Intervista di Michela Zanarella ad Alvaro Gradella ed al suo libro “L’aquila e la spada”

Intervista di Michela Zanarella ad Alvaro Gradella ed al suo libro “L’aquila e la spada”

Gen 11, 2014

“I tuoni galoppavano fra grevi nuvole grigie e le grida dei feriti sembravano invocare la pioggia, affinché scendesse a lavare tutto quel sangue.”  Dal primo capitolo de “L’aquila e la spada“.

Alvaro Gradella, padovano di adozione, è conduttore radiofonico, attore, autore del romanzo storico “L’aquila e la spada“. Dal ‘79 fino alla fine degli anni ‘80 vive a Roma dove conduce programmi per Radio-RAI e, come attore, lavora nel doppiaggio, in teatro e nel  cinema. Di nuovo a Padova torna ad occuparsi di programmi radiofonici.

È stato anche impegnato nell’Amministrazione Comunale della città patavina. Da sempre cultore della Roma Antica e dei Cicli Arturiani, è al suo primo romanzo. Michela Zanarella lo incontra per Oubliette Magazine.

 

M.Z.: Quale motivazione ti ha indotto a scrivere il romanzo storico “L’Aquila e la Spada”?

Alvaro Gradella: Fin da bambino sono sempre stato un ‘divoratore’ di libri, a cominciare da quella che si chiamava ‘letteratura per ragazzi’: Verne, Salgari, London. Crescendo, poi, ho letto di tutto: da Chandler a Poe, da Kafka a Pasolini, da Mailer a Berto, da King alla McCollough, eccetera, saltando letteralmente – o meglio, letterariamente! – di palo in frasca. Andando avanti, mi sono sempre più appassionato al genere storico, specie per quel che riguarda l’antica Roma, e ai cosiddetti ‘cicli arturiani’, specie nei loro interpreti più moderni come Terence. H. White (dal cui “Once and future King” Walt Disney trasse il suo “La Spada nella Roccia”), Bernard Cornwell, Marion Z. Bradley, Stephen Lawhead e Mary Stewart. A un certo punto, sia nei romanzi di Lawhead che della Stewart mi ha colpito il fatto che ricorresse – seppure in maniera poco più che accennata – uno stesso personaggio di generale romano in Britannia il cui nome era Magno Massimo. Molto incuriosito, ho voluto approfondire questa figura e ho scoperto che si trattava dell’ultimo Dux Britanniarum, realmente esistito e divenuto leggendario per i Celti di Britannia. Non solo! Egli veniva citato anche da mito-storiografi come Nennio e Goffredo di Monmouth che gli hanno accreditato una parte essenziale nella nascita dell’epopea d’Artù e della sua spada Excalibur. Magno Clemente Massimo è un personaggio praticamente sconosciuto a noi latini, dato che allora – alla fine del IV Secolo d.C. – venne a scontrarsi con l’Imperatore Teodosio I – che lo sconfisse e giustiziò – e fu bollato poi come usurpatore e fatto segno a damnatio memoriae; ma per i Britannici è una figura storica importante, argomento di studi e trattati. Ecco! Io ho voluto dar voce – come nessuno aveva fatto prima – a questo straordinario protagonista della storia di Roma e della Britannia, e finalmente narrare – intrecciando Storia scritta e Leggenda tramandata – quanto abbiano inciso la gloria e la potenza di Roma nella genesi dell’immortale leggenda di Re Artù. 

 

 

M.Z: Quali sono le caratteristiche che identificano un romanzo come storico?

Alvaro Gradella: Dal mio punto di vista, per essere definito tale un romanzo storico deve avere delle solide basi – appunto! – storiche. Insomma, le vicende narrate debbono essere congruenti con il periodo in cui si svolgono e con quanto di allora ci viene riportato da testi e corrispondenze. Poi, ovviamente, un autore ‘colorerà’ il tutto con la fantasia e l’estro che gli sono propri, immaginando e creando dialoghi, episodi, caratteri, sempre però rispettando anche l’assioma per cui ogni epoca ha usi, costumi e tipi di relazioni assolutamente peculiari che altrimenti sarebbero – appunto! –  anacronistici. Certo, qualche ‘licenza’ dell’autore in favore del plot narrativo scelto è ammissibile, ma non dovrebbe stravolgere una coerenza di fondo con gli avvenimenti cui fa riferimento. Se posso fare un esempio, per me la grande Colleen McCollough – con la sua meravigliosa ‘eptalogia’ su Roma che parte da Mario e Silla e giunge fino a Cleopatra – ha creato il romanzo storico ‘perfetto’: attenzione ai collegamenti temporali dei fatti, aderenti descrizioni di comportamenti e di rapporti fra i personaggi oltre che analisi di mentalità e ‘atmosfere’, raffigurazioni minuziose e quasi fotografiche di luoghi, mode, accadimenti…Tutto questo, però, rappresentato con una scrittura vivida e trascinante. È incredibile come una scrittrice australiana abbia saputo così ben tratteggiare una civiltà come quella della Roma tardo-repubblicana tanto lontana da lei nel tempo e – soprattutto – nello spazio!

 

M.Z.: Come nasce la tua passione per la storia romana?

Alvaro Gradella: Ho avuto la fortuna di vivere per molti anni a Roma, e l’emozione che mi provocava quella vicinanza quotidiana a vestigia millenarie così uniche e stupefacenti ha finito per indirizzare la mia passione per la storia antica – che coltivavo da tempo anche per i Greci, gli Egizi e (altro salto di palo in frasca!) gli Aztechi – sempre più verso quel popolo incredibilmente potente, astuto e ‘precursore’ che furono i Romani. Poi, ovviamente, più leggevo, più studiavo, e più aumentavano la passione e l’ammirazione per queste che sono orgoglioso siano le mie radici, così come lo sono per tutti gli Italiani. Se qualcuno, invece, s’aspettava che questa passione mi fosse derivata dagli studi alle superiori, ovviamente, s’è illuso! L’ottusità di molta parte dell’ambiente docente di allora continuava a voler far ‘pagare’ a Roma antica l’utilizzo che ne aveva fatto il regime fascista, per cui ce ne parlava con un misto di disprezzo e insofferenza che certo non giovava sia al nostro apprendimento che al nostro appassionarci.

 

M.Z.: Battaglie, rituali, sentimenti danno vita ad una trama avvincente e ad una scrittura interessante. Come è avvenuta la stesura del libro, quali archivi e biblioteche hai contemplato?

Alvaro Gradella: Nell’Appendix del mio romanzo – oltre ad una Cronistoria di Roma d.C., la Toponomastica antica e moderna dei luoghi citati e una tabella di comparazione fra alcune Unità di Misura romane e attuali – c’è buona parte dei testi consultati per dar vita alla storia che avevo in mente. Alcuni di essi (opere di Nennio, Monmouth, Graves, Monelli, Stewart, White, ecc.) facevano parte della mia biblioteca, altri (ad esempio, gli articoli dei britannici Roberts e Matthews) me li son fatti arrivare dall’Inghilterra…Come ho già detto, riguardo a Magno Clemente Massimo in italiano si trova molto poco, ma i Britannici gli hanno dedicato – oltre a ballate e leggende – pagine e pagine di studi e trattati anche in età moderna. Addirittura, l’inestimabile e ponderoso “Barrington Atlas of the Greek and Roman World” – su cui ho passato tante notti a studiare gli itinerari e la toponomastica del tardo Impero romano, poi riprodotti nel mio romanzo – è il prodotto di un’iniziativa della American Philological Association in collaborazione con l’Università di Princeton, nel New Jersey. E meno male che con la lingua inglese me la cavo! Se qualcuno avesse notizia di analogo tomo in italiano, me lo comunichi, e avrà tutta la mia riconoscenza…Ma grande parte nella mia ricerca – come, del resto, ho riconosciuto citandola fra le altre “Fonti” – ha avuto la Rete! Ovviamente, non mi sono limitato a Wikipedia, che comunque è molto meno imprecisa e fallace di una volta…Per capirci, nella navigazione in Rete è bene toccare diversi ‘porti’, confrontare varie fonti, prima di accettare un dato, una notizia o un avvenimento. Bisogna cercare, comparare, verificare più volte tramite vari siti. Non dimentichiamo che in Internet si trova Wikipedia, ma anche la Treccani! Tanto per fare un esempio, in Rete ho rintracciato da testi inappuntabili delle bellissime traduzioni di intere pagine dello storico del IV Secolo d.C. Ammiano Marcellino. Detto questo, è chiaro che, comunque, ci deve essere una ‘base’ di conoscenza che solo le letture e lo studio possono aver dato.

 

M.Z: “La Storia è scritta dai Vincitori, la Leggenda… dagli Sconfitti” era il sottotitolo della prima edizione del romanzo, ora pubblicato in ristampa con Runa Editrice. Quanto la leggenda ha spazio in questo tuo romanzo rispetto alla storia?

Alvaro Gradella: Il mio è un romanzo storico particolare: da un lato esso si sviluppa in un contesto assolutamente congruo al periodo in cui è ambientato (la fine del IV Secolo d.C.) e nel rispetto di quanto gli storici – sia di quei tempi che moderni – ci riportano riguardo alla situazione politica, militare e dinastica negli Imperi Romani d’Occidente e d’Oriente di allora; dall’altro lato, però, grande parte ha quanto la Leggenda, i carmi, le ballate dei Celti di Britannia ci hanno tramandato nei secoli. Cito fra tutti “Breuddwyd Macsen Wledig” (Il sogno del Duca Massimo), tratto dal “Mabinogion”, dove il personaggio principale del mio romanzo era l’unico non-celta protagonista di un brano di questa raccolta di antiche ballate che i bardi cantavano al suono cristallino delle arpe nelle corti britanne alto-medievali. Così, ho voluto che ne “L’Aquila e la Spada” – quasi come nel ‘tartan’ (il classico tessuto britanno) – storia e leggenda, realtà e fantasia, ciò che è terreno e ciò che è mistico – e quindi battaglie, intrighi, Deità tenebrose e rituali oscuri – si intrecciassero per mostrare, per la prima volta, a quale straordinario risultato ha portato l’incontro fra il disincantato (forse, a volte, sbrigativo) ma straordinariamente efficace pragmatismo dei Romani e il naturalismo magico e sognante dei Celti di Britannia. E’ da questo intreccio e da questo personaggio che è nata la straordinaria leggenda di Re Artù e della sua Spada, come tramandarono chiaramente antichi mito-storiografi quali il chierico bretone Nennio, con la sua “Historia Brittonum” del IX Secolo, e l’ecclesiastico gallese Goffredo di Monmouth, con la “Historia Regum Britanniae” dell’XI Secolo. Nel mio piccolo, ho voluto strappare il sudario della damnatio memoriae dal busto marmoreo del Dux Britanniarum Magnus Clemens Maximus e restituirgli un po’ di quella luce che il Mito riserva agli Eroi. È vero, alla fine egli venne sconfitto, ma il suo nome rimarrà legato per sempre alla leggenda straordinaria del Rex quondam, Rex futurusque, il Re in eterno: Re Artù. 

 

M.Z.: A quale personaggio del libro ti senti maggiormente legato?

Alvaro Gradella: A molti potrà sembrare strano, lo so, ma il personaggio al quale sono più legato è la Principessa britanna Elain. Secondo quanto ci viene riportato da antichi testi, essa fu amata da Magno Massimo e ne divenne la sposa. Non si sa molto di questa fanciulla, e forse quello fu un classico matrimonio ‘politico’ che consolidava l’alleanza fra Roma e la Britannia, ma io ho preferito immaginare e descrivere comunque una vera storia d’amore, anche perché questa era emblematica di un Magno Massimo sempre più permeato del mondo britanno. Nella prima stesura del romanzo, non avevo adeguatamente approfondito e sviluppato questa bellissima figura. Poi, rimettendo mano a quanto avevo scritto, (anche su sollecitazione materna, lo ammetto…) mi sono accorto che la principessa Elain meritava ben altro risalto! Adesso, sono convinto che questo personaggio femminile – così ampliato e valorizzato – abbia donato al mio romanzo qualcosa di prezioso che sicuramente mancava nella prima versione. Come uomo, ‘creare’ questa nobile e luminosa figura di donna è stata una sfida davvero stimolante, e avere sentito tante lettrici dichiararsene conquistate e commosse mi ha reso molto orgoglioso.

 

M.Z.: Progetti per il futuro?

Alvaro Gradella: Sicuramente c’è quello di diffondere il più possibile questa bella ristampa pubblicata con una nuova grafica da Runa Editrice. Poi – il più ambizioso – quello di completarne il seguito, al quale sto lavorando e che si intitolerà molto probabilmente “Exchalibeorta – La Spada di Macsen”. Molti di coloro che hanno letto “L’Aquila e la Spada” (che, non ha caso, non ha la parola “Fine” all’ultima pagina) mi chiedono quando questo seguito uscirà… Io spero per l’estate prossima. 

 

Written by Michela Zanarella

 

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