Brasile, l’altra faccia del mondiale: favelas, turismo sessuale, indios sfrattati e denigrati, deforestazione

Brasile, l’altra faccia del mondiale: favelas, turismo sessuale, indios sfrattati e denigrati, deforestazione

Giu 16, 2014

«O Brasil, ame-o ou deixe-o.» Il Brasile, amalo o lascialo. (Jorge Amado)

 

Nell’immaginario collettivo il Brasile è un Paese nel quale le persone ballano, cantano, giocano a calcio e si divertono tutto il giorno, ma nella realtà non è esattamente così. Certamente queste attività fanno parte della cultura brasiliana ma di problemi da affrontare quotidianamente ne hanno a sufficienza e l’arrivo dei mondiali ne ha portato ulteriori.

Si sa, quando in uno Stato vengono ospitati eventi importanti come i mondiali di calcio tutta la popolazione viene, volontariamente o meno, coinvolta. Ed i costi di questi avvenimenti si riversano su chi paga le tasse e su chi preferirebbe che i soldi dello Stato venissero adoperati per il benessere dei meno abbienti.

Pare infatti che questo mondiale di calcio sia il più costoso della storia e a pagarlo non sono altro che i cittadini brasiliani. Le cifre spese non sono note ma è certo che è stata spesa una cifra tre volte superiore a quanto era stato redatto nel 2007 e che le spese affrontate non verranno superate dai guadagni.

Pare che attraverso la Coppa del Mondo il Brasile volesse dimostrare di essere una potenza internazionale ed è vero che negli ultimi dieci anni circa il Brasile ha subito una notevole crescita ed una riduzione della povertà. Ma non è abbastanza.

Troppe persone abitano ancora nelle favelas, le immense baraccopoli situate ai margini delle città, la sanità è un problema e non ancora un diritto, l’acqua non è a disposizione di tutti e il Paese conta milioni di analfabeti. Gli ospedali sono troppo spesso troppo lontani da chi ne necessità ed è paradossale osservare che al posto delle strutture sanitarie siano state costruite imponenti strutture sportive dove verranno giocate partite di calcio da giocatori pagati milioni d’euro l’anno.

Non c’è quindi da sorprendersi per le numerose manifestazioni che in questi giorni si stanno verificando in tutto lo Stato. La protesta più rappresentativa di questo malcontento è stato lo sciopero dei lavoratori della metro di San Paolo che ha causato un ingorgo di ben 209 chilometri.

È paradossale inoltre scoprire che questo mondiale sarà anche il più tecnologico di tutti i tempi. La copertura media è ampissima così come l’alta definizione adoperata in ogni campo. Inoltre ci saranno delle telecamere particolari che monitoreranno i cosiddetti “goal fantasma” grazie alle quali ogni arbitro, con il supporter di uno smartwatch che indosserà al polso, potrà immediatamente avere il responso tecnologico in caso di azioni dubbiose. Tutto ciò mentre milioni di persone muoiono di fame o vivono nelle strade prostituendosi.

Va infatti ricordato che uno dei principali motivi per i quali gli italiani, ma non solo, visitano il Brasile, è il turismo sessuale.

Un noto programma sportivo televisivo alcuni giorni fa mostrava come in attesa dell’inizio del campionato di calcio le prostitute brasiliane venissero istruite affinché acquisissero un adeguato vocabolario multilingue composto da termini sessuali adeguati al loro mestiere.

E quando gli stessi giornalisti occupatisi dell’inchiesta hanno sondato la conoscenza di lingue straniere da parte delle stesse prostitute si sono resi conto di come la lingua più conosciuta oltre a quella madre fosse non l’inglese ma l’italiano.

La tratta delle donne, dei bambini, e degli esseri umani in genere è ancora molto, troppo, ampio in Brasile. Cominciato con l’occupazione del territorio da parte degli europei non si è mai fermato.

Sembra che ogni anno oltre settantamila donne si trovino coinvolte in traffici che vanno dal commercio di organi allo sfruttamento della manodopera. Per non parlare poi delle donne che, passando per l’Amazzonia prima, per il Venezuela e il Suriname poi, vengono smistate per partire verso l’Europa occidentale.

Ma non è tutto. Come dimenticare i “povos indígenas brasileiros”, i popoli indigeni del Brasile, gli indios, i veri abitanti del Brasile. I loro diritti sono stati violati, numerosi di loro sono stati sfrattati per far posto agli stadi e quotidianamente tanti di loro rimangono senza casa e soprattutto senza terra.

Prima dell’arrivo degli europei in questi territori si potevano contare oltre cinque milioni di indios, oggi ne sono rimasti solamente duecentomila circa. La crescita economica del Paese non ha fatto conto con i diritti delle popolazioni originari e sembra aver completamente scordato le proprie origini. Ma cosa si può pretendere da una presidentessa di origini bulgare che ha sempre fatto la bella vita tra case di lusso e collegi importanti.

Last but not least, anziché sfruttare in modo positivo l’Amazzonia, il polmone verde del mondo, il governo brasiliano ha preferito ferirla, indebolirla, con la deforestazione, con lo sfruttamento selvaggio delle risorse idriche, con lo sfratto di chi sapeva come comportarsi all’interno di quell’intricato e prezioso ecosistema.

Per dare un’idea concreta del danneggiamento, negli ultimi trent’anni sono stati rasi al suolo settecentocinquantamila chilometri quadrati di Foresta Amazzonica, una superficie corrispondente a due volte e mezzo quella dell’Italia.

Sarebbe bello se prima di ogni partita si parlasse di questi problemi. Alla maggior parte delle persone ben poco importerebbe ma ci sarebbe certamente una parte di esse che colpiti sarebbero portati ad informarsi maggiormente e magari a rispettare un po’ di più l’ambiente in cui viviamo.

Senza la Foresta Amazzonica neppure il resto del mondo esisterebbe, chissà se prima o poi ci si renderà realmente conto della gravità della situazione.

 

Written by Rebecca Mais

 

 

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