“Memorie intrusive”, silloge di Ilaria Celestini: il passato viene rievocato in un flusso di coscienza

“Memorie intrusive”, silloge di Ilaria Celestini: il passato viene rievocato in un flusso di coscienza

Feb 25, 2014

Memorie intrusive“. Quando prendo un libro tra le mani, mi soffermo molto sulla copertina e sul titolo: ebbene questi due elementi mi hanno profondamente colpita nel testo di Ilaria e mi sembrano assolutamente incisivi ed adatti a rappresentare dall’esterno il contenuto della silloge, che si presenta come denuncia sociale, sacrosanta, del male che può colpire, e colpisce, più di frequente di quanto si pensi, la dignità della donna.

La donna appena evocata nell’immagine  è quasi evanescente, fantasma della sua stessa memoria, ma i fiori che la circondano aprono “una maglia nella rete che la stringe” e fanno sperare in una rinascita pur nell’inferno che l’attraversa. Lo stesso effetto si ricava dal color indaco che domina la copertina: insomma un senso di pacificazione è possibile pur nel tormento.

La silloge ruota sostanzialmente intorno alla tematica del corpo violato soprattutto durante l’infanzia, violenza che sta sempre nella memoria, incancellabile oramai, una memoria per l’appunto “intrusiva”, che è quindi nemica del soggetto coinvolto, che vede il suo ricordo come un intruso che turba il presente, rendendolo invivibile.

Credo che non vi sia titolo più azzeccato per esprimere l’intrusività della memoria sgradevole , che entra dentro di noi, a prescindere dalla nostra volontà, anzi contro di questa stessa. Come spiega il padre della psicoanalisi Sigmund Freud, è proprio la memoria infelice quella più presente nel nostro immaginario, essa diventa quel fantasma di cui impossibile è liberarsi, perché così funziona la mente: ricorda in primis lo sgradevole e a nulla valgono i meccanismi di difesa.

Essi si rivelano impotenti nel processo di rimozione; quando una violenza è stata perpetrata soprattutto nell’infanzia essa resta come ferita che non si rimargina, né si cicatrizza, ma resta sempre aperta nella memoria che riaffiora imponente proprio quando ci sembra di averla sconfitta.

La poesia di Ilaria Celestini, poetessa professionista e pluripremiata, per quanto di altissimo livello, nulla può contro la violenza subita; questa consapevolezza è implicita nella silloge che non può cambiare la realtà, eppur tuttavia profondamente utile, perché si fa dura denuncia dell’accaduto e monito a che la donna non subisca più un destino così infame. Quindi, come nelle altre operazioni culturali di Ilaria, forte e pregnante è il senso di solidarietà e di compartecipazione al dolore in un’opera impegnata e profondamente degna. Credo che la poetessa abbia subito sulla propria pelle qualcosa di grave, ma la poesia si fa denuncia universale dando voce alle donne costrette al silenzio e alla segregazione.

La silloge si snoda in tre tempi: il passato che viene rievocato in un flusso di coscienza, priva di segni di interpunzione, per esprimere il fluire del ricordo e la sua intrusività; il presente che si impregna del ricordo stesso ed è tutt’uno con esso, perché con esso fuso; il futuro in cui si matura la speranza che il passato non torni e che si possa trovare una tregua dal dolore. Pur nella nera disperazione, infatti, si apre il varco alla speranza, come nella lirica “fili di seta”, in cui ritorna l’amore con delicatezza raffinata e luci rarefatte davanti al mistero. Questo lo trovo stupendamente positivo: la capacità di commuoversi ancora e ancora amare tra fili di feta e “baluginii di sogno”in un procedimento alla Montale, non a caso citato dalla poetessa. Anche dentro il male di vivere risplende, seppur pallida, la speranza nella rinascita, che fa da faro nel buio dell’anima e della carne.

Eppure ciò che la fa da padrone è il dolore antico, di cui Ilaria ci parlerà se sapremo ascoltare senza giudicare; tale richiesta di fare silenzio, esenti da giudizio e condanna, esprime l’atteggiamento della poetessa stessa di fronte alla sua creatura poetica, in cui rappresenta il male senza parole di biasimo nei riguardi del carnefice che si commenta da sé per le nefandezze che compie. Una sospensione del giudizio (apoché) in tali casi è obbligatoria, qualsiasi giudizio censorio sarebbe retorico e orpello letterario.

Qui non si scherza, qui ci troviamo di fronte ad una poesia vera, perché veri quel corpo e quell’anima dilaniati dalla sofferenza, spinta al punto di voler morire per mano dello stesso carnefice: “e allora ti prego abbi pietà/ finiscimi nell’ultimo sussulto/della mia dignità impazzita/lasciami morire…”. Persa la dignità resta la morte come soluzione; ma, altrove, come dicevo, la vita sembra riprendere un senso accettabile: “Sono grata a te/ e all’universo/ per quest’istante/ in cui credo/all’esistenza di un senso“. Talora il dolore ha un tregua, e la vita sembra assumere una configurazione accettabile e perciò la poetessa ringrazia religiosamente l’uomo  e l’universo tutto per questa opportunità, rivelando la sua natura di nobile sopportazione del dolore, grecamente intesa. La vita è tragica, ma la nobile sopportazione le conferisce dignità e anche un punto di fuga proiettato nel futuro.

Parole forti quelle del carnefice col suo codice espressivo tipico e verissimo, crudo realismo in questa  lirica che attraversa le viscere di chi legge fino al disgusto per l’uomo violento; come in una tragedia greca il carnefice è sulla scena con tutta la sua atroce indifferenza, durezza e spietatezza, inducendo nel lettore “un’identificazione differenziata” per cui noi mai e poi mai vorremmo essere quell’orco così indegnamente uomo. Il tal senso l’opera è catartica, nel senso della tragedia greca, per cui la silloge raggiunge i suoi effetti educativo-terapeutici tenendoci lontani dal quel male da cui vogliamo allontanarci.

Una silloge che consiglio a tutti, giovani e meno giovani, per la denuncia sociale che contiene, per la forza della forma poetica, per il valore profondamente catartico che produce.

 

Written by Giovanna Albi

 

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