“Anticamera” di Pier Paolo Fiorini e Francesca Staasch: una pièce che coinvolge e convince

“Anticamera” di Pier Paolo Fiorini e Francesca Staasch: una pièce che coinvolge e convince

Nov 7, 2013

Anticamera” scritto da Pier Paolo Fiorini e diretto da Francesca Staasch è testo vincitore, primo classificato, al Primo Premio Nazionale di Drammaturgia Teatrale “Aldo Luppi” 2006, secondo classificato al Premio “Atto Solo” Teatro di Occasione di Bergamo.

Ha debuttato nel 2005 alla prima stagione di L.E.T. Liberi Esperimenti Teatrali al Cometa Off di Roma. In scena al Teatro Studio Uno e al Teatro Tordinona di Roma dal 22 al 31 ottobre scorso.

Due uomini seduti ad un tavolo già apparecchiato, pronto per loro. Due uomini con un menù aperto fra le mani. Friedrich (Giorgio Marchesi) e Carl (Gianantonio Martinoni) sono, ma non sono. Esistono in nuce: con un ambiguo scambio di battute cominciano a svelarsi. Quello è il tavolo del destino e loro sono lì per scegliere ed organizzare le rispettive esistenze.

In questo approccio prenatale i caratteri dei due personaggi sono ben definiti. Friedrich è un uomo accorto eppure già profondamente tormentato, sente l’immenso desiderio e la profonda necessità di nascere, ma nell’oscurità della dimensione fuori dal tempo, sospesa nello spazio, si è “documentato” ed ha scoperto che il mondo è molteplice, corrotto e deviato, perciò fa le sue scelte dimenticando il movente del suo desiderio di prendere forma.

Più che di vivere nel futuro imminente, si prepara ad una sopravvivenza. Deve ancora nascere e già fugge dalla vita. È un personaggio ambiguo: Giorgio Marchesi con una piega amara del viso, con un sorriso forzato, con uno sguardo profondo e indagatore ci rappresenta l’anima scissa di un personaggio-uomo che si è già arreso all’insostenibile vuoto che la società odierna propone sempre troppo spesso come modello di esistenza.

L’ambiente è rarefatto: la luce di Giovanna Bellini proietta ombre su brandelli di realtà recuperati fra le pagine di scartoffie e di libri dove si deposita la narrazione della vita: ingordamente Friedrich la interroga e la assorbe con una gestualità puntigliosa che riflette l’ansia della ricerca di una direzione.

Ottimo Giorgio Marchesi che affida alla intonazione, al sapiente dosaggio delle pause, al gioco di specchi e di rimandi fra il dentro e il fuori, svelato soprattutto attraverso la mimica del volto, la complessità di un personaggio disegnato a tutto tondo.

Devo ancora nascere e già mi sento in colpa” così Carl (doppio non speculare ma alternativo di Friedrich) commenta ironicamente quasi fra sé, quando il Direttore del “Ristorante” (Filippo Sandon) viene chiamato in causa: la cameriera (Linda Di Pietro) ha rivelato, svelandone i meccanismi, realtà scomode che avrebbero dovuto rimanere celate, ed ha turbato troppo i due uomini rendendoli fragili ed indecisi nelle loro scelte.

Ma la vita è così: punge, graffia, taglia come la regia decisa ed asciutta di Francesca Staasch che specialmente nel dirigere una vivace Linda Di Pietro lascia trasparire la sensibilità della regista profonda ed originale nelle soluzioni stilistiche, laddove coglie nel personaggio la proiezione della donna graziosa ed intelligente che non si limita a prendere gli ordini, ma guida le scelte dei due ed in qualche modo ne smaschera – già prima che queste si compiano – le conseguenze.

Le movenze ed il misurato, anche se talvolta irriverente, distacco ironico della donna sottolineano l’acume e la capacità tipicamente femminile della premonizione.

Friedrich e Carl credono di potere scegliere i propri destini, di poter affidare la costruzione delle proprie esistenze alle loro stesse decisioni, ma, fortunatamente o meno, le vite non si possono scrivere come si scrive un testo teatrale, la vita dell’uomo coincide soltanto con il suo essere potenzialmente e sostanzialmente.

I due vogliono essere, essi sono affamati di vita e tra le luci che si spengono e focalizzano i loro gesti, tra i rumori e le musiche di Vonneumann che riportano voci e suoni lontani, mentre l’attenzione del pubblico resta concentrata su quel tavolo, va in scena questo profondo e tormentato desiderio di diventare carne.

Quando, per pochi istanti, il Direttore rifiuterà a Friedrich, troppo polemico e cinico, la possibilità di nascere, in quel momento il vero Friedrich si svelerà: a dispetto della pessima idea che il Direttore e la cameriera hanno del suo futuro e della sua mancanza di ars vivendi, nonostante la sua inadeguatezza, egli è così profondamente desideroso di vivere e conoscere quel mondo corrotto e forse per questo affascinante che è fuori da sé, da arrivare, nella sua lamentosa insistenza, a piegarsi completamente ai due, pur di nascere.

Friedrich che potrebbe apparire un personaggio negativo, sceglie di avere una intelligenza profonda per capire tutti i giochi, le brutture, ma anche le bellezze della società in cui si appresta a nascere, perciò alla fine di questa scorrevole scrittura Pier Paolo Fiorini ci lascia uno spiraglio, un barlume di speranza.

Non si può fallire e lasciarsi corrompere se si sceglie di riflettere e capire perché pensare è essere. Pier Paolo Fiorini ci offre una pièce che coinvolge e convince, sul filo della riflessione proposta nella cifra di un sorriso ironico e talvolta divertito che la regia della Staasch rafforza con suggestioni beckettiane prima, e col teatro di parola lungo il corso della vicenda in cui si muovono a perfetto agio interpreti sensibili e raffinati.

 

Written by Irene Gianeselli 

 

 

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