“La mia Africa” di Karen Blixen: l’impressione di scoprire il ventre del mondo, il luogo di nascita dell’umanità

“La mia Africa” di Karen Blixen: l’impressione di scoprire il ventre del mondo, il luogo di nascita dell’umanità

Mag 31, 2014

Karen Blixen è Africa. Sì, la donna e la narratrice si sono letteralmente fuse con il continente e la memoria delle sue parole ha attraversato laghi e deserti per giungere fino a noi e farci respirare il profumo di un luogo inimitabile.

La Blixen (1885-1962), però, rappresenta anche quel tipo di femminilità che ammiro molto: intraprendente, testarda, ribelle ma con buon senso. Cosa vuol dire la mia ultima affermazione è presto detto: la personalità ribelle, contrariamente a quanto si tende a pensare, sa scegliere le battaglie da combattere, sa riflettere e decidere da sola, ascolta consigli ma ha già un’idea precisa di ciò che vuole e, seppur impulsiva, a volte, non si fa dominare completamente dall’impeto del momento.

Credo che questa straordinaria scrittrice fosse così, o almeno è in questo modo che la immagino.

La sua famiglia, in maggioranza femminile, le lasciò in dote una notevole preparazione intellettuale, di livello tale da porre la giovane Karen sullo stesso piano di un ragazzo della sua età, cosa piuttosto rara per l’epoca e la voglia di libertà e avventura.

Fin da piccola, quindi, la futura “figlia d’Africa” si mostrò insofferente alle convenzioni e poco incline all’obbedienza.

Il primo “assaggio” di libertà lo provò prima frequentando l’Accademia di Belle Arti, poi partendo per l’Africa.

Insieme al marito, il barone Bror Blixen, amministrò una piantagione di caffè. Nonostante i ripetuti tradimenti di quest’ultimo, Karen si dedicò a quella che era diventata la sua nuova vita con passione e, benché avesse contratto la sifilide proprio da Bror, non solo lo perdonò, ma continuò a negare l’insoddisfazione matrimoniale con la famiglia d’origine per orgoglio.

Il legame con Denys Finch-Hatton, amante dell’avventura e dell’indipendenza, proprio come Karen, fu la spinta decisiva verso l’arte della scrittura.

Il barone Blixen era una sorta di “appoggio” per la scrittrice e il sentimento che condividevano stava in equilibrio tra l’amore vero e la profonda, lunga amicizia.

Denys, invece, rappresentò la passione, l’amore capace di annullare il mondo attorno a sé, ma anche la persona capace di ascoltare e capire i sogni di Karen, di spronarla a realizzarli e di discutere con lei degli argomenti più disparati, il più importante dei quali fu sicuramente la letteratura, grazie a un eccellente livello culturale.

Tre elementi caratterizzano la scrittura di Karen Blixen: l’amore per l’Africa e le persone che la abitano, in particolare i Masai, i Kikuyu e i bambini la cui presenza, forse, riuscì in parte a colmare la mancanza di figli.

L’accuratezza delle descrizioni, mosaici di parole che si compongono in ogni più piccolo dettaglio senza che il ritmo e l’armonia della narrazione ne risentano. L’amore per la verità, che le impone di raccontare solo ciò che ha vissuto o di cui è assolutamente sicura.

Il 1913 fu, per Karen Blixen, l’anno del cambiamento, il momento dell’incontro con l’Africa. Nel libro “La Mia Africa” il lettore ha l’impressione di scoprire il ventre del mondo, il luogo di nascita dell’umanità, fatto di ritmi diversi e di quella pace ormai dimenticata nel resto del mondo a causa di guerre e uno stile di vita sempre più frenetico.

L’Africa divenne, così, la “madre” di Karen non più ragazza (l’adolescenza e la giovinezza, infatti, appartenevano indissolubilmente alla Danimarca), ma donna. Una donna mai piegata dalle avversità della vita, convinta che ogni difficoltà fosse quasi una benedizione in grado di forgiare qualunque tipo di carattere.

Nel continente africano lo spazio è libertà e i paesaggi bellezza allo stato puro. Karen seppe riconoscere l’eleganza dei popoli che lo abitavano (e tuttora lo abitano), vedere la grazia nei gesti e la saggezza in molte delle loro abitudini. I suoi giorni si susseguirono, sospesi tra l’Europa e l’Africa, tra il passato e il presente, la nascita occidentale e lo stile di vita africano.

Il ritorno in Danimarca nel 1931, dopo il fallimento della piantagione  fu, per l’autrice, una sorta di regressione al passato, l’abbandono del suo paradiso africano.

Eppure il senso della libertà non l’abbandonò mai, neppure negli ultimi anni, insieme al ricordo dell’Africa è alla ferma convinzione che non esistessero differenze tra bianchi e neri e che nessun uomo potesse essere giudicato inferiore a un altro.

Karen Blixen è stata una donna intelligente, capace di precorrere i tempi ed estranea a qualunque pregiudizio. Fiera e libera come il continente che l’ha vista diventare adulta.

Karen Blixen sarà sempre Africa.

 

Il Libro

Titolo: La Mia Africa

Autore: Karen Blixen

Casa editrice: Feltrinelli

Pagine: 224

Anno di Pubblicazione: 2003

Prezzo: 8,50 euro

Karen Blixen è vissuta fino al ’31 in una fattoria dentro una piantagione di caffè sugli altipiani del Ngong, Karen Blixen ha descritto con una limpidezza senza pari il suo rapporto d’amore con un continente. Sovranamente digiuna di politica, ci ha dato il ritratto forse più bello dell’Africa, della sua natura, dei suoi colori, dei suoi abitanti. I Kikuyu che nulla più può stupire, i fieri e appassionati Somali del deserto, i Masai che guardano, dalla loro riserva di prigionieri in cui sono condannati a estinguersi, l’avanzata di una civiltà “che nel profondo del loro cuore odiano più di qualsiasi cosa al mondo”. Uomini, alberi, animali si compongono nelle pagine della Blixen in arabeschi non evasivi, in una fitta trama di descrizioni e sensazioni che, oltre il loro valore documentario, rimandano alla saggezza favolosa di questa grande scrittrice, influenzando in modo determinante i contenuti della sua arte: “I bianchi cercano in tutti i modi di proteggersi dall’ignoto e dagli assalti del fato; l’indigeno, invece, considera il destino un amico, perché è nelle sue mani da sempre; per lui, in un certo senso, è la sua casa, l’oscurità familiare della capanna, il solco profondo delle sue radici”.

 

 

 Written by Francesca Rossi

 

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