“L’amante”, di Marguerite Duras: quando l’amore per la scrittura diventa la ragione di vita

“L’amante”, di Marguerite Duras: quando l’amore per la scrittura diventa la ragione di vita

Giu 2, 2014

“Il difficile non è raggiungere qualcosa,

è liberarsi dalla condizione in cui si è.”

(L’amante, Marguerite Duras)

Le parole della scrittrice Marguerite Duras, contenute in una delle sue opere più intense: L’amante, in Italia edito dalla Feltrinelli, fanno riflettere. Parafrasando questa citazione, ciò che vuole comunicare la donna è che non è importante raggiungere la meta, ma liberarsi da una situazione in cui ci si sente stretti. L’importante è, appunto, la libertà. È questa la storia d’amore di una francese quindicenne con un giovane miliardario cinese e, sullo sfondo, il ritratto di una famiglia che vive in Indocina durante gli anni Trenta. Pochi ma fondamentali elementi che identificano la produzione letteraria dell’autrice, la quale ha preso in prestito eventi del suo vissuto e li ha inseriti in altri contesti, come quelli che fanno parte della sua fantasia. La realtà diventa, dunque, fonte d’ispirazione per la scrittura, facendone la sua ragione di vita.

Perché Marguerite Duras ha vissuto sempre intensamente gli episodi che l’hanno resa partecipe dei problemi d’incomunicabilità con la famiglia – fonte di agitazione, e principale causa delle insicurezze adolescenziali −, gli amori travolgenti, il coinvolgimento nella Resistenza e con il marxismo, il ruolo importante nel dibattito culturale dell’epoca e, non da ultimo, i sacrifici compiuti per amore della scrittura, che l’ha condotta ad accesi dibattiti sul controllo dei suoi testi sia di produzione letteraria, sia cinematografica. A tal proposito consiglio la lettura di Marguerite, il romanzo scritto da Sandra Petrignani e pubblicato dalla casa editrice Neri Pozza, in occasione del centenario dalla sua nascita, che ripercorre la vita e le opere dell’autrice francese.

In un’intervista, l’autrice sostiene che la scrittura è: «Un soffio, incorreggibile, che mi arriva sì e no una volta la settimana, poi sparisce, per mesi. Un’ingiunzione molto antica, la necessità di mettersi lì a scrivere senza sapere ancora cosa: la scrittura stessa testimonia di questa ignoranza, di questa ricerca del luogo d’ombra dove si ammassa tutta l’intelligenza del vissuto. A lungo ho creduto che scrivere fosse un lavoro, ora sono convinta che si tratti di un accadimento interno, un ‘non lavoro’ che si raggiunge innanzitutto facendo un vuoto dentro di sé, e lasciando filtrare quello che in noi è già evidente».

Eppure, Duras pensa che la sua non sia un’attività paragonabile al vero e proprio lavoro, ma che sia più il fuoco di una passione ardente che proviene dalla sua anima; il desiderio eloquente di esprimere se stessa, quando la parola è difficile da pronunciare a chi la circonda. Di qui la convinzione che la sua produzione letteraria non sia paragonabile al movimento del Nouveau Roman − che si sviluppa in Francia tra gli anni Cinquanta e Sessanta −, e che vedrà il proliferarsi di un nuovo modo di scrivere – e di esprimersi – in grado di sovvertire i tradizionali canoni del romanzo ottocentesco come quelli che danno importanza al realismo e alle sequenze logiche della storia narrata. L’unica caratteristica che la donna sente di avere con il Nouveau Roman è «il fervore della ricerca», che la fa esplorare diverse realtà socioculturali − come quelle che emergono dalla sua sceneggiatura del film Hiroshima Mon Amour (1959), noto per essere una delle prime opere della Nouvelle Vague.

«Come te anch’io ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la smemoratezza. E come te ho dimenticato. Come te ho desiderato avere un’inconsolabile memoria, una memoria fatta d’ombra e di pietra. Ho lottato da sola con violenza, ogni giorno, contro l’orrore di non poter più comprendere il perché di questo ricordo. Come te ho dimenticato», a parlare è la protagonista del film, interpretata da Emmanuelle Riva. Tuttavia, queste parole potrebbero benissimo essere pronunciate da Marguerite Duras, poiché anche lei come la protagonista ha lottato per affermare se stessa, in un periodo in cui alla donna era concesso poco spazio nella società.

In realtà, non è un caso che la scrittrice sia stata attiva all’interno del nuovo movimento femminista. Tanto più che questa partecipazione le ha concesso di riflettere sulla sua scrittura, ma soprattutto sul passato e sulla violenza di quei rapporti sociali – in cui lei, il più delle volte, era «l’amante», appunto, che talvolta viveva con «dolore», ma che desiderava una «vita tranquilla» −, e familiari, in particolare con la madre Marie che non ha mai accettato la carriera della figlia. D’altronde lei desiderava una vita emancipata in cui avrebbe potuto esprimersi liberamente, come hanno sempre fatto gli uomini.

In effetti, Marguerite Duras ha detto che la sua non fosse una scrittura relegata nella categoria che la società definiva delle ‘donne che scrivono’, ma auspicava che fosse riconosciuta come una scrittrice tout court, che non ha nulla da invidiare agli uomini. Infatti, dopo il suo esordio letterario che avvenne nel 1942 con il romanzo Gli impudenti, raggiunse la fama nel 1950 con Una diga sul Pacifico, in cui si sentono gli influssi di autori americani come Ernest Hemingway e John Steinbeck, ma anche degli italiani come Cesare Pavese ed Elio Vittorini. La scrittrice, quindi, è attenta a tutte le forme della letteratura, perciò rifiuta sia le convenzioni sia le dicotomie.

Infatti, i personaggi dei suoi romanzi non hanno un nome ed è ribaltato completamente il ruolo dell’eroe presente nella narrativa precedente. Il personaggio, non avendo un’identità, è chiamato semplicemente “lui” o “lei”, secondo i casi. Il carattere e la posizione sociale del personaggio non sono più rilevanti, ma perdono quella visione antropocentrica che lo vede il protagonista degli avvenimenti raccontati; perde quindi sia di spessore, sia di azione e la sua psicologia è poco approfondita.

Il contenuto del romanzo non è l’elemento principale, bensì si cerca di esplorare una forma indipendente dal testo che rende la narrazione frammentata, disordinata e piena di salti temporali. Così, Marguerite Duras tende a scrivere senza sapere bene cosa, che, per certi versi, ricorda lo stile di Samuel Beckett, fautore insieme con altri del teatro dell’assurdo. Ciononostante, Duras, insieme a Beckett, decide di non partecipare al movimento dei nouveaux romanciers, poiché: «Sono tutti troppo intellettuali per me. Con una teoria della letteratura cui attenersi e ricondurre ogni fantasia. Io no, non ho mai avuto idee in proposito, cose da insegnare».

Benché la scrittrice abbia dedicato se stessa alla narrativa, per lo più di stampo autobiografico, dalla fine degli anni Sessanta – dopo la pubblicazione dei due romanzi Il rapimento di Lol V. Stein e Il viceconsole – si dedica completamente al cinema, in particolare come regista e sceneggiatrice. Infatti, realizza film quali Détruire dit-elle (1969), Nathalie Granger (1972), La femme du Gange (1973), India Song e Son nom de Venise dans Calcutta désert, per i quali ha lavorato dal 1974 al 1976 e molti altri, che, solo qualche volta, sono passati durante le rassegne cinematografiche.

Tuttavia, alcune sceneggiature di Duras – come la scrittrice finisce di chiamarsi, durante il periodo della vecchiaia in cui parla di se stessa in terza persona – sono la trasposizione filmica dei suoi romanzi in cui è evidente la «scrittura dell’abbandono»: qui è il silenzio a regnare sulla parola, che, per questo motivo, ottiene nuova musicalità. L’effetto prodotto è quello di una composizione frammentata, di frasi brevi e ripetitive, in cui non è importante la conclusione della storia, bensì la capacità di lasciare il tutto in sospeso che è imprescindibile per l’autrice.

Si è detto che Marguerite Duras ha riversato se stessa e le sue emozioni nelle parole, e che il vuoto e l’abbandono sono solo alcuni dei temi principali da lei trattati. Ebbene, la scrittura è un punto nevralgico della vita di una donna che ha avuto esperienze non sempre positive, anche con gli uomini che hanno messo a dura prova la sua personalità. Uomini come il giornalista, sceneggiatore e scrittore Gerard Jarlot, al quale Duras dedicherà il romanzo Moderato Cantabile, che rappresenta un intervallo fra la produzione iniziale e la successiva caratterizzata da varie sperimentazioni stilistiche. Moderato Cantabile è, poi, il titolo dell’omonima sonatina per pianoforte di Anton Diabelli. Anche nel titolo, perciò, si distingue la musicalità della scrittura, che non è ripetitiva nei temi trattati, bensì nella costante intertestualità.

È un processo alla scoperta del sé e delle potenzialità – anticonvenzionali − che la scrittrice possiede, e che dimostra nella già citata opera L’amante, di cui parlerà nell’intervista televisiva effettuata da Bernard Pivot. Per lei, infatti, la scrittura è «corrente», in altre parole: «Scrittura corrente, direi quasi distratta, che corre, che ha fretta di afferrare le cose più belle che di dirle, vede. Parlo della cresta delle parole, è una scrittura che è come se corresse sulla cresta, per andare veloce, per non perdere».

La scrittura va veloce come i cambiamenti socioculturali ai quali la donna ha assistito, o ha partecipato, come il Sessantotto e la seconda ondata del femminismo. Sono anni in cui si discute sulla presenza delle donne nel mondo dell’editoria e del giornalismo e, in generale, della cultura. Un periodo relativamente lungo, in cui la Duras s’interroga sul suo ruolo e sul rapporto che ha con il mondo delle lettere. Per lei anche la scrittura diventa un processo condiviso, proprio come il periodo della militanza politica – iscrivendosi al partito comunista, ma rompendo questo legame nel 1956 – e nell’ambiente parigino della rue Saint-Benoît, luogo dei dibattiti culturali tenuti da personalità come il poeta, scrittore e partigiano Robert Antelme e lo scrittore Dionys Mascolo.

La vita di Marguerite Duras – Nené, com’era chiamata da piccola, o Margot, come invece la chiamavano gli amici – è stata così intesa che lei stessa pare l’eroina di un romanzo, eppure la sua soggettività è forte e decisa, per quanto in cuor suo si senta fragile e incompresa. La sua era una richiesta d’amore, il bisogno di sentirsi rassicurata da chi la circondava. L’impossibilità di vivere i rapporti come avrebbe desiderato, l’ha resa una promotrice della cultura: provocava, sì, ma ci teneva affinché le sue opere fossero riconosciute.

«Scrivevo tutte le mattine, ma senza un orario, mai, se non per cucinare. Sapevo quando dovevo intervenire perché il cibo bollisse o perché non si bruciasse. E anche per i libri lo sapevo. Lo giuro. Tutto, lo giuro, non ho mai mentito in un libro. E neppure nella vita. Eccetto agli uomini. Mai». Perché è questa Marguerite Duras, una donna geniale alla ricerca della comprensione e della verità.

 

Written by Maila Daniela Tritto

 

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