“Corpi di Gloria”, esordio narrativo di Giuliana Altamura: i figli della società dei borghesi arricchiti

“Corpi di Gloria”, esordio narrativo di Giuliana Altamura: i figli della società dei borghesi arricchiti

Feb 4, 2014

Corpi di Gloria“. La storia, nelle sue linee essenziali, è quella di un gruppo di giovani incastrati tra le onde di un’estate pugliese scorticata dal sole, che cercano una dimensione in cui riconoscersi capaci di diventare esistenze definite e precise. Un moderno romanzo di formazione che offre interessanti e spesso sconcertanti scorci della vita dei giovani d’oggi.

I corpi che circondano Gloria – i cui occhi osservano la storia – sono la materializzazione della lontananza. Distanti da se stessi, dallo spazio in cui si muovono, distanti persino dal contatto e dalla relazione con gli altri che pure esplorano nella loro fisicità.

Morbosi e fragili sono corpi che rinnegano l’intima profondità della propria unità nel tentativo di allontanarsi sempre più da se stessi schermandosi dietro l’egida della nullità modernista che tutto permette e tutto rende eroico: proprio per questo paradossalmente se ne avvicinano.

Gloria è figlia della società dei borghesi arricchiti che si accalcano nel villaggio di Riva Marina. Cerca di essere tra gli “amici” con l’illusione di conquistarsi una definizione di sé attraverso il silenzio: lascia parlare e agire gli altri mentre vive ogni accadimento nella dimensione interiore ed esprime il proprio disagio nella paura e nel rifugio del cibo: teme che il suo corpo sia capace di contenere e rappresentare solo il rifiuto e l’indifferenza.

I corpi che la circondano la condizionano e sono i veri protagonisti della vicenda: quello di Andrea, il fratello a cui è fortemente legata ma che la rifiuta sfuggendo in America, convinto che solo il “fuori”, un altro mondo lontano, sia capace di accettare la sua sensibilità; quello di Sara che segue la malattia della nonna quasi dimenticando di essere madre e lasciandosi assorbire dalla morte di chi le ha dato la vita e poi, sempre così presenti e ingombranti, i corpi della gioventù bruciata che le si striscia contro alla ricerca di un piacere mai piacevole.

Quando Nic, il leader, il “maschio”, muore assassinato, l’equilibrio si incrina fino a rompersi: il gruppo perde la dimensione collettiva e le solitudini che si poggiavano le une sulle altre si separano per andare a morire altrove. Gloria cerca in Andrea quella intimità fraterna che ora è sostituita da un legame ambiguo che li tiene uniti nella distanza, Cris cerca di trovare un sostituto a Nic che dia al suo corpo una utilità, una giustificazione, Dave aspetta in silenzio la fine dell’estate per fuggire a Bologna. Tutti vanno alla ricerca di un consenso e di un’accettazione esterna per sentirsi rassicurati e giustificati nella loro esistenza.

Andrea, inizialmente giovane uomo che ha vinto la paura di se stesso, si svela uomo irrisolto e profondamente insicuro, ancora afflitto dal pensiero dominante di una liberazione che coincide con l’”essere accettato”.

Gloria nella sua ingenuità, getterà le basi per la costruzione di un futuro autonomo consapevole e rassegnata all’idea di non potersi sempre appoggiare ad un altro corpo per esistere.

Personalità fragili che Giuliana Altamura plasma e costruisce seguendo la causalità della body art: sceglie i colori e li mischia usando le parole come gli arti di un corpo armonico e ben strutturato, costruisce frasi cariche di figure non solo immaginate ma che esistono evocate attraverso la scrittura. Si fanno materia anche gli ambienti descritti e l’approccio, spesso poetico, scandisce l’influenza che questi hanno sui personaggi: Riva Marina tenta di imitare un luogo (la California) che non può e non deve essere.

Riva Marina sono i giovani che si affannano per apparire con il sorriso spento e sbilenco di una trasgressione per godere prepotentemente senza curarsi del mondo intorno. Esattamente come la società borghese degli ultimi vent’anni.

Ma cosa fare? Com’è che si diventa uomini e donne? Si può fuggire all’estero come Andrea senza sapere più tornare credendo che solo “fuori” ci sia la vita e “dentro” non esista più nulla in cui sperare? Oppure si può fare come Gloria, restare e crescere “dentro” per guardare “fuori” non come ad un rifugio impervio, ma ad una terra fertile in cui seminare le proprie conoscenze e consapevolezze?

Sapere viaggiare da stranieri, come Andrea, oppure non prendere un treno per esplorare ma scoprendo rimanendo fermi, scoprirsi? Lasciare aperta la via del ritorno?

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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