“Sunset Limited”, di Cormac McCarthy in scena a Milano: lo sconforto di un aspirante suicida

Sunset Limited, dal testo di Cormac McCarthy, è stato in scena a Milano in Sala Fontana fino al 2 marzo. La storia parla di Fede e di morte. Il Bianco, chiamato Professore, ha cercato di buttarsi sotto il Sunset Limited.

Il Nero lo ha salvato e portato a casa sua. È un ex galeotto, e un fervente cristiano, è vivace e spiritoso, non vuole lasciare andare via il Bianco, teme (sa) che cercherà di morire di nuovo. Il suo essere cristiano, e forse qualcosa d’altro, glielo impediscono.

Gli chiede dei suoi amici, scopre che non ne ha, gli chiede delle cose che gli piacciono (che non gli piacciono più, e in cui in ogni caso non crede). I due parlano, assiduamente, si avvicinano, si allontanano.

Il Nero (Fausto Iheme Caroli) fa la parte del leone, parla ininterrottamente, mentre il Bianco (Fabio Sonzogni) fa un  balletto con la porta, minacciando più volte di volersene andare, ma restando, trattenuto dal Nero, ma forse anche dal suo desiderio di essere salvato. Due punti di vista antitetici e inconciliabili si confrontano.

Quello del Nero è certamente più affascinante. Le sue storie di galera e di ubriaconi, la sua zuppa alla melassa, il suo atteggiamento accogliente e burbero.

La recitazione dei due attori è per lo più convenzionale, perfetta dizione, a volte un’esposizione semplicemente enunciativa. Ma il testo ha una tale forza, intelligenza, vivacità, è talmente vero che può da solo colmare ogni problema, le difficoltà di respirazione del Nero (che nella parte urlata va in iperventilazione, e ovviamente non dovrebbe) o di memoria del Biamco (a volte un po’ titubante).

Anche la fisicità dei due attori in certi punti  è poco immediata (altre invece è sufficientemente sciolta, il che rende la messainscena altalenante). Il testo analizza non tanto lo sconforto di un aspirante suicida, quanto le ragioni della Fede e i mille modi in cui si disprezzano gli altri esseri umani.

Del tipo “non vuoi abbracciare l’altro perché lui non se lo merita”. Il tutto con un grandissimo ritmo, uno sviluppo incalzante, un vero esempio di maieutica all’opera. La messa in scenza, il soggiorno del Nero, è curata, raffinata, addirittura ospitale. I personaggi sono caratterizzati nel loro porsi: il Bianco è stremato dalla vita. Si muove poco, occupa poco lo spazio attorno, parla il minimo indispensabile, è stanco. Della vita.

Il Nero è esagitato, mobile, vitale. Non sta fermo, abbraccia tutto lo spazio, usa parole quali “zuccherino”: è instancabile, fervente, ha Gesù che gli dà la forza. Ma è il testo, coerente, compatto, a volte anche divertente, a reggere tutto, mentre i due personaggi, che mai si sarebbero incontrati se non a causa del Sunset Limited, sono davvero vicini, si conoscono e si confessano davvero.

E alla fine, il Bianco fa un’arringa, esce di scena, e abbandona il Nero nel silenzio di Dio.

 

Written by Silvia Tozzi

 

 

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