Intervista di Rebecca Mais a Guido Mattioni ed al suo ultimo romanzo “Soltanto il cielo non ha confini”

Intervista di Rebecca Mais a Guido Mattioni ed al suo ultimo romanzo “Soltanto il cielo non ha confini”

Giu 8, 2014

Guido Mattioni è tornato a deliziarci con la sua scrittura ricca di nuove storie e di significato.

 

Dopo aver letto l’ultima sua opera, “Soltanto il cielo non ha confini”, ambientata nel confine tra Messico e Stati Uniti d’America, abbiamo deciso di intervistare ancora una volta l’ormai noto giornalista e scrittore  il quale si è gentilmente prestato a rispondere ad alcune domande.

Una conversazione davvero interessante che permette di conoscere le vicende giornalistiche ed umane di Guido Mattioni e soprattutto grazie alla quale si possono ripercorrere la genesi del suo romanzo e i suoi pensieri sul mondo letterario nazionale ed internazionale.

Inoltre il giornalista friulano trapiantato a Milano ci ha svelato alcuni indizi sul suo nuovo lavoro ancora in corso d’opera. Buona lettura.

 

R.M.: La tua fama di giornalista ti precede ed ancora di più il successo ottenuto con il tuo precedente romanzo “Ascoltavo le maree”. Ma per chi ancora non ti conosce, come e quando hai cominciato a scrivere?

Guido Mattioni: Ai tempi dell’università ero uno svogliatissimo studente udinese di giurisprudenza che sognava di fare il giornalista e scribacchiava dove poteva, appena gli capitava, su testate studentesche o altro. Ma per l’inizio della mia vera attività professionale posso fornire una data precisa: il 7 maggio 1976. All’indomani del terribile terremoto che distrusse il cuore del Friuli “mi inviai” in quei paesi martoriati con un bloc-notes in mano, senza l’incarico di alcun giornale, perché sentivo che “vedere” e “raccontare” era ciò che dovevo fare e che volevo fare a tutti i costi nella vita. Fu un battesimo di fuoco; vidi cose strazianti, come quelle dopo un bombardamento, con corpi tirati fuori a pezzi, ma fui anche testimone di storie umane straordinarie: di dolore, di speranza, a volte di inattesa gioia come quando vidi riemergere una vita dalle macerie. In quello scenario, quasi di guerra, strinsi amicizia con alcuni grandi inviati di importanti giornali nazionali; conoscendo ogni angolo della mia terra io li portavo in giro, li aiutavo, a volte “traducevo” dal friulano stretto parlato dai più vecchi in certi paesini isolati, per raggiungere i quali dovevi fare gli ultimi tratti di strada a piedi. Due di quegli inviati in particolare, i grandi Egisto Corradi e Gianni Moncini, parlarono bene di me a Indro Montanelli: “Il ragazzo ci sa fare, è curioso e ha buoni piedi”, ovvero le doti che per quel leggendario direttore erano (e sono) le sole necessarie a un bravo giornalista. Così mi arrivò prima un contrattino di corrispondente locale, retribuito di fatto con la gloria; e un anno e mezzo dopo – ricordo benissimo, era un venerdì del maggio ’78 – una telefonata dalla segretaria di Montanelli: “Fai la valigia e vieni a Milano, da lunedì sei assunto in redazione”. Ho iniziato così, poi è venuto tutto il resto. E cioè 35 indimenticabili anni di carriera, lavorando con grandi maestri, cambiando diversi giornali, occupandomi di tutto e intervistando chiunque, dagli spacciatori di droga ai premi Nobel, ricoprendo di fatto tutti gli incarichi professionali, da semplice cronista a vicedirettore, ma soprattutto girando il mondo come inviato speciale, il lavoro che ho sempre amato di più; perché consisteva appunto nel “vedere” e nel “raccontare”, ovvero quello che volevo fare da ragazzo.

 

R.M.: Quali sono le tue letture abituali e quali i tuoi autori preferiti?

Guido Mattioni: Grazie a mia mamma, professoressa di Italiano e innamorata della letteratura, sono cresciuto in mezzo ai libri fin da piccolo; sono stati i miei amici e i miei “giocattoli” preferiti. Ero un bambino che aveva un’idea vaga sul ruolo di un terzino, ma che sapeva che cosa fosse una terzina; e ancor oggi sono un sessantaduenne che ignora il ruolo esatto di un terzino. Eppure vivo lo stesso benissimo. Letture abituali? Il mio criterio di scelta è ed è sempre stato molto semplice: leggo soltanto libri scritti bene, il che oggi vuole dire lasciar perdere quasi tutti quelli presenti nelle classifiche dei best seller che sono spesso finte, falsate, “pilotate” tanto quanto lo sono peraltro i grandi premi letterari. Il discorso sarebbe lungo; ma rimanendo io, “dentro”, un giornalista, sono andato a scavare sotto la patinatura delle copertine e dietro alle fascette; e posso dire di aver visto e saputo “cose che voi umani…”  Con la conseguenza che, nel caso non ci sia nulla di nuovo e valido in libreria, e rifiutandomi di obbedire ai diktat del marketing editoriale o di farmi condizionare dai consigli di qualche salottino catodico di quelli “perbenino”, rileggo i libri migliori, quelli immortali. Rileggere una volta di più Il vecchio e il mare o La confraternita del Chianti non può che farmi un gran bene per imparare e migliorarmi, perché non si smette mai di farlo. Uomini e topi lo aprii per la prima volta a 10 anni (pur se non era lettura da decenne) e da allora me lo rileggo quando mi passa per la testa l’idea presuntuosa di saper scrivere. Col che ti ho già detto anche chi sono i miei preferiti: Ernest Hemingway, John  Fante, John Steinbeck. Ma potrei aggiungere Mark Twain, William Faulkner, Tom Wolfe, Saul Bellow, la mia adorata Flannery O’Connor… Sì, è vero, perlopiù sono americani. Questione di gusti. Ma adoro anche il britannico Chatwin, il francese Simenon, il brasiliano Amado o l’appena scomparso colombiano Marquez. Italiani? Certo, ce ne sono tanti che amo, come per esempio Sciascia, Calvino, Arpino, Arbasino, Pasolini, Brancati…

 

R.M.: Qual è la tua opinione nei confronti degli scrittori contemporanei italiani?

Guido Mattioni: C’è una domanda di riserva? No, scherzo… Tuttavia al momento me ne vengono in mente soltanto tre, diversissimi tra loro, ma comunque grandi: lo scomparso Tiziano Terzani, Aldo Busi e Sebastiano Vassalli. Salvo valide eccezioni che ho senz’altro dimenticato, e me ne scuso, rubando il refrain al grande Franco Califano potrei dire che “tutto il resto è noia”. Vedo perlopiù libri scritti in un Italiano di livello mantenuto a mio avviso volutamente basso, che si traduce in un susseguirsi ossessivo e per me illeggibile di frasi composte da quattro/cinque parole e un punto. Mi sembrano più manuali di telegrafia, che libri. Ma ripeto: non è casuale, è voluto. Gli americani direbbero: “È il marketing, bellezza!”, e cioè quanto serve per darlo in pasto a un pubblico di massa, quello che si esprime come i concorrenti di Amici o di X Factor. Quindi via la punteggiatura – dove sono finiti i punti e virgola e i due punti? – e irrevocabile condanna a morte dei congiuntivi e delle frasi subordinate. Quanto alle storie raccontate, mi pare che anche quelle – salvo le già citate rare eccezioni – siano quasi di default: dei gran fritti misti di sociologia, psicanalisi e sessuologia insaporiti da stati depressivi, turbe, anoressie, violenze in famiglia e vicende di corna ambientate o in degradate periferie urbane o in attici superlusso – tertium non datur – con qualche spolverata di brand famosi per strizzare l’occhio alla pubblicità, spruzzate di turpiloquio e tanti sguardi dal buco della serratura. Perdipiù, al 99%, l’ambientazione è rigorosamente italiana, tanto che mi chiedo: ma non viaggiano mai gli scrittori italiani? Possibile che non venga data anche a noi la fortuna di avere un Chatwin? Cavoli, c’è tutto un mondo da raccontare, là fuori!

 

R.M.: Per quale ragione hai deciso di trattare la tematica della frontiera? Ha forse a che fare con le tue esperienze giornalistiche?

Guido Mattioni: Hai visto giusto: era una storia che mi portavo dentro dal 1986, ma che per via della vita che ho fatto per tanti anni, sempre con la valigia pronta per partire con preavvisi minimi, non avevo avuto modo di mettere sulla carta. Per scrivere romanzi, almeno a me, serve calma, concentrazione, e ho dovuto attendere la pensione per poter iniziare quello che “volevo fare da grande”. Così sono finalmente usciti nel marzo 2013 il primo libro, Ascoltavo le maree (Ink edizioni), giunto alla quarta edizione e che è stato adottato come testo di lettura nei corsi di Italiano della Georgia State University di Atlanta (scusami, ma è il risultato al quale tengo di più); e quest’anno, a fine aprile, Soltanto il cielo non ha confini (sempre con Ink), storia che come ti stavo dicendo avevo dentro dal 1986. Nel maggio di quell’anno stavo girando da settimane gli Stati Uniti per il settimanale mondadoriano Epoca alla ricerca di storie da raccontare, quando un amico, un funzionario governativo di Washington, mi suggerì: “Vai giù a El Paso, in Texas, al confine con il Messico, e vedrai cose che non immagini nemmeno”. Presi il primo aereo e andai. L’amico aveva ragione: allora, in Italia, non avevamo nemmeno mai sentito l’espressione “immigrati clandestini”, perché la prima nave carica di albanesi sarebbe arrivata sulle nostre coste solo nel 1991. Aggregatomi a una pattuglia del Border Patrol, la polizia confinaria americana, potei così vedere lo tsunami umano di disperati, le cosiddette wetback (le schiene bagnate) che ogni notte, al buio, guadavano il fiume Rio Grande, superavano le alte reti metalliche, poi attraversavano due autostrade trafficate percorse da auto e camion inseguendo il loro sogno americano. Alcuni ce la facevano e ce la fanno ancora ogni notte, ingoiati dall’oscurità e poi dalla vastità dell’America. Tanti altri no: i più fortunati di questi perché catturati dalla migra, i meno fortunati cadendo al suolo dalle barriere o sbattuti da un tir contro un muretto New Jersey.

 

R.M.: Da chi vorresti venisse letto il tuo libro? Qual è il tuo pubblico ideale?

Guido Mattioni: È il pubblico che non trovi di certo nei salotti letterari, quelli mentalmente polverosi e “tarlati” dai giochetti di potere; né tantomeno in quelli catodici e dall’aria perbenino che ho menzionato prima, frequentati dai soliti amici e dagli amici degli amici. Vorrei invece che il mio libro fosse letto da chi non si vergogna a considerarsi e a essere considerato prima di ogni altra cosa un essere umano. Perché da quelle notti del maggio ’86 io porto vivo e vivido, nella mente e nel cuore, il ricordo degli occhi di quegli immigrati che grazie al visore a infrarossi datomi dagli agenti vidi brillare di un verde fosforescente nel buio. Allora provai per loro rispetto, perché capii che ci vuole un coraggio immenso, disperato, per inseguire il sogno legittimo di andare a stare meglio, oppure più liberi, strappando per questo il cordone ombelicale che ci lega alla nostra terra e ai nostri cari e correndo rischi indicibili, compreso quello di morire. È lo stesso identico rispetto che provo oggi quando vedo in tv quegli occhi di uomini, donne e bambini brillare di freddo, di paura e di speranza sui gommoni stracarichi nel nostro mare di Sicilia. Vedo la stessa luce che avevo visto quasi trent’anni fa lungo il Rio Grande; è una luce che non spegni di certo con lo spauracchio di fare dell’immigrazione un reato. Mi viene da ridere, quando la sento, perché questa è una panzana buona per chi fa politica e per chi ha così poco cervello e cuore per crederci. Io non faccio politica, della politica sinceramente me ne frego: io ho visto qualcosa con i miei occhi e l’ho sentito dentro al cuore. E adesso l’ho raccontato perché questo è quello che so fare e faccio da quasi quarant’anni: raccontare le storie della gente.

 

R.M.: Una parola per descrivere il tuo libro?

Guido Mattioni: Solanto “umano”, non ne potrei immaginare né desiderare un’altra.

 

R.M.: I tuoi libri possono essere acquistati anche in formato digitale. Qual è il tuo parere sugli e-books? Leggi mai e-books?

Guido Mattioni: Penso che offrano un’opportunità in più per leggere e a un prezzo più basso, anche se in Italia per colpa di un’Iva folle costano ancora troppo. Non facciamo gli spocchiosi e ricordiamoci che nel mondo ci sono milioni di persone ipovedenti ai quali l’ebook ha dato la possibilità di ingrandire il carattere di stampa e quindi di ritornare a poter leggere; per non parlare delle persone malate, costrette a letto o su una carrozzina e che per questo non possono entrare in una libreria; o pensiamo anche soltanto a quelli che vivono lontani da centri abitati dotati di librerie. È ovvio, io continuo a preferire i libri tradizionali, ma quando viaggio prendo su il mio Ipad dove tengo soprattutto i grandi classici, da Shakespeare a Dante, passando per Hemingway, Fante, Faulkner… Sì, insomma, tutti quelli che ti avevo citato prima: quelli bravi, soltanto loro, perché si impara a scrivere bene unicamente leggendo bene. Il resto è denaro e tempo sprecato.

 

R.M.: Il tuo prossimo libro? Stai forse lavorando a qualcosa di nuovo?

Guido Mattioni: Sì, ho iniziato una terza storia americana, molto americana; sarà un mio omaggio alla strada e a chi ci vive, conducendo un’esistenza nomade. In fondo glielo dovevo, alla strada: perché nei miei viaggi mi ha fatto incontrare una straordinaria umanità di gente ordinaria e quindi vera, autentica; e soprattutto perché di storie me ne ha raccontate tante.

 

R.M.: Per saperne di più sul Messico e le terribili vicende di coloro che quotidianamente tentano di superare il confine alla ricerca del mitico sogno americano non vi resta che leggere “Soltanto il cielo non ha confini” (Ink Edizioni, 2014), un  viaggio in un mondo lontano da noi ma per alcuni versi molto più vicino di come si potrebbe immaginare.

Grazie ancora una volta Guido per la tua disponibilità e non vediamo l’ora di leggere il tuo prossimo romanzo.

 

Written by Rebecca Mais

Photo by QGPhotoStudio

 

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