Pubblicato il

“Agoraphobia (Escape from the City)”, la personale di Matteo Campulla: dal 30 maggio al 29 giugno, Lunamatrona Collinas

Una mostra del tutto singolare quella che ci offre la Sardegna nel territorio del Medio Campidano. Venerdì 30 maggio 2014 si è aperta, al Museo Naturalistico del Territorio Sa Corona Arrùbia sulla strada per Lunamatrona e Collinas, la personale di Matteo Campulla dal titolo “Agoraphobia, (Escape from the city)“. Fuga dalla città, quindi.

L’artista, classe 1982, ha vissuto in Germania, e in seguito si è trasferito in Sardegna, ad Assemini, in provincia di Cagliari, dove tuttora risiede.

Egli ha attuato una sorta di “sperimentazione pittorica” iniziata verso la fine degli anni Novanta che lo ha visto concentrarsi sull’uso di materiali e supporti non convenzionali. A questo percorso ha affiancato la ricerca nel campo della musica, del video e del linguaggio in genere. Ad oggi Matteo si occupa di videoarte.

Campulla ci presenta un uomo disilluso, annichilito dalla realtà che lo circonda, che identifica con la città considerata ormai “morta”. In una società dominata dalla tecnologia l’io si ritrova smarrito.

In bilico, possiamo dire, fra la comodità che essa offre, e la necessità di comprendere il vero scopo dell’esistenza.

L’uomo di Campulla sente quindi la necessità di dare una svolta fuggendo. Vuole ritirarsi a vita privata, nella tranquillità della campagna. Desiderio comune a molti, ma attuabile solo da alcuni pochi privilegiati.

La natura viene vista come “possibilità” di riuscire a ritrovare un equilibrio, ma una volta qui egli mette in atto nuovamente lo stesso processo di alienazione che lo aveva portato a fuggire, e anche quest’ultima gli diventa ostile.

Il senso di angoscia si materializza di nuovo, lo raggiunge e non gli dà tregua. Insieme al timore di essere ricaduto in quel “baratro profondo” che ha scatenato la crisi e che lo ha portato a mettere tutto in discussione.

La presa di coscienza del processo, porta alla frammentazione del proprio io, che necessita di un supporto digitale per giungere alla disgregazione corporea.

Il critico d’arte Erica Olmetto afferma in proposito: “L’ingresso alla mostra conduce ad una camera della morte e alla proiezione in primo piano dell’immagine del volto di un uomo nelle fasi di decomposizione materica”.

Vi è un lento processo in cui la materia si scompone, e logora il volto attraverso deformazioni inquietanti. A livello corporeo affiorano le aspettative disilluse.

Non è facile riuscire a convivere con le proprie fobie, e qui si tenta di cancellarle attraverso l’illusione. Ma in realtà si innesca un meccanismo, che per l’artista è innato, di reiterazione ad oltranza.

Sullo sfondo scorrono rapidamente frammenti di paesaggiocontinua la Olmetto, “che riflettono, il processo violento e inesorabile della natura, non tanto ostile, come la definiva l’antico concetto leopardiano, ma ambigua secondo il moderno principio lacaniano interpretato dal noto regista Lars Von Trier, intesa come chiesa di Satana. Una natura dominata dal caos, priva di leggi, estranea a quella formalizzata, pervertita, che porta morte e distruzione e che nasce all’interno della coscienza umana, privandola di relazionarsi con gli altri”.

Concetti non semplici da realizzare, e sicuramente inquietanti. Però utili all’uomo per riuscire a comprendere meglio se stesso. Temi che lo mettono direttamente a confronto con le sue paure.

 

Written by Cristina Biolcati

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *