Eschilo: introduzione alle opere del primo grande tragediografo greco

Eschilo: introduzione alle opere del primo grande tragediografo greco

Mar 9, 2014

Chi mi ha seguita fin qui in questo tour sulla tragedia, con l’esplicita intenzione di accostare i lettori alla più sublime manifestazione del pensiero greco, intrisa di filosofia e di pensosa riflessione sulla condizione dell’uomo, sa  che ho trattato per intero la figura di Sofocle e le sue tragedie.

Sono partita da lui perché lo considero ed è considerato il più grande tragediografo di tutti i tempi ed è anche il più noto, soprattutto con il suo Edipo re. Capirete che il lavoro è impegnativo perché si tratta di dare una forma divulgativa ad una delle espressioni più alte e complesse dell’animo umano, per cui non posso essere esaustiva, ma solo fornire un viatico a chi volesse accostarsi a questa, e una visione d’insieme agli addetti ai lavori.

Le origini della tragedia non sono chiare, perché vi sono tradizioni diverse soprattutto risalenti al filosofo Aristotile (Poetica) e allo storico Erodoto, per cui  non mi addentro nella questione, per la quale rimando, in primis, a La nascita della tragedia di Nietzsche, alludo solo al fatto che essa è certamente connessa con la figura del capro, animale sacro a Dioniso e ai culti al dio connessi. Tracce di tale culto sono sparsi in tutta la tragedia, ma c’è soprattutto il dramma satiresco che ce lo ricorda, e pare che i primi attori fossero dei Satiri, devoti al dio.

È altrettanto certo, lo dice Aristostile, che la tragedia è un’evoluzione del ditirambo, canto corale in onore sempre di Dioniso; quindi nasce come canto corale in cui si innestano gli attori. Prima di Eschilo ricordiamo i tragediografi Frinico, Pratina e Cherilo, ma è Eschilo che rivoluziona la tragedia, fondando quel processo, che, come ho altrove detto, arriva a maturazione con Sofocle.

Procediamo con ordine: Eschilo nasce ad Eleusi (demo attico) nel 525 circa e muore a Gela nel 456. circa. La sua biografia è alquanto lacunosa, ma certamente fece parte con estremo orgoglio della schiera dei Maratonomachi, di coloro che vinsero a Maratona (490) contro il nemico persiano. Ora, chi conosce un po’ di storia greca sa cosa significa far parte di questa schiera di eroi, che, pochi, vinsero, contro molti barbari. Celebrati in ogni dove, dalle epigrafi alla letteratura, agli storici, agli oratori, sono eroi nazionali. Tanto è vero che sulla sua lapide Eschilo non viene ricordato come tragediografo, ma come combattente a Maratona (e con questo ho detto tutto!). Partecipò per la prima volta ad un concorso tragico tra il 499 e il 496, ma gli arrise la vittoria solo nel 484. Si trasferì a Siracusa (470) presso la corte di Gerone; poi di nuovo da Atene, indi a Gela, dove morì. Il religiosissimo Eschilo fu iniziato ai Misteri Eleusini e contro di lui fu intentato un processo per averne rivelato inconsapevolmente i segreti ( ma per queste sono balle!).

Quello che segnò per sempre la sua vita è la vittoria a Maratona, tanto che si sostiene anedotticamente che mentre lui vinceva, Sofocle guidava il coro di un peana in onore dei Maratonomachi ed Euripide nasceva: questo rappresenta il tentativo greco di ricollegare i più grandi tragici all’evento più glorioso della storia greca. In cosa consiste la rivoluzione eschilea? Secondo Aristotele, egli porto “ a due il numero degli attori, diminuì le parti del coro e rese il dialogo primo attore”.

Svolta epocale, dunque: l’introduzione del secondo attore (deuteragonista) conferisce drammaticità all’opera riducendo la monoliticità del coro, la cui funzione viene parzialmente ridotta, e consente lo scambio tra due punti di vista; il che non è poco ai fini del dibattito filosofico che nella tragedia si esprime. Inoltre Eschilo lega i drammi in una trilogia, raccontando saghe di intere famiglie, all’interno delle quali vige il principio della Nemesi storica, altrove spiegato. L’Orestea non è solo l’ultima e la più matura delle sue opere, ma è l’unica trilogia pervenuta per intero di tutto il teatro greco; è quindi l’opera che ci consente di seguire per intero l’evoluzione del pensiero eschileo.

Del Ciclo Tebano invece ci resta sono I Sette contro Tebe che ho già recensito (a cui rinvio). Di tutte le opere parlerò, ma in  questa sede voglio solo riflettere sui temi centrali del teatro eschileo. Il primo è la constatazione di un dato di realtà: l’uomo soffre. Non è necessario riflettere, basta osservare la storia dell’umanità: ovunque guerra, morbo, morte! I lirici rispondono che all’uomo è dato soffrire in quanto mortale, preconizzando il pensiero nientemeno che sveviano, per cui la vita è la peggiore delle malattie, perché sicuramente mortale.

Dello stesso parere il pessimista obiettivo Leopardi, per cui la vità è esattamente quella descritta dall’elegiaco Mimnermo. Eschilo non si accontenta e approfondisce: l’uomo soffre perché si macchia di colpa. E quale è questa? Ovviamente la tracotanza (hybris) che porta l’uomo a valicare i confini concessi dagli dei; il che scatena l’invidia degli dei (phtònos theòn); ed è Necessità ( Anàgke) che l’uomo venga punito.

Il concetto era già presente nel mondo concettuale greco, ma la differenza sta nel fatto che in tutto questo il poeta vuole scorgere l’affermarsi di una legge superiore di Giustizia (Dìke) incarnata da Zeus, che, anche quando appare feroce, lo fa in vista di un equilibrio che sfugge al piano degli uomini. Già dalle Supplici (la prima tragedia?) il poeta si avvia verso una concezione monoteistica, che diventa sempre più solida. Quindi entra in conflitto con lo storico Erodoto, che sostiene che l’invidia degli dei si scatena solo verso chi è felice e potente, e si accosta al pensiero di Solone, per cui nessuno si sottrae alla legge di Zeus, perché questa mira a ristabilire l’equilibrio che l’uomo ha infranto con la sua tracotanza.

Anche se vige il concetto della Nemesi Storica, ciascuno resta responsabile della sua colpa, da espiare, in un eterno e insolubile conflitto tra Libertà dell’uomo e Necessità divina. Oserei dire che, anche se vi è dibattito tra uomo e dio, la tragedia di Eschilo è teocentrica, a differenza di quella antropocentrica di Sofocle.

La profonda coscienza religiosa e morale è il filo rosso del pensiero eschileo, ed essa conferisce alto pathos tragico con intensità e tensione. Questa impostazione maturerà e si approfondirà nel teatro sofocleo.

Certo l’arte di Eschilo è arcaica, ma non per questo rude, anzi è molto elegante e pervasa di figure retoriche difficili, che esprimono la fertile creatività e la potenza fantastica di un uomo, che direi “eroico” per il modo in cui ha innovato il teatro, imprimendo alla lingua e allo stile sempre nuovi splendori ( le sue immagini ricordano Pindaro), attraversando pensieri arditi, tragiche situazioni, callidae iuncturae, passione ciclopica e delicatezza soave.

 

Written by Giovanna Albi 

 

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