“Ruggine americana”, libro di Philipp Meyer: uno sguardo analitico, realistico, non concessivo

“Ruggine americana”, libro di Philipp Meyer: uno sguardo analitico, realistico, non concessivo

Mag 10, 2014

Ruggine Americana di Philipp Meyer si inserisce nella linea della tradizione classica del romanzo americano. Le tematiche in vista sono l’ambiente sociale che ruota intorno alla MonValley, e sembra quasi di vedere i paesaggi stupendi dei laghi e dei boschi vicini alla città di Pittsburgh.

Ma lo sguardo di Ruggine Americana è contemporaneamente di ammirazione e di desolazione, in un’alternanza sapiente che sa allietare e scioccare, stupire e riflettere. Il lato negativo è quello della crisi industriale e non solo, che negli Stati Uniti è cominciata già prima del crollo della Lehmann e di ciò che è venuto dopo e che tutti conosciamo. Pur non essendoci riferimenti precisi, si deduce infatti che la storia è ambientata tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90.

La desolazione è già totale. Le fabbriche hanno già chiuso. L’impianto metalmeccanico e siderurgico che in centramerica è stato uno dei motori principali dell’economia è già fatto di fabbriche abbandonate, in disuso, dai vetri rotti e dalle macchine arrugginite, e già si intravede l’ingresso di piante rampicanti e spontanee laddove una volta la produzione correva e macinava.

Non solo. Anche il corpo di polizia del piccolo paese di Buell ha già dovuto fare i conti con il taglio del personale, e le stesse strade sono già piene di negozi vuoti e chiusi. La gente vive in roulotte, piccoli trailer, e non si sa come si faccia a sopravvivere.

Meyer, autore che ha conosciuto in prima persona la realtà delle acciaierie, prima di dedicarsi con successo alla letteratura, delinea una storia che è metafora del declino.

Isaac è un giovane che ha finalmente deciso di andarsene in un altro Stato, a far brillare la propria intelligenza, all’università. Una decisione difficile ma doverosa, che Isaac mette in atto chiedendo al suo grande amico Billy di andare con lui. Ma Billy, quasi stella del football al college è disinteressato, preferisce vivacchiare, accontentarsi, magari rischiando, a Buell.

Accompagna Isaac la prima sera, e i due fanno tappa proprio in uno di questi enormi fabbricati abbandonati, quando vengono attaccati da tre barboni. Per legittima difesa Isaac uccide uno di questi, e scappa, mentre Billy resta, senza svelare la verità.

Anche la narrazione è il continuo alternarsi, capitolo dopo capitolo, dei principali protagonisti di questa storia: Isaac e Billy, e poi la madre di Billy, il poliziotto che cerca di coprire Billy, finché possibile, la sorella di Isaac, innamorata di Billy, e il padre infermo di Isaac. Famiglie slabbrate e affaticate dalla crisi, menti stanche ma combattive, leali ma impotenti, soggette allo sbaglio ma non prive di una certa leale fascinazione.

Lo sguardo di Meyer è analitico, realistico, non concessivo, sulla realtà che ci mostra. Talmente analitico da indugiare in descrizioni minuziose di piante, fiori, componentistiche meccaniche e automobili, ognuna un piccolo simbolo della storia di quella valle, oltre ai luoghi comuni della gente, e ai comportamenti e alle scelte dei protagonisti.

Tutto scorre verso il finale, la fuga di Isaac, la sua incapacità congenita di vivere come un vagabondo, il suo ritorno.

La lealtà di Billy, disposto a passare un primo periodo in carcere, dove si trova a dover sopravvivere tra criminali ben peggiori di lui, incosciente e vittima dopo essere stato arrogante e accondiscendente verso se stesso, le domande dei protagonisti secondari, splendido il ritratto del poliziotto, innamorato e amante della madre di Billy, che fa di tutto per salvare il ragazzo, anche a dispetto delle chiacchiere di paese, anche nella coscienza che il suo Quieto Vivere potrebbe farlo stare meglio dell’amore per lei, che alla fine ne fa un altro personaggio vincente, seppure in grande difficoltà a dover stare con i piedi in più scarpe per ragioni etiche, fino alla redenzione finale, chi torna, chi fugge, tutti sembrano salvi, nonostante tutto, anche se la redenzione è soltanto singolare se non apparente, in piena linea con la tradizione migliore del romanzo americano: Hemingway, Kerouac, Yates, e altri ancora, Meyer sembra lasciare da parte il filone post moderno per riprendere quello della grande tradizione, dei grandi spazi, dei viaggi, e Ruggine Americana è infine un grande romanzo lirico, un’epopea dove il protagonismo rovesciato dell’eroe americano si colora ancora una volta di realismo e umanità, e i vinti sembrano essere i veri vincitori morali.

Rimase per molto tempo alla finestra, niente si muoveva, era una notte fresca e silenziosa. Chiuse gli occhi e vide suo figlio che camminava, era estate la strada era brulla e polverosa e Billy arrivava in fondo e non trovava più niente. Si guardava intorno, era sparito tutto, la casa era una carcassa annerita, erano bruciati anche gli alberi intorno. Poe si fermò a lungo a guardare poi ridiscese la strada, verso una nuova casa. Andandole incontro.

 

Written by Alessio Barettini

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: