“Quando dal cielo cadevano le stelle”, romanzo di Sofia Domino: un’opera narrativa per ricordare

“Quando dal cielo cadevano le stelle”, romanzo di Sofia Domino: un’opera narrativa per ricordare

Feb 13, 2014

Ho letto il libro di narrativa Quando dal cielo cadevano le stelle di Sofia Domino, scrittrice emergente toscana, classe 1987, uscito in maniera indipendente (per scelta) in versione ebook sulla piattaforma Lulu.

Sarebbe semplice etichettarlo come un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale o sull’Olocausto ma dentro questo libro ho trovato molto di più. Ho trovato quello che spesso manca nel mondo che ci circonda: l’amore per la vita. E l’ho trovato in un libro che, in quasi cinquecento pagine, ci accompagna dalla Roma del 1943 ai campi di concentramento. Sofia Domino è mia sorella. Se il suo libro non mi fosse piaciuto avrei scritto una recensione negativa, senza alcun riguardo per il legame profondo che mi lega a lei e che, proprio per questo, richiede onestà in ogni settore.

Ma “Quando dal cielo cadevano le stelle” è un romanzo che merita di essere letto.

La protagonista è Lia Urovitz, una ragazzina tredicenne, ebrea, che si nasconde con la famiglia in una soffitta della casa dei suoi protettori, nella Roma del 1943, dopo lo scoppio delle leggi razziali. Il libro comincia con Lia e i suoi cari che sono già nascosti e, per numerose pagine, viviamo segregati con loro. Attraverso gli occhi e la voce di Lia, viviamo attimi di paura, di piccole gioie, discussioni, amore e speranza. Conosciamo tutti i personaggi, perfettamente delineati, ognuno con i suoi pregi e difetti, inclusa la protagonista. Perché Lia è una ragazzina “vera”, si fa amare per la sua forza di volontà, per come si ostina a credere che la vita vincerà sulla guerra e per come, a volte, torna piccola e sente il bisogno di rifugiarsi fra le braccia dell’amata nonna. Si fa amare semplicemente perché non è invincibile, e al contempo sceglie di sperare, sognare e lottare.

Lia ha due grandi sogni: viaggiare e diventare dottoressa. Ma ne ha uno ancora più grande: vivere. Al giorno d’oggi spesso diamo per scontate le libertà e le sicurezze che abbiamo ma con l’innocenza di Lia riusciamo a ricordare tempi non troppo lontani. Un lato del carattere della protagonista che mi ha colpito molto è la sua forza, perché Lia ha solo tredici anni ma non è forte solamente per scelta. La sua famiglia esige questo da lei. Tutti devono essere forti. Lia è una persona che si trova in una fascia d’età strana, non è più piccola come suo fratello minore Chalom, che ha cinque anni, ma non viene ancora considerata alla stessa stregua degli adulti, specialmente dalla madre Giuditta, con cui Lia ha un rapporto burrascoso che solo di fronte alle crudeltà dei campi di concentramento dimostrerà lo smisurato amore fra madre e figli.

Lia cerca di essere forte ma a volte si abbandona alle lacrime, le sembra che, nonostante il suo ottimismo, la guerra non finirà mai. Suo padre dovrà partire improvvisamente, la ragazzina vivrà un grande lutto in famiglia, ma sarà l’amore a darle la forza di guardare avanti con la stessa fiducia di sempre. Lui è Hadas, un ragazzino ebreo rifugiato presso un’altra famiglia romana. Mi ha colpito molto il modo in cui si conoscono Lia e Hadas, attraverso la corrispondenza, e la maniera in cui i due ragazzi sono costretti a firmare le missive con dei nomi non – ebrei, per evitare ulteriori pericoli.

Dapprima fra i due nasce un’amicizia ma, quando Lia e la sua famiglia dovranno rifugiarsi nello stesso nascondiglio in cui vivono Hadas e i suoi cari, giorno dopo giorno, parola dopo parola, quell’amicizia si trasformerà in amore. Il primo amore, coinvolgente, sconvolgente, che si tinge di disperazione quando Lia e Hadas si trovano nel ghetto ebraico, il 16 ottobre 1943, il giorno tristemente passato alla storia per il rastrellamento degli ebrei.

Le seguenti parole, pronunciate da due ragazzini che hanno appena scoperto l’amore, fanno capire la paura, il sentirsi indifesi di fronte all’ineluttabilità della guerra, dell’orrore del nazismo, del lato peggiore della razza umana:

“Lia si ritrovò a guardare ovunque, in panico. Non riusciva ad ascoltare tutte quelle grida disperate. Non riusciva a capire le intenzioni dei tedeschi… Incontrò gli occhi di Hadas e lui la guardò con profondità:

– Non guardarmi così – lo supplicò lei.

– Così come? –

– Come se fosse l’ultima volta –.”

Quando dal cielo cadevano le stelle” è un romanzo vero, forte, crudele, come la guerra, come la vita. È un romanzo che non indora la pillola. Lia e la sua famiglia vengono deportati. Lia non sa assolutamente niente dell’orrore che l’aspetta ad Auschwitz. Sa solo che ci sono dei campi di lavoro dove la gente fatica. Attraverso la sua ingenuità, che rende più straziante la storia, viviamo giorno dopo giorno con lei e i suoi cari, viviamo le separazioni, la perdita della dignità, dell’umanità, le violenze fisiche e psicologiche, viviamo il momento in cui Lia perde i suoi amati capelli, in cui perde il nome e smette di essere una persona, diventando solo un numero.

Adesso la nostra protagonista si chiama 76903. Sentiamo il freddo sulla pelle, vediamo la gente morire, ci chiediamo che decisione prenderà Lia per cercare di arrivare viva al giorno successivo. E che cosa è successo ai suoi cari, agli uomini, deportati in un’altra zona del campo? Con le storie di altre prigioniere in sottofondo, viviamo Auschwitz nella sua crudeltà, nella sua umanità, dove atti disperati di altruismo si mescolano con gli orrori passati alla Storia.

Lia perde la sua femminilità, si ammala, Giuditta perde la voglia di vivere ma la ragazzina vi si appiglia ancora. Ci sono dei momenti molto toccanti, in cui Lia rivede Hadas e un’altra persona per lei molto importante. La morte diventa co – protagonista del libro mentre Lia perde alcune persone a lei care, perché Lia non è la protagonista di un romanzo, questo è il bello di “Quando dal cielo cadevano le stelle”, Lia è una ragazzina che rischia di tutto, esattamente come gli altri personaggi di sfondo rinchiusi nel campo di concentramento.

Mi ha colpito molto la scena in cui Lia, troppo affamata per pensare lucidamente, troppo disperata per rendersi conto del suo gesto, mangia la sbobba dei maiali. E sorride. Ci sono punizioni atroci, rese ancora più terribili perché sono prese da testimonianze dei sopravvissuti. Ci sono allucinazioni in cui torniamo, con la mente di Lia, a vedere com’era la sua vita prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, prima che essere ebrea fosse una colpa. C’é la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, c’é Lia, che deve essere forte più che mai, e che sempre più spesso è come un chicco di neve, solo e fragile fra il grigiore di Auschwitz.

Il romanzo va avanti negli anni. Ci spostiamo geograficamente. Non viviamo solamente Auschwitz ma anche altri campi di concentramento e le marce della morte. Ci troviamo, per pagine, fra la neve e la desolazione, la debolezza della protagonista che diventa la nostra, e ci ritroviamo a sperare per lei, perché sogna di vivere, perché, come ogni persona, merita di vivere.

Non posso dire niente sulla fine del romanzo per non rovinarne la lettura a chi ancora non si è tuffato nella storia, ma è un finale che ti lascia a bocca aperta, un finale che fa riflettere, che ti fa domandare com’é possibile che la razza umana possa concepire razionalmente, consapevolmente, così tanto orrore.

Il romanzo è arricchito da informazioni storiche e socio – politiche che accompagnano la lettura con delle note a piè di pagina. È stato semplicissimo quindi capire il contesto di determinate scene, anche quando i protagonisti non potevano sapere quello che stava succedendo. Le ricerche sono state svolte con tanto impegno e, nonostante “Quando dal cielo cadevano le stelle” sia un romanzo di fantasia, la maggior parte delle situazioni nei campi di concentramento sono prese dalle testimonianze dei sopravvissuti. Un romanzo scritto con amore e passione, un romanzo dedicato a un pubblico di giovani che dovrebbe essere letto da persone di tutte le età. Raccontato in terza persona, la scrittura coinvolgente, scorrevole, empatica, ci permette di ritrovarci facilmente nella testa e nell’anima di Lia e di ricordare, attraverso di lei, tutte le vittime dell’Olocausto e la bellezza di questo dono che abbiamo ricevuto al nostro primo respiro, e che spesso prendiamo per scontato o troppo alla leggera:

“Vivi, vivi, la vita è meravigliosa. È meravigliosa!”

 

Written by  Rebecca Domino

 

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