Intervista di Irene Gianeselli al giovane cantautore romano Stefano Migneco

Intervista di Irene Gianeselli al giovane cantautore romano Stefano Migneco

Lug 10, 2014

Stefano Migneco è un giovane cantautore romano. ll primo incontro con la musica è allʼetà di tre anni, a undici comincia a suonare la chitarra e a cantare, a quattordici prende lezioni private di pianoforte e si iscrive al liceo scientifico Francesco dʼAssisi, a sedici scrive le prime canzoni e le registra insieme ad amici musicisti.

Nel 2011 costituisce il trio AcquaVite con due amici del liceo e nello stesso anno si diploma. Durante lʼestate partecipa come solista allʼevento Music Village ed incontra Massimo Luca – chitarrista di Lucio Battisti – che apprezza i suoi lavori. In autunno suona per la prima volta per i locali romani con gli AcquaVite con cui apre il concerto agli Area765 e ad Henry Padovani.

Nel gennaio 2013 incontra Massimo Villani che sarà il suo insegnante di armonia e composizione fino al luglio dello stesso anno. Nellʼestate del 2013 inizia il suo percorso da solista. Incontra Giovanni Del Grillo, pianista di Stefano Rosso, e Davide Trebbi, ideatore del collettivo musicale “Schola Romana”.

Entra nel panorama dei cantautori romani e con la canzone “Pare che te guarda” partecipa come ospite fisso alle serate di “Schola Romana”. Ospite di alcune webradio comincia a presentare le sue canzoni pubblicandole nel web. Il 30 marzo del 2014 appare su “Speciale Tg1” nel servizio “Suoni di Roma” di Nevio Casadio. Il 2 maggio trasmettono su Radio Città Aperta la sua canzone “In un bicchiere di vino”. Il 25 maggio apre a Stazione Birra il concerto de Gli Oltre. Il suo EP di esordio uscirà a settembre del 2014.

Noi di Oubliette Magazine abbiamo deciso di presentarvi al meglio Stefano Migneco direttamente con le sue parole. Buona lettura!

 

I.G.: Ami definirti un “menestrello”, cosa significa per te essere “cantautore”?

Stefano Migneco: Essere cantautore vuol dire essere colui che canta la colonna sonora delle nostre vite; vuol dire essere un narratore, rimanendo sempre un semplice viandante. Credo che il cantautore sia come un treno che scorre veloce su racconti – binari. Essere cantautore vuol dire essere insieme interprete, musicista e autore. Se il cantautore fosse un treno, i binari sarebbero i racconti.

 

I.G.: Nelle tue canzoni si coglie la consapevolezza e l’amore per le tue origini: come hai incontrato la canzone popolare romana?

Stefano Migneco: Se uno nasce a Roma, la canzone romana non la incontra: la sente vivere appena viene alla luce. Mamma Roma ti guarda, ti aspetta e mentre emetti i tuoi primi vagiti sorride… e la notte inizia a cantarti la più bella ninna nanna che potevi ascoltare. La canzone romana è la tua balia: ti accompagna mentre cresci. Puoi cantare nella sua lingua o in italiano, ma rimane nella tristezza delle tue note come la nostalgia per la tua terra, bella donna di un mondo che sta scomparendo. Sotto questo punto di vista, la tristezza delle canzoni romane oggi sta diventando come la tristezza delle canzoni zingare, male di vivere che un popolo ha ormai con sé.

 

 I.G.: Cosa significa essere “romano” e cantare l’essenza di questa romanità oggi?

Stefano Migneco: Devo precisare che sono figlio di questa meravigliosa città, ma non scrivo in vernacolo: le mie canzoni parlano di angoli e storie di Roma, in romanesco, però, ho scritto “Pare che te guarda”. La tradizione romana mi coinvolge e credo che l’uso del vernacolo sia un fatto culturale e di resistenza (ne abbiamo molto bisogno ultimamente). “Essere romano” è un atteggiamento istintivo: lo slancio del senso di appartenenza non è ragionato o studiato, fluisce in maniera del tutto anarchica in noi. Siamo cresciuti con una storia cantata e rappresentata in una molteplicità di linguaggi. Ma cantare questa essenza bisogna conoscere i problemi della città: Roma è sempre stata “de core” e ultimamente ostentare questa semplicità è diventato una moda. Anche sotto le luci dei più bei monumenti si trovano volti e storie tristi, dietro un’apparente neutralità si coglie la problematicità di vivere in un mondo che è sempre più complesso. Se veramente vogliamo avere addosso l’odore di Roma dobbiamo innamorarci, oltre che della sua dolcissima e ammaliante bellezza, anche di questa semplicità così nascosta e condannata.

 

I.G.: Le tue canzoni quindi hanno riferimenti ben precisi, quale ne è il senso?

Stefano Migneco: Essere autore di parole di canzoni, essere paroliere, è diverso dall’essere poeti. Il poeta oggi è molto più libero, la poesia ormai è andata oltre le regole con la rottura del verso e il verso libero. Nella canzone, secondo me, deve rimanere una certa compostezza che può conferire la cosiddetta musicalità, che permette poi alle parole di sposarsi con la musica. Cerco di parlare della ricerca di libertà, quella libertà che spesso si respira nel giro di una danza zingara, della malinconia di chi riflette, del silenzio e della semplicità delle campagne. Cerco di comporre canzoni che sappiano di vino, legno e corde. Penso che la vita sia un viaggio, da quando nasci a quando muori, un percorso che ti offre una vista pazzesca e ti può far capire il mondo, se tu ti concedi al mondo. Le mie canzoni vogliono parlare di questo percorso, di ciò che si incontra dando ascolto alle voci di quelli che vengono etichettati “matti” e “disadattati” solo perché hanno la forza di costruirsi un’esistenza libera, fuori dagli stereotipi della massa.

 

I.G.: Qual è, tra quelle che hai scritto o cantato finora, la canzone che più ami e che meglio rappresenta il tuo pensiero?

Stefano Migneco: Non ce n’è una in particolare, c’è sempre un filo rosso che le lega tutte come se fossero una sola. “In un bicchiere di vino” è una canzone che amo molto: appartiene a chi sceglie di spogliarsi dei conformismi: si realizza quasi una rivoluzione interiore nel piangere per una donna che è andata via. Poi c’è “La chiamavano Francesca”: canto strade, i “sentieri” di Villa Gordiani, il quartiere dove sono nato e cresciuto e dove vivo tutt’oggi. I sentieri però non si interrompono mai: si estendono per città e contrade e così succede che da Villa Gordiani trovi una “casa” anche in altre zone che ti sanno sfiorare, che ti riservano un odore particolare. Più mi addentro per questi vicoli, più capisco di costruire a poco a poco il mio mondo dove vivere serenamente di musica e di storie. Una delle ultime canzoni che ho scritto si intitola “Poesia della sera” e dice: “Qualcuno ha scritto delle regole / sai, non sono del nostro mondo / qualcuno dice che fa male / e a noi piace disegnare / a noi piace poi cantare”. Credo che questi versi rappresentino in maniera molto sincera e immediata il mio pensiero.

 

I.G.: Sei giovanissimo, il tuo viaggio è appena cominciato, cosa stai costruendo per il futuro immediato?

Stefano Migneco: Siamo alla fase di missaggio e mastering del mio ep di esordio che dovrei presentare a settembre. La grafica è a cura di Alessandra Gosti, la mia dolce compagna di avventure. Vorrei portare le mie canzoni in tutta Italia. Cerco sempre di essere attivo, voglio costituire un’équipe che collabori al mio progetto. Sto studiando per presentare le mie canzoni con arrangiamenti diversi: la ricerca all’interno della musica è infinita. Mi impegnerò per fare delle mie canzoni il mio lavoro, creare un mondo che mi permetta di vivere solo di quello. Di strada ce n’è tanta da fare. Siamo qui, sul sentiero, dormiamo poco e pensiamo tanto… forse troppo… e non ci fermiamo mai!

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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