“I tre volti della paura – Black Sabbath”: secondo appuntamento con la retrospettiva su Mario Bava, Bari

“I tre volti della paura – Black Sabbath”: secondo appuntamento con la retrospettiva su Mario Bava, Bari

Lug 20, 2014

Il secondo incontro del 17 luglio 2014, nell’ambito della retrospettiva dedicata dalla Mediateca Regionale Pugliese di Bari al regista Mario Bava, presenta il film “I tre volti della paura – Black Sabbath” del 1963.

Con “I tre volti della paura”, film ad episodi secondo un modello tipico degli Anni ’60, Mario Bava costruisce una gustosissima “trilogia del terrore” ispirandosi a Maupassant per il thriller moderno “Il telefono”, ad Aleksei Tolstoj per il gotico in costume “I Wurdalak” e a Cechov per il terzo episodio “La goccia d’acqua” – forse il più lungimirante per alcune risoluzioni registiche e narrative -.

Nel primo episodio il regista valorizza i pochi elementi scenografici che ha a disposizione per creare tensione attorno alla figura di una giovane donna che sembra essere perseguitata da un suo ex compagno pronto ad ucciderla per vendicarsi di un “torto” subito.

Sull’ambiguo legame che lega i tre personaggi Bava gioca sempre d’anticipo con la capacità davvero straordinaria di aggiungere ad ogni nuova inquadratura un particolare, una situazione che tende verso la non-soluzione: una forza tensiva portata all’estremo confine raggiungibile.

Ed anche in questo breve spazio di pellicola il regista ligure  fa trasparire tutta la sua ironia, basti ricordare il particolare della scenografia con l’amorino rivolto verso il telefono,- o alla tragicità della situazione iniziale che preconizza quella del finale.

Ne “I Wurdalak” è emerge prepotentemente la capacità del Bava direttore di fotografia: come ne “La maschera del Demonio”, ma qui finalmente a colori, i personaggi sono avvolti da una nebbia rarefatta con un forte effetto di sospensione. Sono già presenti i lampi di colore che poi evolveranno nel pop del successivo “Diabolik” e la nitidezza che sarà poi la cifra del maestro dell’horror.

Ancora una volta, però, Bava si concentra sulla nevrosi umana, ne “La goccia d’acqua” la storia precipita verso l’epilogo tragico e trascina lo spettatore senza risparmiarlo nella vorticosa e delirante storia di un “quadro animato”: la casa della vecchia morta che l’infermiera è chiamata a vestire per l’ultima volta è ricca di lugubri particolari, bambole e gatti miagolanti, lampade che crollano a terra, ragnatele e polvere. E ancora: la tempesta.

Il rumore della pioggia con il peso delle gocce che cadono sinistramente diventa il motore dell’ossessione, perché strettamente connesso al rumore della goccia che cade dal bicchiere rovesciato in casa della morta. Per il cadavere Bava utilizza una bambola di cera i cui lineamenti tesi riproducono un volto contratto in una smorfia agghiacciante.

L’accumulo di suggestioni sonore, l’ossessiva fuga senza ritorno verso la follia e la morte della protagonista rosa dal senso di colpa che, come una maledizione, la consegna in poche inquadrature alla sua fine, consacrano Bava come il padre indiscusso del terrore.

La chiosa finale, affidata come il prologo ad un livido e grottesco Boris Karloff, sono la firma irrinunciabile di Bava: l’attore, in sella ad un cavallo, alle sue spalle un cielo azzurro monocromatico, invita gli spettatori a muoversi circospetti nella notte, ma la situazione diventa originale nel momento in cui la visuale diventa più ampia: il campo lungo mostra il fondale,  il cavallo è un pupazzo, i rami del bosco sono mossi da alcuni tecnici che camminano in cerchio,  il vento gelido della tundra in realtà è l’effetto di un ventilatore.

Svelando il trucco, il regista strizza ironicamente l’occhio allo spettatore: il cinema è la finzione, il gioco terribile della macchina da presa capace di svelare ed esasperare la follia umana.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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