“Il Dolce Mondo Vuoto” di Francesca Staasch: in scena dal 15 maggio al Teatro Td IX Tordinona di Roma

“Il Dolce Mondo Vuoto” di Francesca Staasch: in scena dal 15 maggio al Teatro Td IX Tordinona di Roma

Mag 15, 2014

(Attenzione: l’articolo contiene spoiler) Scritto e diretto da Francesca Staasch, interpretato da Lino Guanciale e prodotto da Skin Trade, “Il Dolce Mondo Vuoto” è andato in scena per la prima volta nel 2011 nell’ambito della VII edizione della rassegna L.E.T. Liberi Esperimenti Teatrali.

Lo spettacolo è riproposto il 15 maggio al Teatro Tor Bella Monaca e nei fine settimana dal 16 maggio al 1 giugno al Teatro Td IX Tordinona di Roma.

Si tratta di un monologo in cui Francesca Staasch disegna un percorso, un procedimento cognitivo ben definito. Le due fasi – la scrittura prima e la costruzione della messa in scena poi – sviluppano una vera e propria “cognizione” della solitudine, condizione esistenziale individuale, ma anche collettiva.

Lino Guanciale interpreta con acuta sensibilità l’essenza esasperata di un uomo diviso tra un passato da bambino ferito e privato di punti di riferimento ed un presente incerto da “invisibile”.

Una sedia al centro del palco, entra l’uomo invisibile: alle spalle, sul suo corpo che sembra perdere contorni definiti scorrono appiattite sullo sfondo le prime immagini di anonimi passanti, macchine e impalcature. Come in una danza, l’uomo invisibile ne evita il contatto, siede e fa spazio al bambino.

Un’infanzia tormentata e un’adolescenza anche più dolorosa.” Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore

Una voce sottile e allo stesso tempo tremendamente dolce: l’adolescente gioca con la cravatta, un sorriso stanco, tirato mentre cerca di mettere ordine nei ricordi. Subito prendono vita le figure di scoiattoli, lepri, allodole e un piccolo pesce rosso che pretende di suicidarsi per sfuggire alla noia di un mare che si consuma nel tinello con l’ossigenatore a casa della Nonna.

L’umanità questo mare senza requie, fuori, sciabordava contro l’approdo di demenza, si abbatteva alle dementi riviere offrendo la sua perenne schiuma, ribevendosi la sua turpe risacca.” Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore

Ritorna l’uomo: la sua invisibilità gli consente di esercitare l’inutile potere della conoscenza del “sapere ultimo”: la comprensione universale. Potrebbe evitare agli altri sofferenze, delusioni e solitudine.

Le sue “osservazioni del quotidiano nell’assenza del punto di vista” sono solo riflessioni che rimangono inespresse, fuori da qualsiasi impatto e relazione comunicativa, isolate nella dimensione protetta dell’invisibilità che gli consente di guardare il mondo senza essere a sua volta guardato.

Una “spiacevole certezza tristemente necessaria” e profondamente inutile: essere invisibili è una condanna che libera dalla esigenza di possedere un corpo fisico, amato, dimenticato, toccato; è una maledizione, una “illusione autoindotta” che impone la lontananza anche da sé stessi. Come, infatti, ci si può sentire vivi senza potersi inserire in un processo vitale, si chiede il protagonista adulto.

Il bambino racconta la sua estate che disfa il rimasuglio di una famiglia già disfatta: mancano le figure genitoriali ed il primo amore per Anja, la giovane che aiuta la nonna a portare avanti il peso della malattia dell’altra figlia, sfugge inconfessato.

Lino Guanciale si lascia segnare da questo dolore; con la mimica del volto, le mani, la voce, l’attore riesce a plasmare sul suo corpo di adulto la sensazione del ragazzino che sta crescendo mentre evoca se stesso nei momenti terribili di un’estate senza giochi e senza sole.

Camminava tra i vivi. Andava i cammini degli uomini.” Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore

L’uomo invisibile continua a parlare del tempo e della solitudine che attraversano le sue peregrinazioni tra la ferocia di un mondo indifferente: lo spettatore si ritrova in bilico, sospeso in un tempo che lo avvolge e lo costringe a sentirsi coinvolto nel disagio profondo del personaggio.

Cos’è quindi questo “Dolce Mondo Vuoto“?

Un’ essenza-assenza segnata dalla dolcezza terribile e disarmante di un giovane uomo che non sa come essere adulto in un mondo che si svuota in fretta degli sguardi e delle carezze, delle figure di riferimento e dei Maestri.

Con “Il Dolce Mondo Vuoto” Francesca Staasch parla anche ai giovani d’oggi: c’è quasi sempre una ragione – anche se spesso nessuno vuole davvero ammetterlo – dietro la fatica dei ragazzi a costruirsi un’esistenza coerente e razionale. Finché un altro uomo non prenderà quei bambini per mano e non mostrerà loro – attraverso gesti concreti, attraverso il dialogo con la realtà – che non esiste un “male assoluto” da combattere, non esiste una vocazione al dolore, che può capitare di piangere e che non c’è nessuna colpa da espiare solo perché si vive, quei bambini non saranno mai uomini capaci di costruire una propria libertà, assecondare il talento e sviluppare sensibilità.

Perché scoiattoli e allodole?

I bambini conoscono la rappresentazione e la trasfigurazione che spingevano Esopo e poi Fedro a raccontare la società degli “animali sociali”.

Allodola del ricordo/ è tuo il sangue che scorre/ è tuo e non il mio/ Allodola del ricordo/ ho stretto il pugno mio/ Allodola del ricordo/ gentile uccello finito/ non saresti dovuto/ venire/ a beccare nella mia mano/ i semi della dimenticanza.”

Il bambino del monologo, che ricorda la poesia di Prévert come unica eredità di un padre “nebuloso”, aveva un “cuore cinguettante” pronto ad amare purché ci fosse stato uno sguardo, una presenza a comprenderlo e a prendere parte alle sue emozioni. Gli animali sono allegorie, rappresentano la madre, il padre, la nonna. Il piccolo pesce rosso che voleva morire è l’uomo invisibile stesso.

E il bambino è al tempo stesso quel pugno che si chiude e quella allodola gentile che muore: sono i semi dell’indifferenza e della dimenticanza che avvelenano l’animo tenero e dolce del personaggio.

Ma chi è davvero questo uomo che gioca con la sua elitaria incapacità di stabilire una relazione con quel mondo così tremendo?

La risposta potrebbe consistere in un paradosso: l’uomo invisibile si allontana dalla lontananza allontanandosi. Rinuncia ad apparire tra gente che esiste solo virtualmente, come nelle immagini suggestive delle proiezioni che si alternano, ora verticali, ora orizzontali, a dare ancora di più il senso della profonda inquietudine e instabilità emotiva dei due personaggi che, in definitiva, sono un’unica ragione.

È quindi la rinuncia che lega le due essenze, frasi di nature diverse che si incastrano nel medesimo discorso: le due parti indivisibili dell’unico personaggio si rincorrono senza darsi tregua, seguendo la struttura a mosaico del monologo che si riflette sulla scena.

È qui presente più che mai il Teatro stesso che costruisce sulle sue essenze un Tempo necessario allo svolgimento delle azioni e allo scioglimento delle tensioni: il monologo si consuma senza svuotarsi mai, in un tempo dilatato, misurabile e precisamente identificabile, ma senza limite e senza costrizioni.

Supportata dalla musica ruvida, incalzante, meccanica, ma anche evocativa di Toni Virgillito, l’azione scenica scorre senza inciampi secondo la regia attenta e razionale di Francesca Staasch a garanzia di un forte senso di sospensione e di una tensione che non si esauriscono nemmeno alla fine di ogni gesto e di ogni parola, fino a quando le luci si spengono e rimane irrisolvibile il dramma di un giovane uomo che resta fermo, forse vinto dal bambino che non riesce a superare il trauma e la consapevolezza di essere rimasto solo.

 

Written by Irene Gianeselli 

 

 

Info

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