“Ring”, film horror di Nakata Hideo: ha fatto conoscere il genere horror giapponese in tutto il mondo

“Ring”, film horror di Nakata Hideo: ha fatto conoscere il genere horror giapponese in tutto il mondo

Dic 21, 2013

Ring” è il film che consacra Nakata Hideo sia in patria che a livello internazionale e che pone il regista giapponese nel pantheon del Japan horror.

È il film che ha fatto conoscere il genere a tutto il mondo, ma soprattutto è il film che ha creato Sadako, il fantasma della bambina con lunghi capelli neri a coprirle il volto, entrato nell’immaginario cinematografico con un’energia che ancor oggi genera omaggi, citazioni e plagi.

Cosa rende l’opera di Nakata tanto centrale?

Andiamo per gradi.

Di ritorno dall’Inghilterra, a Nakata viene proposto di fare un film tratto dallo splendido romanzo di Suzuki Koji, baciato da un grande successo in Giappone e già adattato per la televisione qualche anno prima. Da sottolineare il fatto che Suzuki ha più volte dichiarato di essersi ispirato, per questo libro, ad un film americano, ossia a Poltergeist (1982) di Tobe Hooper.

Dal genio di Nakata scaturisce un’opera in (decisa) controtendenza rispetto a quanto si andava allora facendo in Giappone  (e in parte nel resto del mondo) nel campo dell’orrore, dove i dettagli splatter sembravano un qualcosa di difficile superamento (basti pensare a saghe truculente come quelle dei Guinea Pig, che nell’Occidente per lungo tempo hanno identificato, certo con un’approssimazione molto vicina all’errore, l’horror del Sol Levante).

In Ring, invece, non vi è traccia di sangue, vengono praticamente eliminati i particolari più espliciti e sanguinolenti e anche le morti non sono mostrate direttamente, a dimostrazione che si può inquietare anche senza dosi eccessive di sangue.

Nakata, inoltre, sceglie di non utilizzare alcun commento musicale: la colonna sonora non sottolinea né esaspera i momenti di maggiore tensione, preferendo optare per un’angoscia permanente e dialettica, con picchi di grande forza.

Si rende presente, inoltre, una riflessione sul medium attraverso cui si concretizza e si propaga il male, il quale, reso fisico e tangibile nel nastro di una videocassetta (siamo alla fine degli anni ’90 e il dvd si stava imponendo sul mercato come nuovo supporto), si racconta come proveniente dal passato per due motivi.

Il primo concerne il contenuto stesso del vhs, su cui si suggeriscono gli orribili eventi accaduti nel passato, mentre il secondo compete, oltre alla scelta di un medium desueto e di difficile riproduzione come la videocassetta, l’uso del medium tecnologico come tramite per il passato e come strumento di diffusione di una maledizione connessa al passato.

Non si dimentichi, inoltre, che è sempre attraverso il medium, un altro medium, che si può venire a conoscenza della maledizione: è dalle fotografie della cugina, in cui i volti dei ragazzi sono appannati e deformati, fatte alla baita in cui le giovani vittime della maledizione hanno visionato il contenuto della videocassetta, che la protagonista, una giornalista, una donna (contrariamente al libro) e una madre, scopre una delle tracce concrete che la porteranno a Sadako. Oltre a ciò, per completare il quadro, è da sottolineare il fatto che Nakata ha messo in relazione diretta il celebre pozzo con lo schermo televisivo, assimilandolo a un tube che conduce all’inferno.

La protagonista capirà, esplicitando così un ulteriore elemento di angoscia, che solo attraverso la duplicazione della videocassetta maledetta (quindi solo rendendosi complice della maledizione e della sua espansione) che può salvarsi e sopravvivere alla condanna.

Guardare coincide con una colpa. Una colpa fatale.

Scegliere di guardare, scegliere cosa guardare non è un gesto neutrale, ma implica delle conseguenze ben precise ed ineluttabili e si affaccia, dunque, un aspetto meta-cinematografico, di cui l’inquadratura impossibile con cui si apre la videocassetta (una donna che si specchia frontalmente senza che la videocamera venga riflessa) ne sembra un’ulteriore declinazione.

In più, Sadako, con la sua maledizione, esiste solo nel momento in cui viene vista e, come scritto, chi permette la prosecuzione della visione ha salva la vita.

Una visione spaventosa si imprime, indelebile, sui volti delle vittime e si esplicita con un’espressione di puro ed insostenibile terrore.

Ring è tutto questo: un equilibrata angoscia.

Mentre i suoi fantasmi, così come l’enigmatica videocassetta, finiscono per rappresentare l’inconoscibile e il terrore per il non-conosciuto.

 

 Written by  Alberto Rossignoli

 

 

Fonte

M. Lolletti – M. Pasini, “Storie di fantasmi. Il nuovo cinema horror orientale”, Foschi Editore, Forlì 2011.

 

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