La Nike di Samotracia torna al Louvre dopo il restauro costato 4 milioni di euro

La Nike di Samotracia torna al Louvre dopo il restauro costato 4 milioni di euro

Lug 12, 2014

Agli amanti dell’arte non sarà sfuggita la notizia riguardante l’avvenuto restauro della celebre statua della Nike di Samotracia, anche conosciuta come la Vittoria Alata.

A settembre 2013 il Museo del Louvre, dove la scultura era stata trasferita tra il 1880 e il 1884, aveva lanciato una campagna pubblica per la raccolta fondi che si è rivelata proficua. Sono serviti dieci mesi e ben quattro milioni di euro per restaurare una delle più importanti sculture del mondo antico, ma ora, la celebre “dea” è tornata più bella che mai nel museo francese.

La statua infatti, ingiallita da decenni di polvere e agenti inquinanti, aveva perduto il suo antico splendore. Ha ritrovato ora tutte le sfumature e il candore tipici del marmo bianco di Paro, il più pregiato dell’epoca, nel quale sembra che Pitocrito, scultore di Rodi al quale la scultura viene attribuita, l’abbia scolpita nel II secolo a.c.

Si è scelto di riconsegnare l’opera nella sua interezza, quindi mantenendo l’ala e il seno destri in gesso aggiunti nell’Ottocento. È stato invece rimosso il piedistallo, inserito attorno al 1930, avente la forma di prua di una nave. Ludovic Laugier, uno dei curatori del restauro, ha riferito che la statua era stata trasferita il 10 settembre 2013 in una sala attigua, dove veniva riscaldata da un particolare sistema di ventilazione, la salle des Sept Cheminées, e smontata blocco per blocco, analizzata con video microscopio, raggi ultravioletti e lastre. Insomma, le era stato fatto un bel check-up!

Dal restauro sono emersi a sorpresa alcuni dettagli, come una ciocca di capelli che sfugge dallo chignon e tracce di blu, invisibili a occhio nudo, di una tonalità molto usata nell’antichità. Questo porta quindi ad una logica ed inaspettata constatazione: in origine, la statua doveva essere policroma. La scultura è stata scoperta nel 1863 sull’isola di Samotracia, a nord-est del mare Egeo.

Si tratta di una statua risalente al II secolo a.c e rappresentante Nike, la dea messaggera della vittoria in battaglia. È incredibile come una statua alla quale mancano braccia e testa, possa rappresentare l’idea stessa della perfezione. Le statue greche sono trasposizioni di miti, eppure, questa scultura di “donna” che di reale non ha né i lineamenti, né la tematica, è un esempio tangibile di leggerezza, di trasparenza sul cui marmo gioca la luce. La veste diventa “morbida”, come se prendesse forma dal calore che emana il corpo.

Un fitto battere d’ali che frena l’impeto del volo, dove l’artista ha esagerato tutto ciò che può suggerire il movimento. E niente è mai sembrato più reale. Il restauro è stato possibile grazie proprio all’efficace campagna lanciata online di raccolta fondi, un ambizioso progetto che permetteva, a chi facesse un’offerta, di diventare “mecenate”.

Il Louvre ha così raccolto 1 milione di euro, che si è aggiunto ai 3 milioni di euro già ottenuti grazie a vari sponsor, per un totale complessivo di 4 milioni di euro necessari ai lavori. La promessa è stata mantenuta.

Da oggi 12 luglio 2014 la statua della Vittoria Alata potrà essere nuovamente ammirata in tutta la sua bellezza presso il museo francese, mentre la collocazione in cima all’Escalier Daru, dove si trovava prima del restauro, avverrà nella primavera del 2015. Comunque sia andata, è stato un successo. Quel che conta è il risultato.

 

Written by Cristina Biolcati

 

2 comments

  1. L’estenditrice dell’articolo sul ritorno al Louvre della della Nike di Samotracia si meraviglia di come “una statua alla quale mancano braccia e testa, possa rappresentare l’idea stessa della perfezione”. Mi chiedo io se non sia perché la perfezione è un magnificat della materia, del corpo e del corpo femminile in particolare, fonte e generatore di vita. La perfezione della femminilità ha certamente bisogno di incarnarsi in una parvenza materiale, ma non ha bisogno di incarnarsi o storicizzarsi in un gesto, quale certamente si sarebbe celato nel viso o nelle braccia, necessariamente tesi a qualcosa, innecessaria alla perfezione stessa. Le ali poi con l’irreale e impossibile innesto nella massa corporea, concorrono ad associare, in una visione onirica, la materialità del corpo e l’immaterialità dell’idea, idealizzando la prima e materializzando la seconda in un gesto, ed è l’unico che la perfezione possa tollerare, che sia sfuggente, indefinito, qual’è quello dell’andare, del movimento in sé.

  2. Cristina biolcati /

    Grazie Marcello per questo interessantissimo commento. Che condivido.

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