“I Persiani”, tragedia di Eschilo: le guerre persiane come svolta epocale nel pensiero e nella storia greca

“I Persiani”, tragedia di Eschilo: le guerre persiane come svolta epocale nel pensiero e nella storia greca

Mar 12, 2014

Si tratta della più antica tragedia pervenutaci di Eschilo, rappresentata ad Atene nel 472 a.C.; pensiamo a quanto patrimonio abbiamo perso, visto che Eschilo cominciò ad operare come tragediografo nel 490.

Precedentemente si riteneva che la prima tragedia fosse Le Supplici per il fatto che l’azione scenica è riconducibile per lo più al Coro, ma un ritrovamento papiraceo data questa al 463, per cui senz’altro I Persiani sono precedenti. L’ antichità della tragedia si desume anche dalla imponente presenza del coro, sebbene sulla scena in apertura domini la figura di Atossa, madre del regnante Serse, re di Persia. La tragedia mette in scena di fatto le guerre persiane ed è l’unica tragedia storica che ci sia pervenuta, sebbene sappiamo che Frinico ne avesse scritta dal titolo La Presa di Mileto.

Mentre Atossa domina la scena, i dignitari di corte persiana attendono con ansia l’esito della battaglia di Salamina (480), alla quale lo stesso Eschilo prese parte. L’atmosfera è veramente cupa e funebre e Atossa racconta un orribile sogno foriero dei oscuri presagi. Poco dopo arriva il messo a portare la ferale notizia: la flotta persiana è stata sconfitta dai Greci e le navi disperse o distrutte, mentre i superstiti sono privi di aiuto. Sulla scena risuonano i nomi dei marinai persiani e delle navi della flotta, in un catalogo che ricorda Il Catalogo delle navi dell’Iliade. D’altra parte il poeta si sente, per sua ammissione, tributario di Omero stesso.

Tutti possiamo immaginare la disperazione, che è la vera protagonista della tragedia: un popolo forte, ricco  e potente è stato sconfitto da un popolo più debole e povero, come quello greco: lamenti e pianti riempiono la scena fino alla comparsa del padre defunto di Serse, Dario, il marito di Atossa.

Il fantasma spiega eticamente tale disfatta e di tale portata: si tratta della giusta punizione di Zeus contro un popolo che si è macchiato di tracotanza (hybris); infatti Serse ha superato i limiti umani laddove ha pensato di poter conquistare il Mar Egeo, trasformando il mare in terra e stringendo l’Ellesponto  nelle catene dei suoi colossali ponti di mare. Ha così cercato di sovvertire l’ordine delle cose, lo status quo, tentando di elevarsi a potenza divina.

Salamina è la prima parte dell’espiazione, e Platea, cui Dario accenna profeticamente, sarà la seconda. Inevitabile che Serse sia colpito da Ate, che è l’accecamento di provenienza divina: una forma di furore autodistruttivo. Arriva quindi lo stesso Serse, sconquassato e vinto, che si unisce al lamento del Coro in un threnos (canto luttuoso) che fa da epilogo alla tragedia.

L’opera ha tutti i tratti del teatro arcaico: assenza di prologo, esiguo numero dei personaggi, esuberanza del Coro, che riveste la scena. La trama è semplice, ma lo stile è ardito e metaforico, e alcuni passaggi si chiariscono dopo la lettura delle altre opere eschilee, l’Orestea in primis, soprattutto per quanto riguarda il meccanismo Hybris/Ate.

L’idea di un Dio che aiuta anche nel male qui è appena accennata, ma chi conosce Eschilo (si veda mio contributo precedente) sa che Zeus è garante nell’apparente Caos di un ordine divino e provvidenziale. L’Ate serve a punire l’uomo che ha colmato la misura e quindi a riportare la giustizia (Dìke) sulla terra. La tragedia è sciolta dalle restanti tre, quindi solo più tardi il poeta ha legato le tragedia in una quadrilogia compatta, parlando del destino di un’intera famiglia, come nell’Orestea o nel Ciclo tebano.

Perché una tragedia storica? Perché le guerre persiane hanno rappresentato una svolta epocale nel pensiero e nella storia greca: per la prima volta il popolo greco dovette confrontarsi con uno più popoloso e potente; la vittoria per un verso lo inorgoglì, d’altro canto trasformò la visione assoluta della grecità in una relativa (si veda Erodoto), certo che la sconfitta aspetta chiunque e che, come dice Erodoto, le città grandi un giorno diventeranno piccole e viceversa. Di qui la meditazione greca sul destino dell’uomo, che non è mai certo se non post mortem.

Perché mi sono avventurata a trattare dei Greci? Perché loro hanno fondato il nostro pensiero, da cui ci siamo distratti e a cui dobbiamo tornare. I Greci hanno una grandissima consapevolezza del tempo rovinoso, della precarietà della condizione umana, del destino di morte che ci attende. Fatuo è l’orgoglio, perché l’uomo è mortale e per tanto soggetto a tutte le leggi di Zeus.

Questo dimostra la tragedia del religiosissimo Eschilo, ancora più pregnante ed efficace perché la guerra questa volta non è osservata, come nell’Iliade, dal punto di vista dei vincitori, ma piuttosto dei vinti, chiedendosi amaramente come vivono questi la sconfitta, certo Eschilo che un destino simile è dell’umanità tutta e che i vinti di oggi potrebbero essere i vincitori di domani e viceversa. Il tutto in un quadro scenico di sorprendente efficacia, con aspetti coreografici e scenografici stupefacenti per quei tempi, in un teatro molto diverso da quello sofocleo che fa leva sui personaggi, sui dialoghi e sulla loro psicologia.

Grandi effetti scenici  per dimostrare come il re dispotico di Oriente sia stato sconfitto dall’equilibrato e democratico sistema politico ateniese; ma attenzione! Il pericolo è sempre in agguato per tutti, e questa guerra sia di orgoglio e di monito a non superare i limiti umani.

 

Written by Giovanna Albi

 

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