“Io sono Sarah Kane”: la personalità schizoide e bipolare della scrittrice in scena in multiforme ruolo a Milano

“Io sono Sarah Kane”: la personalità schizoide e bipolare della scrittrice in scena in multiforme ruolo a Milano

Mar 6, 2014

Sarah Kane viene celebrata dal Teatro Out Off di Milano (in scena sino al 2 marzo) a 15 anni dalla sua scomparsa con Io sono Sarah Kane, atto unico scritto e diretto da Paolo Scheriani. In scena, a interpretare il multiforme ruolo di Sarah, Nicoletta Mandelli e Camilla Maffezzoli.

Belle, accorate, ma certo non abbastanza sporche per poter degnamente rappresentare la giovane che metteva in scena stupri e cannibalismi. Scheriani, che della Mandelli è marito, ha deciso di ricorrere a due attrici per poter mettere in scena la personalità schizoide e bipolare della Kane (scelta ulteriormente sottolineata dallo scambiarsi i vestiti o dall’indossare le stesse scarpe delle due in scena), e anche per dare corpo a un atto di amore saffico, con bacio e bisticcio amoroso accluso.

A volte parlano in tandem, concludendosi le frasi a vicenda (“Ho vissuto giorni impossibili da sommare, che tutti assieme fanno al massimo un mese, sempre uguali… e poi ci sarà l’ultimo giorno e potrebbe essere questo qua, l’identico giorno… Alle volte avrei voluto essere Sarah Kane” , “Ma in un’altra vita… un po’ più in là, nello stesso mondo ad esempio ma con qualche guerra in meno, qua e là. Ogni giorno ogni guerra è nel cuore di tutti quanti… è tutto nel mio piccolo, delicato cuore scorticato…”) con una precisione sconvolgente; altre si alternano sul palco, una parla, l’altra, da parte, l’osserva.

Il doppio personaggio descrive ricordi in modo davvero evocativo, con immagini, colori, sapori, odori e sembra dipingere interi paesaggi. Fenomenale la parte relativa alle finestre di Liverpool e all’elencazione dei giorni (che non sono mesi, anni, ma solo cumuli di giorni).  E in più raccontano anche eventi che non sono mai accaduti alla protagonista originale, come la storia di un ballo o l’accenno ad un marito che aspetta a casa

La colonna sonora, perché di quella si tratta, non di semplice sottofondo, è invadente, continua, riconoscibile (i Velvet Underground, vari pezzi dei Depeche Mode, che lo spettatore si trova addirittura  canticchiare, uscendo dalla finzione scenica e rompendo il pathos), è accompagnata da immagini delle attrici che si truccano, dei loro piedi, dei loro corpi (fotogrammi realizzati da Luca Lisci).

I testi sono in parte originali della Kane, in parte ideati dallo sceneggiatore, e puntano a ricordarci in modo martellante (e anche fastidioso) che la Kane si è uccisa, che è morta, che è “quella che faceva il teatro e che è morta”, quella che continua a ripetere che “quel giorno” (quello del suicidio”) sarà un grande giorno.

A volte le due parlano al microfono, una scelta non del tutto compresa, finalizzata forse a sottolineare ulteriormente la finzione sul palco, ma l’effetto è anche di togliere incisività a ciò che dicono (“Io sono Sarah Kane. Lo sono sempre stata e sempre lo sarò: la scorbutica, la simpatica, quella che non ti piaceva e poi ti sono piaciuta…”).

L’uso del microfono fa, appunto, parte dei molti momenti in cui si cerca – a volte con più successo, a volte con meno – di ribaltare il punto di vista esterno. Le attrici sono Sarah Kane, ma sono anche loro stesse, attrici, appunto. Fanno oggi Sarah Kane, domani Cleopatra, e ci tengono a ricordarci che quel cui si sta assistendo è “solo” una messa in scena: “Faccio la pecora: recito nuda, belo e piango” o “Non  c’era nessuno al telefono, facevo finta!” e ancora frasi del tipo: “Che fatica fare il teatro”, sino al finale in cui Maffezzoni porta gli spettatori sul palco invitando: “Guardate coi miei occhi, vedete quello che vedo io?”

Alcune sbavature, tra cui il già citato uso del microfono, il monologo della madre della Kane (semplicemente improponibile), la recitazione impostata, altri momenti sono stati topici, come il brano finale, in cui Mandelli si rivolge al pubblico: “Vorrei stare zitta, ho bisogno di silenzio, chiudetemi la bocca, ecco, la spalanco e voi metteteci quello che volete! Ce la fate a farmi stare zitta? Non riesco a stare zitta neanche da morta”.

La mia amica Daniela si è commossa e aveva gli occhi lucidi. Ha fatto eco la Carla: “Tocca delle corde tali che è impossibile restare indifferenti”.

 

Written by Silvia Tozzi

 

 

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