“Roberto Grossi. I cinquant’anni di lavoro artistico” in mostra sino all’undici maggio, Padova

“Roberto Grossi. I cinquant’anni di lavoro artistico” in mostra sino all’undici maggio, Padova

Mag 7, 2014

Ho visitato per voi la mostra volta a celebrare i 50 anni di carriera artistica di Roberto Grossi. Padova gli dedica un’esposizione nella Galleria Samonà di via Roma 57, che ha avuto inizio il 6 aprile e terminerà domenica 11 maggio.

Un’occasione per ripercorrere le varie tappe dell’attività di quello che si presenta come un artista completo. Roberto Grossi infatti è scultore, pittore e mosaicista. Egli nasce nel 1943 sui Colli Euganei, esattamente ad Ospedaletto Euganeo, vicino Este.

La natura è fonte ispiratrice delle sue opere, quella della sua terra d’origine, dalla quale ha tratto anche i materiali. È di scena un viaggio artistico che parte dagli anni Settanta e arriva fino ai giorni nostri. L’esposizione si concentra in un unico vano, dove sono raccolte le opere più significative.

Lo spazio che mi accoglie è stretto e lungo, proprio come si addice al termine di “galleria”. Alle pareti, ecco stagliarsi le opere che compendiano il mezzo secolo artistico di Grossi. I materiali prediletti sono il legno e la pietra. Si parte con le sculture in legno. Figure di donna dai corpi nudi sono in prevalenza i soggetti ritratti, inglobati nel legno di un albero.

Si ha l’impressione che corpi magri e dai seni piccoli fuoriescano da tronchi d’albero e da rami robusti. Una materia che “scava” e si libera della natura stessa, che allo stesso tempo la contiene e l’accoglie come fosse una culla, o un semplice prolungamento di sé. Il tocco dello scalpellino è ben visibile, come quello di un pittore che dà lunghe pennellate.

Le forme non sono levigate. All’artista non piace la perfezione, bensì predilige quella materia appena abbozzata, informe ma palpitante di vita. Inevitabile il riferimento al “non-finito” michelangiolesco, però senza quella classica “disperazione”. Mentre per Michelangelo la materia si libera a fatica, brama per fuoriuscire a trovare linfa vitale, qui vi è armonia, come se la natura fosse parte integrante dell’essere umano. Un tutt’uno, di due parti che possono tranquillamente coesistere. Il legno utilizzato è l’ulivo, il ciliegio, il noce, il pruno, il carrubo.

Le sculture sono a grandezza naturale, alcune più piccole. Ve ne sono di più “umanizzate” rispetto ad altre i cui volti sono appena abbozzati ed interamente inglobati nel legno. Sono presenti anche sculture a tutto tondo, senza elementi architettonici di sostegno, normali statue di donne, come per esempio è per “Elena”.

Altre volte si vede solo il tronco come elemento dominante e pochissimo della figura umana. Singolare come, in alcune sculture, alle venature del legno vengano impressi riflessi che sembrano d’oro, come nella “Maschera del carnevale di Venezia”. Nell’osservare alcune di queste statue femminili, con le braccia protese verso l’alto, incrociate sopra la testa, dove non ci sono mani, ma solo un’estensione di rami d’albero, non ho potuto fare a meno di pensare al mito di Dafne che, rifiutando l’amore di Apollo, invocò la madre Gea pregandola di mutare il suo corpo in un albero.

…i suoi capelli si mutarono in fronde leggere; le sue braccia si levarono alte verso il cielo diventando flebili rami; il suo corpo aggraziato si ricoprì di corteccia”.

Erano questi versi che mi pareva di udire. Cariatidi che non sorreggono niente, ma che inglobano il tutto. Passando per alcune sculture di pietra di piccole dimensioni, si arriva al trittico ispirato al Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, posto nella parete di fondo, realizzato in legno d’ulivo, dove vi è una ricerca del significato religioso della natura.

Procedendo dalla parte opposta, verso il percorso di ritorno, ecco apparire i mosaici, primo “amore” dell’artista. Realizzati negli anni Settanta, con colori pastello e volti di donna, secondo la tradizione veneziana. Sempre pietra quindi, ma scomposta e poi ricomposta. Molto interessante anche l’ultima parte, dove facciamo la conoscenza di un Roberto Grossi pittore.

Fra tutti, a mio avviso, merita un posto di spicco “Verso l’infinito”, un olio su tela, 60 x 70, dipinto negli anni Ottanta. L’utilizzo dei colori, e soprattutto di un rosa intenso abbinato a tocchi di verde pastello; il fatto che le figure non abbiano contorni ben definiti, ma diventino un tutt’uno con lo spazio circostante, mi hanno ricordato un quadro di Marc Chagall.

Una cosa è certa, l’artista rimane sempre un passo indietro, mentre il visitatore instaura un intimo dialogo con la materia che gli si offre in maniera generosa.

 

Written and photo by Cristina Biolcati

 

2 comments

  1. Sono davvero contento che l’arte del maestro Grossi, che ho avuto modo di apprezzare da alcuni anni, possa avere una ribalta cosi’ prestigiosa e una divulazione tale che la sua carriera, ma soprattutto -oserei dire- la sua persona ed i suoi messaggi che trasfonde nelle sue opere, meritano di avere.

    • Cristina biolcati /

      Il maestro Grossi e’ davvero bravo, Massimo. Spero di avergli reso giustizia, con questo articolo. Un caro saluto.

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