Intervista di Sarah Mataloni al regista e sceneggiatore Gianmarco D’Agostino

Intervista di Sarah Mataloni al regista e sceneggiatore Gianmarco D’Agostino

Giu 29, 2014

Regista e sceneggiatore, Gianmarco D’Agostino è nato ad Arezzo nel 1977 e si è laureato in Storia e Critica del Cinema presso l’Università degli Studi di Firenze. Vive e lavora tra Firenze e l’Europa, scrivendo e dirigendo documentari e campagne di comunicazione, commissionati da enti pubblici e fondazioni bancarie.

Ha girato quattro documentari d’arte con Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, tra cui Il Tempo di Michelangelo, dedicato alla Cappella Sistina in Vaticano e alle Cappelle Medicee nella chiesa di San Lorenzo a Firenze.

Molto attivo nel sociale, anche come volontario, ha lavorato con alcuni detenuti delle carceri di Firenze e Ferrara a un progetto di un anno sullo storytelling. Da questa esperienza è nato il documentario Oggi voglio parlare, prodotto da Regione Toscana. Per il progetto di lungometraggio Florence, the Consul and Me è stato ammesso al workshop europeo di sviluppo documentari Archidoc, finanziato dal programma Media, e selezionato ai pitching forum di Budapest, Firenze e Trieste.

Il film racconterà la ricerca personale sulle tracce del Console tedesco Gerhard Wolf, e della sua lotta per salvare Firenze dalla furia nazista. Durante le ricerche in Israele Gianmarco ha scoperto le sue origini ebraiche, riuscendo a trovare un ramo della famiglia ormai dimenticato.

Proprio a Gerusalemme, nell’ottobre 2013, ha diretto per la Jerusalem Opera la video arte per l’allestimento del Don Giovanni di Mozart.

Conosciamo Gianmarco D’agostino più da vicino, scoprendo ricordi, progetti ed esperienze legate alla sua passione e professione, la macchina da presa.

 

S.M.: Qual è il tuo primo ricordo legato alla macchina da presa?

Gianmarco D’agostino: La mia prima vera passione è stata il tennis. Per questo nell’estate dei miei 12 anni chiesi a mamma e papà una telecamera per farmi riprendere mentre giocavo e imparare dai miei errori. Li convinsi con questa scusa, eppure se oggi guardo le mini cassette VHS di quell’estate, vedo soltanto inquadrature della ragazzina che mi piaceva!

 
S.M.: C’è stato un momento preciso della tua carriera artistica in cui hai deciso di farne una professione? Quali sono state le tappe fondamentali della tua formazione?

Gianmarco D’agostino: Mentre frequentavo i corsi di musica e spettacolo alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze, sentivo che tutta quella storia e quella teoria non mi bastavano. Decisi che dovevo imparare qualcosa di pratico, qualcosa che, forse, avrebbe potuto farmi lavorare un giorno. Scelsi il montaggio, perché mi pareva il momento cruciale per un film: tecnica e creatività dovevano fare a pugni per poi trovare una sintesi. Mi esercitavo su qualsiasi cosa mi capitasse a portata di mouse: video musicali, cortometraggi, backstage. Fu proprio un “dietro le quinte” a farmi notare da uno studio di produzione di Firenze. Alessandro Anichini, il montatore dello studio, mi chiamò proponendomi di fargli da assistente, e quasi non potevo crederci. La mia gioia fu ancora più grande quando, poco tempo dopo, mi trovai a lavorare di fianco a lui come sceneggiatore e regista di spot e documentari. Mentre continuavo a imparare “sul campo fiorentino”, mi sono trasferito a Roma in cerca di lavoro come assistente alla regia. Ho bussato alle porte di alcune produzioni, ma venire da Firenze senza alcuna esperienza di set rendeva l’impresa molto difficile. Poi un direttore di produzione, Roberto Di Coste, ha voluto darmi una possibilità sul set del film per la TV “Il Grande Torino”. E da quel momento mi ha chiamato in molti film per la TV e per il cinema. Tra le bellissime esperienze che gli devo il film “Fuoco su di Me” con Omar Sharif, diretto da Lamberto Lambertini e prodotto da Sergio Scapagnini.

 
S.M.: Nel 2012, hai realizzato, con l’aiuto dello scrittore Marco Vichi “Oggi voglio parlare”, 10 storie di uomini e carcerati che si raccontano davanti alla macchina da presa. Che ricordi hai di questa esperienza?

Gianmarco D’agostino: È stato uno dei progetti più difficili cui abbia preso parte. Per alcuni mesi Marco Vichi e io abbiamo ascoltato, con l’aiuto della regista teatrale Elisa Taddei, le storie di decine di detenuti nelle carceri di Firenze e Ferrara. Le abbiamo scelte, sceneggiate, e poi ce le siamo fatte raccontare di nuovo dagli autori davanti alla macchina da presa. Ne è venuto fuori un affresco duro e sincero della vita in prigione. Ma anche uno sguardo e una prospettiva fuori dalla prigione, grazie alla musica e alle registrazioni di Massimo Altomare che ha aiutato alcuni detenuti a esprimere il loro talento e forse, un giorno, a usarlo “fuori”. Ho sempre pensato che la cosa più bella per un regista sia quando il proprio film viene percepito come qualcosa di “utile” oltre che “bello”. In questo caso ho sperimentato qualcosa di nuovo: ho sentito che questo film era qualcosa di importante, per le persone che ne facevano parte, prima ancora di essere finito.

 

S.M.: Attualmente, tra i vari progetti, stai lavorando al documentario “Florence, the Consul and me”. Qual è stato il tuo punto di partenza nella costruzione di questo progetto e che cosa ti sta regalando?

Gianmarco D’agostino: Circa tre anni fa gli scrittori Leonardo Gori e Marco Vichi, insieme a Lorenzo Cinatti, Direttore della Scuola di Musica di Fiesole, mi hanno parlato della storia di Gerhard Wolf, Console tedesco a Firenze durante l’occupazione nazista, che invece di seguire gli ordini, rischiò la propria vita per salvare ebrei e prigionieri politici, dando anche un notevole contributo alla salvezza di molte opere d’arte di Firenze. Alla curiosità per una storia così importante per la mia città, è seguita presto una domanda che ha mosso i miei passi negli archivi di mezza Europa: perché Gerhard Wolf ha scelto di rischiare tutto per salvare la vita di altre persone? Era un eroe? O soltanto un uomo che ha agito secondo coscienza? Le mie ricerche mi hanno portato fino in Israele, dove non solo ho fatto domanda perché venga riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato alcune vite di ebrei perseguitati, ma ho scoperto anche qualcosa di inaspettato sulla mia famiglia. Sapevo che mia nonna è ebrea, proveniente da una numerosa famiglia turca, ma non sapevo che una delle sue zie fosse stata deportata da Salonicco con i due figli piccoli, e uccisa ad Auschwitz. Questa scoperta ha dato inizio ad una ricerca parallela a quella sul Console di Firenze, che mi ha portato a incontrare intorno a Tel Aviv alcuni parenti di cui la mia famiglia aveva perso memoria. A volte è vero che il cinema influisce sulla vita…

 

S.M.: Puoi raccontarmi un aneddoto divertente della tua esperienza di regista?

Gianmarco D’agostino: Spesso i registi si prendono troppo sul serio, e girano il film “con la porta chiusa”, senza lasciare “la finestra aperta”, senza spazio all’improvvisazione. Anche io non facevo eccezione quando, nel 2009, stavo girando un docu-fiction in Mugello. La protagonista, Agnese Verdelli, doveva guidare un vecchio pulmino Volkswagen giallo per diverse scene quando, a un tratto, il pulmino si ferma, in salita, senza volerne sapere di ripartire. Mentre mi dispero seduto per terra, pensando a tutte le riprese che non avremmo fatto quel pomeriggio, e alla troupe di una quindicina di persone, ferma in attesa del soccorso stradale, Alessio Lavacchi, aiuto regista, montatore e amico, mi dà una scossa e organizza una ripresa in cui la protagonista si arrabbia perché il suo pulmino l’ha piantata. E ancora oggi quando rivedo quell’inquadratura mi viene da ridere, pensando che spesso un contrattempo può diventare un’opportunità.

 
S.M.: Da cosa ti lasci guidare per la realizzazione di un film… Qual è il tuo punto di partenza?

Gianmarco D’agostino: Come ti raccontavo per il film sul Console di Firenze, la prima molla è la curiosità. Il mondo è pieno di storie da raccontare, basta essere pronti ad ascoltarle. Poi c’è la scelta: a quale di queste storie vuoi consacrare i prossimi anni di vita? Perché spesso occorrono anni per fare di queste storie un film. E poi c’è il lavoro con i collaboratori, un momento fondamentale per la riuscita di qualsiasi progetto. Ad esempio in quasi tutti i miei lavori c’è la mano e la luce di Yari Marcelli, un direttore della fotografia con il quale ormai ci intendiamo con lo sguardo. Quello che mi manca di più è un rapporto solido con un produttore italiano. So che ce ne sono molti là fuori, capaci, affidabili, appassionati. Ma spesso la difficoltà, per me come per altri giovani autori, è riuscire a trovarne uno che legga i progetti e sappia dirti in tempi, ragionevoli, non biblici, un sì o un no. A volte penso che il problema più grave in Italia, sia proprio quello di non avere il coraggio di dire NO, evitando di lasciare in sospeso progetti e autori.

 
S.M.: Prossimi progetti?

Gianmarco D’agostino: Ho appena finito di scrivere un film con Matteo Bortolotti, romanziere e sceneggiatore di Bologna. È una storia che mi porto dentro da qualche anno, e grazie a Matteo è diventata il film che vorrei vedere al cinema stasera… È una commedia fresca, leggera e quindi profonda. È pronta per essere letta da uno di quei produttori di cui parlavo prima, è pronta per ricevere dei NO, ma soprattutto dei bei SÌ!

 

Written by Sarah Mataloni

 

 

 

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