel tempo e nello spazio, complici anche i costumi di Tina Grani.

Certo la cifra di Bava sono i piani sequenza, gli zoom e le inquadrature fuori fuoco, le “soggettive senza soggetto”: il talento di rendere materiale l’afflizione dei protagonisti anche solo con un movimento di macchina.

Dalla messa in scena all’interpretazione di una giovanissima Micaela Esdra che accompagna l’evoluzione della follia nella piccola Nadienne ed alla presenza di Franca Dominici – di cui la stessa Esdra ricorda teneramente la voce di “violoncello” – e Giuseppe Addobati: ciascuno dei professionisti impegnati nella realizzazione di quest’opera è come geometricamente colto in un insieme di prospettive rigorosamente proporzionate e, per questo, apprezzati per il loro contributo.

Mario Bava è stato un tecnico della cinepresa, ma non ha mai voluto rincorrere il tecnicismo che spesso gli è stato attribuito. Certo è che la sua messa in scena è sempre razionale e in questo senso Romana Fortini cura con precisione il montaggio.

Il regista ligure ha raccontato come in questo film sia stato spesso necessario lasciare spazio all’improvvisazione. Anche in queste circostanze, però, la sceneggiatura curata dallo stesso Bava con Roberto Natale e Romano Migliorini non viene mai sacrificata e le azioni risultano consequenziali.

Sebbene il film sia stato molto penalizzato al periodo da distribuzione e budget, è giusto rendere merito a Mario Bava ed alla sua “compagnia” perché è proprio vero quello che Micaela Esdra spiega in una sua intervista ricordando il Maestro del terrore: l’arte ed il talento, il piacere di fare Cinema, come quello di fare Teatro, non hanno nulla a che vedere con il guadagno.

 

Written by Irene Gianeselli 

 

http://youtu.be/wjhomEZ3lFM

 

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