“Le Supplici”, tragedia di Eschilo: le 50 donne che fuggirono dal matrimonio e da Afrodite

“Le Supplici”, tragedia di Eschilo: le 50 donne che fuggirono dal matrimonio e da Afrodite

Mar 14, 2014

Le supplici” è considerata la più antica tragedia di Eschilo, per la preponderanza del coro e di fatto l’inconsistenza dei personaggi, dal 1952 ha visto sensibilmente abbassarsi la sua datazione dal 492 (quindi precedente a Maratona, 490) al 463, grazie ad un ritrovamento papiraceo che la tramanda rappresentata in gara con Sofocle.

Faceva parte di una trilogia legata (le cui altre opere sono andate perse) comprendente Gli Egizi e le Danaidi, più il dramma satiresco Amimone. È omonima di una tragedia di Euripide, il cui tema è però diverso: lì si narra la supplica rivolta dalle madri dei giovinetti morti sotto Tebe, perché sia data loro degna sepoltura. Ricordate i miei articoli su i Sette contro Tebe di Eschilo e l’Antigone di Sofocle? Ebbene, ricollegatevi a quel contenuto, afferente al Ciclo Tebano.

Andiamo all’antefatto: Danao ed Egitto, fratelli, avevano fondato una diarchia, regnando insieme. Danao aveva cinquanta figlie (le Danaidi, appunto); Egitto aveva imposto la legge che costoso sposassero i cugini Egizi, anch’essi in numero di cinquanta. La predizione dell’oracolo era che un nipote avrebbe ucciso Danao; allora questi vieta il matrimonio e le Danaidi, rifiutato il matrimonio, fuggono presso Argo, in Grecia, a chiedere asilo al re Pelasgo.

La tragedia si apre con l’arrivo delle Danaidi, che si raccolgono nel sacro recinto, luogo inviolabile di asilo. Pelasgo è indeciso, ma, come sappiamo, per i Greci sacra era l’ospitalità, quindi egli consulta il popolo e le Supplici vengono accolte. Mentre le fanciulle intonano un canto di riconoscenza, il messo informa dello sbarco degli Egizi, arrivati per rapire le Danaidi. Pelasgo si oppone e guerra è.

La tragedia, che riporta il primo premio alle Grandi Dionisie del 463, vincendo su Sofocle, presenta una struttura molto arcaica, ma contenuti altrettanto cari agli Ateniesi. In primis, il tema dell’ospitalità, di cui questo popolo è maestro. Ricordate Teseo che accoglie Edipo nell’Edipo a Colono? Tra i popoli legati da ospitalità, come tra le famiglie, si creava una sorta di legame di sangue sacro e inviolabile, che non si interrompeva nel tempo, ma si rafforzava anzi di generazione in generazione. Ecco che Eschilo trasferisce su Pelasgo, le caratteristiche del re ateniese Teseo, attribuendo anche alla sua gestione del potere meccanismi dell’Atene democratica: la consultazione del popolo.

Perché Argo viene messe così positivamente in luce? Essa ha stretto un’alleanza con Atene, contro la nemica Sparta (si va preparando il terreno per la guerra del Peloponneso 445/401 a.C), per cui Pelasgo appare come il re illuminato e democratico, che fa suoi i principi dell’ospitalità, sacra soprattutto per gli Ateniesi, ma non solo. Ricordate l’incontro tra Glauco e Diomede nel sesto libro dell’Iliade? Se no, vi invito seriamente a leggerlo, per capire come siamo regrediti storicamente, chiusi nel nostro egoismo, rispetto alla proverbiale generosità dei Greci.

In fondo le Danaidi sono straniere e il problema è se dare loro asilo, il che ci richiama all’arrivo dei profughi nella nostra Italia, e al dibattito in merito molto acceso. Pelasgo le avrebbe respinte: il Greco nota i loro “pepli e veli barbari”, la pelle scura, l’aspetto da Indiane nomadi o da Etiopi.

L’interrogatorio è quindi serratissimo, alla fine del quale le accoglie, perché scopre un antico legame di sangue e di conseguente ospitalità. Anche oggi il migrante viene più benevolmente accolto, laddove si ravvisino  elementi di comunanza. Ecco perché si dice giustamente che la tragedia greca è l’opera più attuale che ci sia. Il problema che ora scatta è: tradire il legame di ospitalità e, quindi, la legge degli dei o andare incontro a guerra sicura con gli Egizi? Per i Greci ( imparate!) i valori sono prioritari su tutto: quindi le Danaidi vengono accolte e la legge divina rispettata e la guerra a questo punto è inevitabile, ma per giusta causa.

Altro  elemento di modernità sorprendente: il ruolo assegnato al coro delle donne! Nelle Baccanti di Euripide le donne sono coprotagoniste, mentre in Fuente Ovejuna di Lope de Vega si ribella l’intero villaggio, maschi e femmine. In Eschilo le donne la fanno da padrone e sono donne di eccezione: eroine, diremmo, affette dal complesso di Elettra (di cui ho altrove parlato), supplici sì, ma altresì determinate a fuggire il matrimonio, femministe ante-litteram, rifiutano la convenzione non solo del matrimonio, ma dell’Eros, e le richiama alla legge di Natura Afrodite, che innalza un bel canto alla forza che muove il mondo. Ma loro sono donne, che da supplici si trasformano in proterve e che replicano in chiusura: ”Zeus alle donne assegni la vittoria”. Vittoria? E contro chi? Contro la legge di Afrodite che impone alle donne di giacere in amore.

Sono donne, come Elettra, che hanno pose maschili, perseguitate da complessi ancestrali, dal ricordo di Io, violentata da Zeus, donne che come Turandot uccidono il maschio. Infatti dalle tragedie seguenti si apprende che sposarono gli Egizi e che la prima notte di nozze li uccisero, tranne una che si innamorò del marito, cedendo alla legge di Afrodite . E riscende in campo Freud a spiegare le pose virili come protesta contro il maschio che tanto ha conculcato la libertà delle donne: tema anche questo sorprendente attuale.

 

Written by Giovanna Albi

 

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