“Prometeo Incatenato”: Eschilo ed il titano più noto della storia della Grecia

“Prometeo Incatenato”: Eschilo ed il titano più noto della storia della Grecia

Mar 17, 2014

Il Titano Prometeo è il protagonista di una nota trilogia legata di Eschilo che comprendeva: Prometeo Portatore di fuoco, Prometeo Incatenato, Prometeo Liberato. Di queste tragedie ci è rimasta solo quella centrale: Prometeo Incatenato.

La data della rappresentazione è dubbia, benché sia certo che è l’opera è tarda e c’è chi sostiene che è l’ultima tragedia del poeta, ma altri la collocano prima della arcinota trilogia Orestea, l’unica di tutto il teatro greco che ci sia pervenuta per intero.

La trattazione dell’argomento, in cui Prometeo viene selvaggiamente punito da Zeus, mal si concilia con il mondo concettuale del religiosissimo Eschilo, in quale vede in Zeus il fondatore della Dìke (Giustizia), sicché si avanza l’ipotesi che la tragedia gli sia erroneamente attribuita e che sia più tarda, opera di un sofista che sapeva perfettamente imitare lo stilo eschileo.

Io rimango nel solco della tradizione e credo che l’opera sia di Eschilo e che la liberazione del Titano nell’opera non pervenuta ribadisca il piano della giustizia divina, che alla fine libera Prometeo, riconoscendogli orgoglio smisurato, ma anche meriti: onori ed oneri, come si dice, di chi possiede una mente smisurata, come il Titano.

Certa che non tutti conoscono il mito di Prometeo, per quanto noto, do alcune notizie di orientamento, prima di passare all’analisi dell’opera più discussa del primo grande tragediografo greco.
Prometeo (pro+mèthis) è il Titano più intelligente della mitologia greca; il suo è un nome parlante (nome omen, cioè un nome un presagio), letteralmente significa “colui che pensa prima” sia perché prevede il futuro sia perché anticipa il pensiero dei comuni mortali e quello di Zeus stesso.

È l’incarnazione della conoscenza e della preveggenza. È figlio di Giapeto e Climene, o di Giapeto e Asia, figlia di Oceano, anch’ella un’ Oceanina. Ci sono più versioni del mito, come spesso capita quando ci si distingue per grandezza morale e/o fisica; quindi, più anticamente lo si riteneva figlio di un Gigante, Eurimedonte, il quale avrebbe violentato Era, che avrebbe partorito il Titano. Di qui l’avversione di Zeus nei riguardi di Prometeo.

Ha diversi fratelli, tra cui Atlante e Menezio, ma quello più diverso da lui, è Epimeteo (epì+ methis), il fratello “scemo”, sottodotato, anche nomen omen, infatti significa “colui che capisce in ritardo”. E lui che sposa Pandora, la più carina la più cretina, quella che apre il famoso vaso, in cui sono contenuti tutti i mali per gli uomini: malattia, vecchiaia, morte; al fondo del vaso resta solo la speranza, di qui il detto latino “spes ultima dea”.

Prometeo è l’avversario per antonomasia di Zeus, alla cui legge si ribella, ed è il simbolo della condizione esistenziale umana, della sfida alla legge divina ed umana, ma è anche metafora del pensiero libero, svincolato dal mito e dalle false e bugiarde mitologie. È l’eroe che insegue “virtute e canoscenza” e, sotto questo profilo, è accostabile ad Odisseo, ma è mille volte superiore; i Titani infatti sono in realtà delle divinità, che amplificano le caratteristiche dell’eroe.

La sua ribellione è sì nota che oggi si suole definire “prometeico” colui che eroicamente e fino alla morte si batte per una causa che ritiene giusta al punto da mettere a rischio se stesso.

Il mito di Prometeo si colloca negli agli albori del mondo, quando Chrònos e Zeus si contendevano il regno; inizialmente Prometeo aveva cinque coppie di fratelli, ma , inorgoglitisi per il proprio potere, caddero vittima di un diluvio mandato dagli dei; sopravvissero Atlante e Menezio che si unirono a Crono; Zeus uccise Menezio e condannò Atlante a portare il mondo sulle spalle. Prometeo e Epimeteo ( che seguiva sempre il fratello, incapace di pensare da solo) si unirono a Zeus, che accolse Prometeo sull’Olimpo. Assistette infatti alla nascita di Atena dalla testa di Zeus e amicizia profonda fu, vista la genialità che li unisce.

Per incarico di Zeus, Prometeo diventa demiurgo, dando origine all’uomo dal fango, nel quale instillò la vita col fuoco divino, soffiandoci dentro. Di qui la percezione degli dei della psiche come soffio vitale ( ma questa è un’altra storia! )Poi gli dei diedero a Prometeo dei doni “le buone qualità” da dare agli uomini, ma quello scemotto di Epimeteo le distribuì agli animali. Sicché Prometeo sottrasse ad Atena uno scrigno con le qualità umane e lo regalò agli uomini. Ecco perché egli è il simbolo del dio che combatte a difesa degli uomini con determinazione, coraggio e generosità, in spirito di compartecipazione col il destino umano.

Ma questa sua vocazione cominciò ad incontrare l’opposizione di Zeus, che vedeva in lui un rivale pericoloso, che voleva porsi alla stregua degli dei: così iniziarono a configgere e Prometeo gli imbandì carni umane, per sottolineare la sua disumanità. Zeus trasformò Prometeo e i suoi figli in lupi, Prometeo chiese allora l’aiuto dei Druidi, sacerdoti Galli (ricordate Cesare?), i quali gli diedero l’opportunità di tornare uomo insieme ai suoi figli per un certo lasso di tempo. Qui affonda il mito della Licantropia ; allora Prometeo salì sull’Olimpo, rubò il fuoco agli dei e lo portò agli uomini. Di qui il mito di Pandora, cui ho sopra accennato, lo scatenarsi dell’ira di Zeus, l’inizio delle disgrazie per gli uomini.

Prometeo fu incatenato da Zeus ad una roccia ai confini del mondo, sotto la custodia di Efesto , di Kratos e Bìa e con questa scena ha inizio la tragedia eschilea. Prometeo appare eroe solitario, portatore di civiltà, vittima dello strapotere di Zeus. Il Titano viene a dialogo con diverse figure, mentre un’aquila gli rode il fegato, che di notte ricresce. Si lamenta solo quando i suoi torturatori scompaiono, perché, altezzoso, si lamenta solo quando è solo.

Su un carro alato giunge il Coro delle Oceanine, piene di compianto per l’eroe, poi Oceano stesso che lo invita alla ragionevolezza, ma l’eroe resta inflessibile. Nella scena successiva giunge Io, costretta ad errare e a soffrire dall’amore di Zeus e dall’ira di Era. I due scoprono il comune destino. Sulle rive del Nilo Zeus, sfiorando Io, la restituirà alla pace e arriverà ad Argo a guidare il coro delle Danaidi (questa la premonizione del chiaroveggente Prometeo!).

Ricordate Le supplici di Eschilo? Se no, c’è un mio contributo su Oubliette Magazine. Da questa stirpe nascerà Eracle, che libererà il Titano. Allontanatasi Io, Prometeo si rivolge al Coro delle Oceanine, svelando un segreto che anche nella più atroce sventura gli dà potere su Zeus: egli sa della relazione tra Zeus e Teti, da cui nascerà un figlio che gli farà ciò che lui ha fatto al padre Crono. Giunge Ermes per strappare il segreto al Titano, il quale resta irremovibile; Prometeo arriva a sfidare la folgore di Zeus, e la tragedia si chiude con la sua caduta libera nell’abisso insieme al Coro che non l’abbandona.

Da tutto quanto detto, vi sarete accorti che questa tragedia è un eccezione all’interno del mondo concettuale di Eschilo: qui Zeus non è il Dio garante di Giustizia, ma l’infame persecutore. Come si spiega? Certamente la conoscenza degli atri due drammi perduti ci avrebbe dato la risposta, ma è cosa certa che alla fine, dopo la vendetta, Zeus libererà il Titano, riportando l’equilibrio sulla Terra.

Molte le interpretazioni della Tragedia in oggetto, io mi sono attenuta alla versione più nota, ma, se l’argomento interessa, può seguire un secondo capitolo, con un contestualizzazione storica che ci può fornire altre chiavi di lettura.

 

Written by Giovanna Albi

 

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