“Edipo Re”, tragedia di Sofocle: dalla società della vergogna omerica a quella della colpa e responsabilità

“Edipo Re”, tragedia di Sofocle: dalla società della vergogna omerica a quella della colpa e responsabilità

Feb 23, 2014

Edipo Re” è la tragedia più nota di Sofocle, nonché la più celebre di tutta l’antichità, perché essa da sola mette in luce i meccanismi oscuri della psiche umana e quelli che sono alla base della tragedia tutta.

Ignota la data di rappresentazione, si  tende a collocarla nell’acme della produzione sofoclea (430-420 ca.) nel periodo dell’Atene democratica, subito dopo la morte di Pericle del 431.

L’opera si inserisce nel cosiddetto Ciclo Tebano, cui appartiene anche l’Antigone, che narra le vicende angosciose della città di Tebe di Beozia, quella dalle famose sette porte. La sacralità del numero rimanda alle origini nobili di questa città, purtroppo macchiata di sangue per via della famiglia dei Labdacidi, cui Edipo appartiene.

Figlio di una catena di dolore, rappresenta il tragico incarnato, diviso tra volontà degli dei e umana responsabilità. Nell’arco di un giorno – come gli aveva predetto l’indovino Tiresia – si rivela a se stesso: a sua insaputa ha ucciso il padre Laio, prendendolo a sassate, ha sposato sua madre Giocasta, ha generato da lei quattro figli, che sono poi suoi fratelli: Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Disperato da questa rivelazione, reagisce accecandosi con la fibbia della sua cintura; perde il titolo di re e va in esilio a Colono (Sofocle, Edipo a Colono).

Il prologo si apre con la peste a Tebe, Edipo è impegnato a debellarla, manda Creonte, fratello di Giocasta, ad interrogare l’oracolo, il quale ammonisce che solo l’espulsione dalla città dell’uccisore di Laio porrà fine al flagello. Come in un giallo, Edipo si mette sulle tracce dell’omicida, ma tutte le prove convergono su di lui.

La tragicità della sua avventura è proprio questa: cacciatore e preda coincidono, fatto unico nella storia della letteratura antica e moderna. Il cerchio si stringe sempre più e contemporaneamente il pathos cresce, fino all’inverosimile, provocando un acuto, è dir poco, dolore in Edipo e nel popolo tutto che vede in lui il re buono, ingiustamente perseguitato dagli dei.

Egli paga per colpe non sue, in quanto esponente della famiglia di Labdaco, già macchiatasi di sangue. Per il principio della nemesi storica, la colpa dei padri ricade sui figli nel giro di tre generazioni, quindi Edipo non può sottrarsi a questa logica determinata dal volere divino. Sembrerebbe nulla di nuovo sotto il sole del pensiero greco, ed invece tutto è cambiato: la tragedia segna il passaggio dalla Civiltà della Vergogna (Omero) a quella della Colpa e Responsabilità (la tragedia).

Spieghiamo per i non addetti ai lavori: la Civiltà della Vergogna non prevede libertà e responsabilità umana, gli uomini sono fantocci nelle mani degli dei; quando un eroe greco omerico commette un errore, non paga penalmente né ha sensi di colpa, perché egli di fatto non esiste come uomo, ma è ombra degli dei. Quindi deve solo provare vergogna (àidòs), la quale si estende a tutta la famiglia e la città. Ecco perché con la morte di Ettore muore Troia, e la vergogna di quella sconfitta ricade su tutto il popolo troiano.

Diversamente l’Edipo Re e tutta la tragedia sofoclea: qui vige il principio della colpa e responsabilità, per cui l’uomo è segnato per sempre dal suo errore, pur avendolo commesso per volontà degli dei.

Qui sta il paradosso della tragedia: Edipo non sapeva di uccidere di padre, né di giacere con la madre ( gli dei lo vollero!)  eppur tuttavia è profondamente responsabile e deve duramente pagare ed essere punito. La tragedia è un conflitto e, come dice Goethe, più questo è insolubile più acquista intensità la dimensione tragica che ruota attorno a binomi oppositivi: libertà personale/ volontà degli dei, scelta/ necessità, Apollo /Dioniso, cittadino / città e cosi via.

La tragedia Edipo Re è l’incarnazione di tali binomi ed la più altamente patetica della grecità: essa ci insegna tutto sul destino dell’uomo, solo davanti al suo dolore, dolore che è la pena inflitta dagli dei per la sua responsabilità colpevole. Presente la dimensione onirica: sembra di stare dentro il peggiore incubo notturno, per poi scoprire al risveglio che è tutto vero; il sogno, come ha superbamente spiegato il grecista Guidorizzi, nel testo Il compagno dell’anima, è la via regia alla conoscenza della realtà, e l’incubo di Edipo lo pone inesorabilmente e irreversibilmente di fronte al suo IO, malato, perché tragicamente figlio di una catena disgraziata.

Ecco perché la tragedia ha tanto influenzato il pensiero moderno, specie quello del Maestro Sigmund Freud, che ha visto nel complesso di Edipo la matrice del dolore dell’uomo, che ama, contro la sua volontà, la madre fino a giacervi insieme. Preciso che Freud ha positivisticamente sistemato quel sapere che dai Greci proviene: questi avevano capito tutto sui meccanismi della mente e sulla forza del sogno e dell’inconscio.

In fondo quegli dei che agiscono al posto di Edipo non sono altro che il nostro inconscio (Es, come lo chiama Freud), quella strana cosa (Id) che domina la nostra vita emotiva, sicché si può dire che Edipo non è padrone di sé , perché, come dice Freud, abitato dall’inconscio, che gli fa uccidere il padre per giacere con la madre.

Aveva perfettamente ragione il Viennese: “L’io non è padrone nemmeno a casa sua“.

 

Written by Giovanna Albi

 

 

5 comments

  1. Articolo molto interessante, l’ho letto con piacere e aspetto altri articoli.

  2. Giovanna Albi /

    Grazie, Teresa, parlerò ancora di tragedia greca e non solo.

  3. Giovanna Albi /

    Ringrazio di cuore i miei lettori; è un piacere per una grecofila convinta come me

  4. Bernadette /

    Complimenti, un bell’articolo che esprime pienamente i concetti principali di questa tragedia!

  5. Giovanna Albi /

    Grazie, Bernadette!!!

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