“Miele”, l’opera prima di Valeria Golino: l’angoscia profonda e la speranza tradita

“Miele”, l’opera prima di Valeria Golino: l’angoscia profonda e la speranza tradita

Giu 30, 2014

“Thou know’st ‘tis common; all that lives must die,
Passing through nature to eternity.” 

Queen Gertrude – Act I Scene II – Hamlet, William Shakespeare

Sette nomination al David di Donatello 2014, cinque per il Ciak d’Oro, tre Nastri d’Argento nel 2013, Miele è l’opera prima di Valeria Golino. Il 2013 è anche l’anno del Globo d’oro per la “Migliore opera prima” alla regista, mentre Jasmine Trinca riceve quello come “Migliore attrice”. Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2013 nella sezione “Un Certain Regard“. 

Irene non è solo Irene. Lei è anche Miele: un angelo preciso e rigoroso che appronta la morte per i malati terminali stanchi di sopravvivere. Vecchi o giovani, tutti trovano conforto nell’amaro veleno per cani che la giovane compra in Messico.

Miele ha gli occhi diffidenti e lo sguardo imbronciato di Jasmine Trinca, si muove schiva nella sua stessa vita di figlia che ha perduto la madre per una malattia e di studentessa di medicina fallita, di donna che si accontenta di un uomo sposato, distante e superficiale.

Miele ha gli occhi duri, la tenacia e l’impeto dei suoi trentadue anni, ma non è dolce il suo antidoto alla vita malata delle persone che aiuta a morire. Tutto sembra procedere per una “triste distrazione” fino a quando non le viene proposto di aiutare un ingegnere, Carlo Grimaldi. La giovane ignora che l’uomo ha “una salute di ferro” e pertanto dal momento in cui lo scopre cerca in ogni modo di farsi restituire il barbiturico che gli ha venduto.

Nasce così tra i due un legame molto particolare, fragile e indissolubile allo stesso tempo. La “timida e solitaria” Irene incontra l’annoiato e disincantato Carlo.

Cecchi e la Trinca creano un’alchimia irresistibile: l’uno costruendo con eleganza impareggiabile un uomo difficile da decifrare e dall’ironia terribile, l’altra rendendo – a volte molto enfaticamente – la figura di una donna indecisa e profondamente fragile, ma caparbia nel volersi mostrare talmente forte da sostenere gli ultimi sguardi di chi la assolda per raggiungere la pace che la malattia ha distrutto.

Carlo Cecchi dona levità alla crudele amarezza del suo personaggio che risponde, per certi versi, alle mancanze di Miele, così diafana: Carlo Grimaldi è, senza timore alcuno e sfacciataggine, il corpo di un uomo che ritiene di avere vissuto anche abbastanza, ma non per questo si ingobbisce o cerca di apparire immateriale. Anzi, Cecchi definisce questa personalità così particolare, quasi contraddittoria, mostrandola mentre riempie lo spazio che la circonda con decisione.

Carlo Grimaldi incarna l’incapacità di trovare interesse negli altri troppo apatici, imbruttiti e aridi, possiede tutta la malinconia, il fare grave e distaccato, la disillusione e la delusione che accompagnano in misure diverse anche altri personaggi interpretati da Cecchi, come Amleto ed Ivanov e Renato Caccioppoli in “Morte di un matematico napoletano”. Il risultato è perciò una sapiente amalgama della tragicità e della tensione che uno sguardo, una battuta tagliente, un silenzio carico di tenerezza e profonda insofferenza sanno creare.

Diversamente Irene, sempre nascosta dietro l’alter ego agrodolce, quando si trova tra gli altri si curva, cerca quasi di ridurre al minimo gli effetti della sua presenza: deve essere invisibile per i malati e finisce per diventarlo anche per se stessa.

L’attenzione si sposta, dal tema scottante della legittimità dell’eutanasia e della morte assistita, al dramma interiore della donna che deve scegliere se continuare o meno ad essere la liberatrice dei disperati che la cercano e la pagano.

Valeria Golino dirige questa storia con schiettezza e audacia seguendo il punto di vista della giovane donna. Ne risulta una conduzione lineare che contribuisce a sottolineare l’intento di raccontare una vicenda con uno stile scevro da qualsiasi implicazione ideologica.

Eutanasia sì. Eutanasia no. Non c’è una risposta.

Con giochi di specchi, vetri e riflessi, è Irene nel suo rapporto con Carlo – che farà crollare ogni sua convinzione già di per sé piuttosto precaria – ad essere importante. A volte Miele sembra persino essere consapevole di trovarsi davanti ad un pubblico e guarda in macchina con intensità, come ad insistere ancora sulla problematicità della sua condizione.

Anche la fotografia limpida di Gergely Poharnok, spesso tende ai toni freddi e al bianco: i ricordi e l’indecisione della protagonista sono sempre messi in relazione. Così come la musica, dalla “Skip Divided” di Thom York e dalla “Stranger” di  Christian Reiner, alla Tonadilla VIII di Enrique Granados – è quasi sempre Miele a proporla quando non sono i malati o lo stesso ingegnere a sceglierla – sembra rispondere alla necessità di mostrare i personaggi e loro interiorità tormentata.

Non risposte, né certezze.

Rimarrà solo il sorriso amaro di una ragazza che rifiuta di essere un ossimoro in carne ed ossa e sceglie invece di essere semplicemente Irene che, però, perderà Carlo.

Nella scelta di rendere spettacolare il suo ultimo gesto, l’ingegnere divide lo spettatore: che il suo atto sia da intendere come una sfida nei confronti di quella apatia che lui stesso osteggia o sia semplicemente una resa?

Rimane l’unica certezza: tanto avrebbe potuto donare Carlo ad Irene e tanto avrebbe potuto ricevere da lei. Tanto avrebbe potuto insegnarle e mostrarle, ma si è negato alla vita e a se stesso. Nel gesto plateale e terribile dell’uomo germogliano l’angoscia profonda e la speranza tradita.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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