“Elisabeth”, libro di Paolo Sortino: l’incomprensibile violenza di un padre verso la figlia

“Elisabeth”, libro di Paolo Sortino: l’incomprensibile violenza di un padre verso la figlia

Apr 10, 2014

Quando si leggono fatti di cronaca si può pensare che essi possano essere fatti letterari. La trasposizione è complessa. Non permette sollievo nella scrittura.

Paolo Sortino segue questa via quando parla di Elisabeth Fritzl di Amstetten, segregata per 24 anni da suo padre in un bunker sotto casa, violentata, annullata. Non c’è  redenzione  all’inizio del romanzo.

Più oltre, oltre l’impatto della trama, il centro si sposta, e si muove in una direzione che supera il dolore per provare un avvicinamento alla vita.

Elisabeth stessa se ne accorge, ma non compie mai nulla che sia liberazione per se stessa, verso la persona che era prima, consapevolmente. Traggono beneficio i suoi  figli, sei, che naturalmente non possono immaginare che il mondo vero sia fuori  quella stanza.

Ottima la descrizione della confusione che si prova naturalmente nel tentare di comprendere fatti del genere. Analogo discorso per la facile tentazione che Sortino evita di condannare assolutamente il mostro, giustamente cavalcata, invece, dalla mente di Elisabeth, nella prima parte del libro, prima ancora dell’inizio della sua prigionia.

È interessante la trasformazione della protagonista, i cui lati oscuri, interpretati, lasciano spazio alla figura del mostro, delineano un rapporto in cui lei arriva ad  approvare talvolta, e anche a dominare suo padre, unico strumento che possiede con l’esterno. La voce di Elisabeth insegna ad amare, come forse la sua presenza, oggi, da qualche parte.

La voce di Elisabeth è sempre presente. La voce del padre/mostro anche. È un contrappunto che musicalmente non è ascoltabile. Trova la sua ragione di essere nel legame di sangue, e persino nell’incesto, nella segregazione, nell’estremo.

È una sinfonia cacofonica i cui rigurgiti di dolore e di suoni mostrano dolore palese, esposto, in ogni momento della narrazione, compresi quelli meno espliciti. Ci si domanda come potrà finire la sua storia, e leggere degli anni che passano non fa che alimentare un senso di profondo smarrimento.

Ed è un dolore che sopportiamo grazie ad Elisabeth stessa, la sola che ha saputo capirlo malgrado il mondo che scorreva a pochi metri sopra di lei, malgrado l’indecente abiezione che ha segnato la sua vita, malgrado la sua ostinazione a vivere, a ricordarci che le forme della vita sono imprevedibili, ma resistenti.

Ebbe la convinzione che le motivazioni di tenerla tutta per sé non erano maligne, ma antiche, appartenenti a un mondo che si credeva perduto e sul quale invece lui era riuscito a trovare un portale: Allora forse non avrebbe dovuto condurci Elisabeth, come credeva; forse quel mondo si sarebbe mosso verso loro due: un universo vivo che premeva per ricongiungersi agli umani, ai loro cuori, ai loro deisderi per tornare reale.

 

Written by Alessio Barettini

 

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