Intervista di Irene Gianeselli agli Agenti del Ratto d’Europa ed al loro teatro di riflessione collettiva

Intervista di Irene Gianeselli agli Agenti del Ratto d’Europa ed al loro teatro di riflessione collettiva

Lug 18, 2014

“Che cos’è l’Europa? Il vecchio continente è davvero casa nostra o è soltanto… una carta geografica: ricordo ingiallito riaffiorante dal nostro più o meno remoto passato (o presente) di studenti? Esiste per davvero un’identità europea? E quali sarebbero le sue specificità culturali, sociali, economiche e… politiche? Quali i confini?”

La grande kermesse teatrale de “Il Ratto d’Europa si è conclusa a Roma al Teatro Argentina. Tra laboratori, letture sceniche, incontri e “incursioni”, gli Attori – “Agenti” del progetto, guidati da Claudio Longhi, hanno dato vita ad una interessante sperimentazione che ha avuto come topic il rapporto fra Teatro ed Europa: attraverso il “gioco” sull’ambiguità semantica del termine “Ratto”, fra mito greco (il rapimento della bella Europa) e attualità politica (il Ratto – Topo blu simpatica, ma pensosa metafora dell’Unione), il Teatro si è interrogato sulle forme possibili di una ri-costruzione dell’identità europea a partire dal recupero della centralità del sistema di pensiero occidentale.

Le città di Modena e Roma sono state protagoniste assolute di questi momenti di riflessione e drammaturgia collettiva. Un Teatro che vive e si nutre attraverso i pensieri, i racconti, e le passioni di un pubblico sempre attento e partecipe. Il Progetto è stato realizzato in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione.

Il gruppo di lavoro: Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Olimpia Greco (musicista), Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Giacomo Pedini (aiuto regista), Marco Rossi (scenografo), Gianluca Sbicca (scenografo), Simone Tangolo, Antonio Tintis per il “Ratto d’Europa Modena”.

Oubliette Magazine incontra gli “Agenti” del “Ratto d’Europa Roma” per conoscere la loro idea di Teatro e raccogliere le loro testimonianze.

 

I.G.: Parliamo del Progetto: una breve definizione da ciascuno di voi per “Il Ratto d’Europa

Simone Tangolo: Come ha detto qualcuno è stato “Teatro collaborativo”.

Olimpia Greco: “Il Ratto d’Europa” è una riflessione collettiva/comunitaria intorno all’idea di Europa sviluppata attraverso il linguaggio del Teatro.

Lino Guanciale: “Il Ratto d’Europa” è un esperimento di “upgrade” del modello corrente di Teatro pubblico del nostro Paese. 

Donatella Allegro: “Il Ratto d’Europa” è stata un’esperienza di Teatro condiviso: con la città, con il pubblico, con i partners, in cui il debutto dello spettacolo vero e proprio, diversamente da quel che accade di solito, non è stato l’inizio di un percorso, ma la sua conclusione.

Michele Dell’Utri: Un progetto “con” la città: un progetto teatrale di creazione collettiva che si fonda sulla relazione con la città attraverso le varie realtà e opportunità aggregative. E al tempo stesso “Teatro di prosa”.

Simone Francia: “Il Ratto d’Europa” è una grande piattaforma di partecipazione tra la città e gli Attori: chi il Teatro lo vede e chi il Teatro lo fa.

Diana Manea: Un modo nuovo di approcciarsi al Teatro che prende forza dalla società stessa in cui è inserito. Un lavoro titanico, dalle mille sfaccettature, emozionante e meravigliosamente coinvolgente.

Eugenio Papalia: Un progetto teatrale innovativo e coinvolgente che concede uno spunto di riflessione per una comunità (cosa che dovrebbe fare sempre il Teatro) sulla propria identità europea.

 

I.G.: Parliamo di voi: chi è l'”Agente” del Ratto e qual è la sua “missione”?

Donatella Allegro: La missione è la stessa per tutti: contribuire a salvare l’Europa attraverso il gioco di squadra con gli altri Agenti che rappresentano gli altri Paesi d’Europa. Questo, naturalmente, se stiamo al linguaggio del gioco che si vede nello spettacolo: ma non si salva nessuno con un gioco, né con il Teatro in quanto tale. La sfida è avviare una riflessione, da questa può poi partire l’azione concreta.

Simone Francia: La missione è quella di scovare il “Ratto” e catturarlo. Volendo fare un parallelo, il “Ratto” per gli “Agenti” è l’Europa per noi cittadini dell’Unione rispetto a come la conosciamo oggi, ma soprattutto a come la percepiamo: molto distante dal nostro immaginario anche se è parte del nostro quotidiano. Bisogna essere consapevoli di una realtà come quella dell’Unione e capire come ci si è arrivati. Capire e “catturare” quali principi storici e culturali stanno alla base di questo processo. Il “Ratto” è tutto questo e gli Agenti sono chiamati ad agire per arrivare a comprendere questo “tutto”.

Diana Manea: Gli agenti del “Ratto” sono persone comuni, con caratteristiche totalmente differenti le une dalle altre. Personaggi che rappresentano le molteplici identità europee, ciascuno con le proprie mille sfaccettature e particolarità. Questi nove persone/Stati/personaggi si trovano rinchiusi all’interno di uno spazio non ben identificato, una sorta di palestra attrezzata e, dopo un breve sonno popolato da incubi sempre più frequenti, vengono bruscamente risvegliati per affrontare l’incubo peggiore: l’Europa infatti sta andando in pezzi e loro sono gli unici che possono salvarla dalla catastrofe. Come? Superando sette prove su otto.  Il compito di questi “Agenti” sarà quindi quello di affrontare e superare le prove a cui saranno sottoposti. Prove che rientrano in uno schema da “Giochi Senza Frontiere” a tematica europea. Nove persone/Stati/personaggi che non si conoscono e che inizialmente non sembrano andare pienamente d’accordo, ma che saranno portati ad unire le forze nell’intento di perseguire l’obbiettivo comune: salvare l’Europa.

 

I.G.: Potreste presentarci i vostri personaggi, cosa rappresentano?

Simone Tangolo: Il mio Chueca/Malmö è una via di mezzo tra un ragazzo omosessuale e un metrosexual, nuova categoria dell’uomo che cura il suo aspetto fisico come una donna, se non di più. Richiama una delle mille diversità tra le nazioni europee.

Olimpia Greco: Salisburgo è una musicista hyppie che deve affrontare delle prove con gli “Agenti” per cercare di salvare l’Europa.

Lino Guanciale: Reims, il mio personaggio, si chiama come la città che ospita le sepolture dei re francesi, uno dei luoghi simbolo della cultura tradizionale d’Oltralpe. In qualche modo rappresenta i limiti, i vizi (e qualche virtù) degli “intellettuali alla moda” del nostro continente: sapete, quei filosofi sempre ospitati da qualche programma televisivo in qualità di opinionisti, un po’ alla maniera di Bernard Henry Levy (per l’appunto francese): quella parte della classe colta europea che, forse, non sta facendo tutto quello che potrebbe per creare una vera coscienza intellettuale comune europea, distratta dal culto per la propria immagine.

Donatella Allegro: Quanto all’“Agente” di cui vestivo i panni, come tutti aveva uno stile un po’ fumettistico, non esente dagli stereotipi. Però la cosa interessante è che non è mai chiaro se sia una prostituta, una seduttrice furba, una finta frivola. Certo è che dopo la scena “delle guerre” è molto più parte della squadra. Non è stato facilissimo, come donna, vestire quei panni, all’inizio mi sono sentita schiacciata dentro un cliché. Ma è una sensazione da cui ho cercato di liberarmi pensando che lo stile pop dello spettacolo richiedeva anche di prendere atto di quelli che sono i modelli mainstream. Con la speranza di superarli.

Michele Dell’Utri: Il mio personaggio si è chiamato Tivoli a Modena e Praha a Roma. In entrambi i casi il suo nome deriva da attività portanti del progetto (una rassegna e un “contest”). Il costume (meravigliosamente creato da Gianluca Sbicca) è forse la metafora-simbolo di ciò che rappresenta o potrebbe rappresentare quest’uomo che ha una forte attrazione per il genere femminile con il quale non si sa rapportare passando da un eccesso all’altro. Si porta sempre dietro un peluche, una specie di “coperta di Linus” che però è un maialino. No comment! È “iper” ricercato negli abiti – tutti rigorosamente abbinati e di lana!!! – ma forse non si rende conto di quanto non sia proprio alla moda. Capelli con riga orizzontale. Occhialoni. Papillon. Pantalone alla zuava con calze a vista. Bretelle, e naturalmente mocassini! Serve altro per descriverlo?

Simone Francia: I nostri personaggi rappresentano le varie diversità all’interno di un corpo unito quale è l’Europa. Diverse culture, diversi “caratteri” che devono collaborare per uno scopo comune. Brasov, il meccanico rumeno è uno di questi.

Diana Manea: I personaggi che popolano la scena rispetto alle versioni modenese e romana sono sempre gli stessi, è il loro nome che cambia. Ad ognuno di loro è infatti associato uno Stato o una città europea ed il nome è in linea con lo Stato o la città che rappresentano. Il mio personaggio contrassegnato dalla pettorina n° 2 a Modena era associato ad Helsinki (capitale della Finlandia) e il mio nome era l’impronunciabile Juoksuhaudantie mentre a Roma si chiamava Dubrovnik e rappresentava la Repubblica di Croazia. Il personaggio è una sorta di  Miranda Priestly legata al mondo dell’economia, una donna in carriera, agguerrita, non propriamente affabile, ecco, diciamo che la simpatia non è sicuramente il suo punto forte. Donna di pugno e apparentemente solida, fin dall’inizio poco propensa a partecipare in maniera attiva al “gioco” e alla collaborazione con gli improbabili compagni di sventura, che personalmente reputa alquanto urticanti, si lascia pian piano andare fino a farsi completamente coinvolgere dal corso degli eventi fino a gareggiare agguerritamente per il superamento delle prove, unendo le forze nel tentativo di salvare Europa dalla catastrofe. 

Eugenio Papalia: Dresden, il mio personaggio è un tipo sportivo, anzi è forse ossessionato dallo sport. Indossa una tuta Adidas rosso fuoco (da qui Dresden, città d’origine dell’Adidas). È un salutista, molto positivo, vuole bene a tutti e cerca di risolvere i problemi con la pace. Però se deve farsi valere fa emergere la determinazione che lo sport in qualche modo fornisce.

 

I.G.: Come deve dunque essere un Attore “europeo”?

Lino Guanciale: Deve saper leggere e rappresentare il nostro tempo, riconoscendone le emergenze. Deve essere colto, dunque, e impegnato a ricostruire un rapporto con il pubblico: un intellettuale, un insegnante, un animatore e un mediatore culturale.

Michele Dell’Utri: Dopo oltre due anni di lavoro sull’Europa mi rendo conto che le definizioni azzardate sono quanto di più generante dei cliché e delle stereotipie sull’Europa. Forse bisognerebbe rifletterci insieme ad altri attori europei, per evitare di parlare di Europa solo dal punta di vista italiano. In tal senso l’incontro e la collaborazione con gli Attori dei teatri dell’ U.T.E., a novembre 2013, è stato un interessante momento di “riflessione pratica”. Non abbiamo discusso di teorie. Abbiamo lavorato insieme. In varie lingue e ognuno a proprio modo. E ci siamo divertiti tanto.

Eugenio Papalia: Io non so di preciso come debba essere un Attore “europeo”, posso dire come dovrebbe essere un Attore: oggi come oggi deve essere un performer, deve saper usare bene il corpo e la voce e deve essere allenato nel corpo e nella mente, deve essere informato, cioè non solo colto (quello senz’altro), ma proprio informato su ciò che gli accade intorno o nel mondo.

 

I.G: Avete meritato il Premio UBU 2013 “per l’impegno nel reinventare la funzione sociale del Teatro”: cosa significa oggi parlare di una “archeologia dei saperi comunitari”?

Michele Dell’Utri: Saperi raccolti per frammenti e per “strappi”. Nella logica di ricostruzione a salti, sul modello di quella archeologica; vi è sempre spazio per un ulteriore luogo: quello della relazione. La relazione tra gli elementi è sempre rinnovabile e rinnovata, si costruisce e decostruisce, si interpreta e reinterpreta. In questa logica passato e presente sono inscindibili e viaggiano assieme. Attore e Spettatore hanno la stessa importanza: da Attore posso dire che alle volte ci si sente come chi cerca delle “micce” da accendere e che scopre quanto esse siano molte più di quanto creda e sono sorprendenti, grandi e piene di meraviglioso e razionale stupore.

Simone Francia: Significa creare una coscienza e un confronto comune su quelle che sono state le ragioni e i processi storici che ci hanno portato ad essere ciò che siamo oggi. Bisogna conoscere il passato per poter affrontare il futuro.

Diana Manea: “Il Ratto d’Europa” è un progetto che nasce legato ad una comunità, Modena prima e Roma poi,  con la volontà e la necessità di riflettere sull’identità europea, su come la si percepisce, su cosa significa essere europei oggi, se ci si sente europei o meno, su ciò che siamo stati e ciò che siamo adesso. Per fare questo,  inoltrandosi in un “terreno” così vasto, si è reso necessario attivare sul territorio una serie di collaborazioni con la comunità ospitante (associazioni di vario genere, scuole, centri culturali, centri anziani, biblioteche, comunità religiose, gruppi sportivi, etc.)  per creare dialoghi su più livelli attorno al tema “Europa”. Credo che oggi come oggi sia importantissimo andare alla ricreare di un dialogo tra Teatro e comunità, tra Teatro e tessuto sociale in cui si interviene, ricreando un rapporto profondo con il pubblico, ridando nuova voce a tutte quelle voci che formano una società. 

 

I.G.: Come siete riusciti a portare sul palco e nei vari contesti in cui vi siete inseriti l’idea di una “drammaturgia collettiva”?

Olimpia Greco: Ci siamo riusciti con un lungo ed articolato percorso dopo che un’intera città con le sue varie aggregazioni socio-culturali (scuole, biblioteche, università, comunità religiose, associazioni culturali, case protette, mondo dell’impresa e del lavoro) è stata chiamata in scena, idealmente e letteralmente, per raccontare il suo rapporto con l’Europa utilizzando questa bellissima forma d’arte e cioè il Teatro.

Lino Guanciale: Quella è stata la parte più facile! Le persone che hanno partecipato al progetto erano entusiaste all’idea di poter contribuire alla creazione di un bene comune (uno spettacolo, una rete di relazioni tra soggetti istituzionali e culturali vari) attraverso la semplice messa a disposizione delle proprie energie individuali. Credo che istintivamente si riconoscesse, in questo modo di procedere, un modello generale di convivenza ideale al di là del fatto teatrale.

Donatella Allegro: Drammaturgia collettiva non significa solo che abbiamo recitato testi scritti dai nostri laboratori o dai nostri partner. In qualche caso questo è accaduto (come, per esempio, le testimonianze recitate in “Guerre”), in molti altri casi abbiamo raccolto idee e suggestioni, citazioni e ispirazioni. Se poi intendiamo come palco non le assi del Teatro ma la città intera, come volevamo che fosse, allora la questione si complica. Siamo andati ovunque abbiamo potuto, recitando veramente di tutto: testi del canone europeo, testi sconosciuti, ricette, leggi e regolamenti. Per non parlare della musica. Olimpia ha studiato di tutto.

 

I.G.: Come hanno risposto il pubblico e i giovani in particolare alle vostre “incursioni”?

Simone Tangolo: Avete “carta bianca”, letteralmente e non, non può che invogliare al gioco. 

Diana Manea: La risposta è semplicemente stata meravigliosa! Il pubblico giovanissimo e non, i partner che si sono affacciati al progetto si sono lasciati coinvolgere completamente diventando motore trainante. In entrambe le città in cui lo spettacolo si è inserito c’è stato un ritorno pazzesco, e la cosa meravigliosa è che tutto ciò che è gravitato attorno al progetto (spettacolo stesso, letture, eventi, esiti laboratoriali, ecc) è stato seguito non solo dai cittadini, ma da un pubblico affezionato proveniente da tutta Italia.

Eugenio Papalia: Non è stato molto difficile, anzi, abbiamo riscontrato in tutte le occasioni una gran voglia di esprimersi, di dire la propria opinione, una gran voglia di mettersi in gioco, di divertirsi, di confrontarsi su un tema che è così importante ma allo stesso tempo così lontano da noi. Questo e altro ancora ha permesso la realizzazione di quella che inizialmente era solo una drammaturgia collettiva e poi e diventata un vero e proprio spettacolo.

 

I.G.: Facciamo un bilancio del Progetto dopo circa due anni di successi e incontri

Simone Tangolo: Non so parlare di bilancio, io ho visto solo gente entusiasta che ha riscoperto il Teatro, ha partecipato da pubblico e da attore (ma anche da scrittore e regista) in maniera totalizzante e ho visto un palco prestigioso come luogo nel quale discutere e non solo recepire.

Olimpia Greco: Il bilancio sono i risultati. Un premio UBU, buona critica, giovani a Teatro, un po’ più di “coscienza” europea e un modo innovativo di fare Teatro (anche con non professionisti)

Lino Guanciale: Bilancio in attivo!!! Abbiamo ricevuto molto più di quello che abbiamo dato… pur avendo dato davvero tanto!!!

 

I.G.: Quali momenti ciascuno di voi porterà sempre con sé di questa esperienza?

Simone Tangolo: Tutti, dal primo all’ultimo. E non è una banalità.

Olimpia Greco: I momenti di gloria dopo la tanta fatica. Ben premiata.

Lino Guanciale: Tante cose, ma credo che non dimenticherò mai l’emozione di vedere a Roma gli abbonati portare il tempo con le mani su “Dancing Queen”! Eravamo terrorizzati da quella replica che sapevamo avrebbe avuto una platea pienissima di persone d’età. Quando si sono scatenati sugli Abba mi è venuto da piangere: era la prova che avevamo vinto.

Donatella Allegro: Nel mio bilancio sono particolarmente felice delle persone che ho incontrato, senza dubbio. Lavorare “insieme” alla città e non solo per mostrarsi ad essa è un’esperienza che auguro a tutti coloro che operano nella cultura. Certo, questo accade in moltissimi ambiti, non siamo i primi (sono esperienze iniziate almeno negli Anni ’70) e in altri contesti mi era già capitato, ma in un progetto così ampio e così lungo, questo si è moltiplicato un gran numero di volte e ne sono usciti incontri straordinari. Posso anche dire di avere acquisito nuove conoscenze.

Michele Dell’Utri: Racconto solo un episodio della miriade che si potrebbero citare: prima settimana di lavoro a Modena. A causa di un disguido, di quelli che possono capitare quando si fanno tantissime attività, ad una lettura era presente solo una spettatrice. Immaginate la situazione, noi che la guardiamo e che le sorridiamo (eravamo due e lei una sola: eravamo in superiorità numerica!), lei che ci sorride a sua volta. Le chiedemmo se volesse assistere comunque alla lettura. Rispose di sì. Iniziammo. Alla fine si aggiunsero anche altri due spettatori. Ebbene, quella prima signora non si perse mai più un appuntamento del Ratto d’Europa e noi realizzammo che dovevamo prima di tutto mettere in discussione la nostra idea di rapporto con il pubblico. Come è andata a finire lo sapete già: circa due anni dopo, a Roma, tutto esaurito al Teatro Argentina ogni sera per due settimane. Quella signora è diventata “migliaia di persone”!

Simone Francia: Nel bene e nel male tutti. Dalle prove, alla costruzione dei video promo, agli atelier con centinaia di persone. Ogni momento è stato fondamentale per il “Ratto”. Come dimenticare i tanti sacrifici, il tanto lavoro e la tanta, tantissima pazienza ripagata dall’affetto delle persone che abbiamo incontrato, che ci hanno seguito (e continuano a seguirci) e hanno voluto credere in questo gruppo di persone che cercavano di creare qualcosa di nuovo.

Diana Manea: Questi tre anni sono stati ricchi di sorprese e momenti meravigliosi. Attorno al progetto hanno gravitato migliaia di persone, pubblico, partner, musicisti, coristi, rugbisti, collaboratori con molti dei quali si sono create relazioni forti e costruttive. L’aspetto umano ha avuto senz’altro una parte rilevante e predominante all’interno del progetto, proprio perché il tutto nasce e si costruisce grazie ed assieme alla cittadinanza, a quella cittadinanza attiva che si è lasciata coinvolgere ed ha coinvolto tanta altra gente. Ne abbiamo fatte veramente tante e se mi guardo indietro sembra impossibile. I momenti che custodisco sono davvero infiniti. Un momento sicuramente particolare è quello legato al Rat-Mob organizzato per la prima del “Ratto romano”. Ci si era dati appuntamento fuori dal Teatro Argentina alle 20.15, ora in cui avrebbe preso vita il ballo sulle note di “Dancing Queen” degli Abba. Noi attori eravamo pronti ad uscire dalle porte principali per riversarci in strada vestiti in abiti di scena… beh, davanti a noi c’era un muro di gente festante che a tempo debito si è buttato all’interno della coreografia. Un momento emozionantissimo, la gente che passava ignara rimaneva affascinata, è stata un’esplosione di energia.

Eugenio Papalia: Posso fare un bilancio di quest’anno perché l’anno scorso a Modena non c’ero e posso dire che tutte le preoccupazioni, le ansie, i timori che avevamo (perché parliamoci chiaro: Roma e il Teatro Argentina sono stati  una sfida notevole per un progetto del genere) sono diventati solo soddisfazioni su soddisfazioni: le persone ancora ci cercano e ci chiedono quando torneremo a fare qualcosa a Roma, ci seguono. Questa è la cosa più bella, perché vuol dire che abbiamo lasciato qualcosa in tutte quelle centinaia e centinaia di spettatori che ci hanno visto sul palco, perciò sarebbe riduttivo parlare di un momento in particolare. È stata proprio tutta l’esperienza, la somma dei mesi di lavoro che ci ha cambiati e ci ha fatto crescere.

 

Written by Irene Gianeselli 

 

 

Info

Agenti Ratto d’Europa

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: