“Come ninfee”, poesie di Mariella Caruso: i flashback di un’autrice che racconta se stessa

Come ninfee“: la poetessa Mariella Caruso non poteva attribuire titolo più adatto alla sua ultima produzione poetica, infatti la ninfea esprime  una  bellezza timida, fragile, incapace di sollevarsi oltre la superficie dell’acqua che le dà vita e la nutre, ma l’acqua che nutre la bellezza malinconica  che emana attraverso i versi dall’animo della poetessa è pianto, lacrime amare, frutto di delusioni e drammi.

Un substrato nutritivo quindi da cui sfociano poesie  d’intensa emotività per il lettore   che resta prigioniero della dolce-amara malinconia che corre nei versi, investendo a fondo  l’animo.

Da ciò deriva che la poetessa nella lirica- chiave della raccolta ì, titolata appunto  “Come ninfee” chiama metaforicamente “letto”, l’acqua da cui traggono nutrimento le ninfee e tale parola è ripetuta anaforicamente  più volte: “Come ninfee in letti nasciamo,\…\ Letti vuoti\ letti sgangherati letti affollati\ Letto d’ospedale..\…\ Letti in camerette piene di peluche.\…\ Letti per vivere\ Letti per morire.”

Dunque l’acqua è vita perché nutre la ninfea Mariella, ma è anche sofferenza perché il letto non è solo il luogo in cui si riposa, ma è anche il posto su cui si giace quando la sofferenza fisica o spirituale toglie al corpo ogni energia vitale, ogni forza che possa renderla operativa. E, ancora, l’acqua che nutre la ninfea non può far venire in mente il liquido amniotico che protegge il bimbo nel ventre materno, ma se l’acqua che dà nutrimento e perciò vita è metaforicamente chiamato letto, luogo di sofferenza oltreché di riposo, ne deriva a livello psicanalitico che lo stesso  concepimento, prima ancora che il nascere ed il vivere  è essenza dolce-amara.

E il dolce-amaro attraversa tutta la silloge che nel suo insieme tende a disegnare un percorso di caratterizzato dal’amaro più che dal dolce  vita  e, tuttavia che aspira ad una sublimazione della sofferenza attraverso il dono della sofferenza stessa a Dio, a cui si rivolge chiedendogli  di tendergli la mano per alitare con lui l’infinito: “Dal tuo alito venne a me l’infinito. Intrecciate le corde per trainarmi\ dico a Te\ tendimi la mano. Al di là di ogni sconfinata galassia\  è il nostro posto” (Dal tuo alito, pag 87).

Non a caso l’ultima sezione si titola “Ti parlo Signore,  infatti Dio nel presente “ tutto svuotato” come sostiene in senza presenze (pag. 86), Mariella spera che “al dolore segua la pace\  che Dio ci offre”(idem). Spera si è detto, perché di fatto la lirica che conclude la silloge manifesta che ancora non è stato aperto questo varco sublimante, ma la poetessa non cessa di cercarlo ed è in questa persistenza che consiste l’essenza positiva della silloge: “Signore vesti la mia nudità,\ riempi le mie mani coi tuoi doni.\ Invitami e verrò anche se coperta di fiori marci.” ( pag.93)

L’ultimo sintagma dell’opera è quindi “fiori marci” e un’occorrenza frequentissima della raccolta è “rosa marcita, sfogliata, sfiorita”, sintagma che racchiude in sé il dolce-amaro, il bello-brutto, il ciò che avrebbe potuto essere  e non è stato nella vita della poetessa che si crede trova la sua maggiore essenza esplicativa nella lirica “Urlo di pazzia”, in cui in maniera neanche molto implicita parla della più grande sofferenza della sua vita: la morte del figlio.

La silloge di Mariella Caruso ha per protagonista quindi principalmente se stessa, che in continuo flashback  ci propone considerazioni, emozioni, riflessioni, eventi legati al suo passato, ma anche al suo presente che da quel passato è condizionato sia che parli di un amore finito (Fusione, pag.29), sia che ci proponga il tema del fluire del tempo (Tutti siamo vestiti di tramonto, pag.22), sia che proponga altri temi sempre legati alla sua vita così bergsoniamente sentita nel condizionamento esercitato a livello temporale  dal suo vissuto.

Ma non solo, la poetessa sa anche uscire dal suo bozzolo e, guardandosi intorno, sa parlare di guerra, della scuola di periferia, dove ha lavorato come insegnante- bibliotecaria, etc…

In conclusione appare opportuno sottolineare che nella raccolta è presente una poesia “ Scriverò”( pag.15) nella quale Mariella Caruso esprime la sua poetica di cui la presente silloge è sicuramente una matura espressione. La poesia per l’autrice deve caratterizzarsi per la musicalità dei versi e la leggiadria dell’espressione,  deve saper parlare delle cose grandi e piccole, del bene e del male e, considerato il suo potere purificatore e salvifico, si rivolge anche a chi è socialmente deviato. Insomma la poesia è alito vitale e, in quanto tale dà vita a chi la crea e a chi la legge.

 

Written by Francesca Luzzio

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: