“La danza della morte”, racconto noir di Simone Turri e Daniela Mecca: un gioco di ruoli interscambiabili

“La danza della morte”, racconto noir di Simone Turri e Daniela Mecca: un gioco di ruoli interscambiabili

Mar 1, 2014

La danza della morte“. Vorrei parlarvi di un racconto di genere noir che ho avuto il piacere di ascoltare dalla viva voce degli autori, durante una presentazione che si è tenuta lo scorso primo novembre ad Assago.

Avete capito bene, c’è più di un autore, poiché Simone Turri è solito scrivere i suoi testi a 4 mani, assieme alla compagna Daniela Mecca. Questo racconto mi ha spiazzata, tanto da indurmi a chiedere informazioni a Simone, che me ne ha fatto gentilmente dono.

È uscito su “I colori per l’Estate”, una raccolta di racconti in formato cartaceo che la casa editrice Colors & Gold Entertaiment ha creato per l’estate 2013. Si tratta di quello che potremmo definire una sorta di circolo vizioso fra un predatore e la sua preda, i cui ruoli si confondono, si sovrappongono e si invertono, durante l’arco di tutta una vita.

La scena si svolge a Parigi, all’interno di un appartamento, dove una donna di mezza età giace rannicchiata in un angolo della cucina, nuda, con le mani legate dietro alla schiena e la bocca imbavagliata. Si sta risvegliando da uno strano torpore e sta cominciando a realizzare di non essere sola.

In casa c’è qualcuno. Una figura alta e muscolosa vestita di nero, con un passamontagna a coprirgli il volto, che la sta osservando e sembra deriderla. L’individuo passa da una stanza all’altra per poi tornare con due coltelli da cucina, coi quali ha pensato di infierire su di lei e finirla.

La donna abita col figlio Andrè, impiegato in una ditta farmaceutica, e si chiede dove sia lui adesso. Pur capendo di non avere scampo, la vittima teme per il figlio, ed intimamente prega che quel pazzo che la sta braccando in casa sua non infierisca anche su di lui. “Prendi me e risparmia lui” sono i pensieri della donna. Viene quindi analizzato il tema dell’amore che lega una madre al proprio figlio. È davvero così potente? Si chiedono gli autori.

Il racconto si sviluppa in tre atti, e la visione appare come fosse quella di un caleidoscopio. Ognuno vede cose diverse. Il primo e l’ultimo atto rappresentano una descrizione della scena che mette in risalto il punto di vista del carnefice; mentre il secondo, quello centrale, sviluppa la visione della vittima.

Vi è quindi il contrasto fra le riflessioni di chi vuole fare del male, e i pensieri e le paure della preda, conscia di non avere scampo. Il tutto appare come avvolto in un vortice, dai risvolti psicologici potenti. Ho amato questo racconto, perché è descritto come fosse un film. La scena si materializza davanti ai nostri occhi, senza fatica. Pochissimi sono i dialoghi: tutto scaturisce dal flusso di coscienza dei protagonisti.

Gli autori ci conducono per mano, passo a passo. Il colpo di scena è davvero forte e spiazzante, come ogni buon thriller che si rispetti, e non è il solo a fare riflettere. Penso sia stata intenzione degli autori far provare al lettore quel senso di disagio nel ritrovarsi a contatto con il male più puro; con tutta quella cattiveria e perversione che possono albergare nell’animo umano.

La domanda diventa però un’altra, e cioè quanto possano le ingiustizie subite nella vita far cambiare l’essere umano? La storia tratta temi attuali, come quello dell’omosessualità, della pazzia e di un rapporto malato coi genitori che, a volte per le troppe interferenze e desiderio di protezione, impediscono ai figli di vivere la loro vita rendendoli insicuri ed inadeguati. Mi sono chiesta chi, in fondo, qui sia la vittima e chi il carnefice.

In questo gioco di ruoli interscambiabili, così come interscambiabili sono i punti di vista che narrano la storia, nei suoi tre atti. Una madre iperprotettiva che mi ha ricordato quella del film “Psycho”, per gli effetti devastanti che il suo troppo amore ha avuto sul figlio, e dalla cui influenza quest’ultimo non riesce mai a liberarsi veramente, pur avendola uccisa. E qui la pena, inevitabile per entrambi, è proprio la morte.

Concludo con una frase, tratta dal racconto e rivolta alla donna, che secondo me rappresenta il fulcro della storia stessa: “…sente parole che non avrebbe mai pensato di udire da me o, forse perché la verità, quando ti piomba addosso cerchi di scansarla, di non riconoscerla, di soppiantarla ostinatamente, con le tue convinzioni, dimenticando che sono proprio quelle che determinano la tua fine”.

Una verità soggettiva. Qualunque essa sia.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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