“La meravigliosa vita di Jovica Jovic” di Moni Ovadia e Marco Rovelli: una conversazione tra gli scrittori ed il protagonista

“La meravigliosa vita di Jovica Jovic” di Moni Ovadia e Marco Rovelli: una conversazione tra gli scrittori ed il protagonista

Ott 15, 2013

Conoscevo Jovica Jovic in modo relativamente approssimativo.

 

Jovic è un musicista rom, fisarmonicista per l’esattezza, che suona melodie di un popolo ai più sconosciuto, con indiscutibile talento e sconfinata passione. Ignoravo però, la sua storia, il suo passato, quello delle sue origini, non sapevo come e quando fosse arrivato in Italia e con quante difficoltà ci sia rimasto.

Ignoravo gli aspetti fondamentali, quelli importanti, insomma, che consentono di collocare l’essenza di un uomo nel contesto attuale in modo naturale, perché forti del suo denso vissuto.

La meravigliosa vita di Jovica Jovic è uno di quei libri che si legge tutto d’un fiato perché vero, perché semplice, perché sincero.

Scritto a quattro mani da Moni Ovadia e Marco Rovelli, il libro è una lunga, interessante conversazione tra gli scrittori e il protagonista, Jovic appunto, sulle esperienze fondamentali che hanno segnato profondamente il modo di essere, sentire, vivere del musicista.

Jovic non dimentica da dove arriva, il passato dei suoi nonni, dei suoi genitori, quello del suo popolo rom. È fondamentale aver memoria del passato, secondo Jovic, per poterci rendere pienamente conto di dove stiamo andando, ma soprattutto per evitare di ritornare sui propri passi, se sbagliati.

Un concetto costante, questo, quando racconta di tutte le vessazioni, i tormenti e le ingiustizie che nel corso dei secoli il popolo rom ha sempre subìto. Fino ad arrivare al culmine, alla manifestazione più eclatante, diventata evidente alla storia con la persecuzione del popolo rom durante la Seconda Guerra Mondiale. Già, perché anche il popolo rom, come gli ebrei, è stato vittima di violenza, soprusi, umiliazioni e i genitori stessi di Jovic lo hanno sperimentato a caro prezzo, con la deportazione ad Auschwitz.

Jovic è un fiume in piena, anche alla presentazione del libro, a cui ho avuto modo di assistere alla Feltrinelli di Milano, incalzato dalle domande e dalle curiosità dei suoi amici, Ovadia e Rovelli.

La musica ha dato una svolta al suo vissuto. Nonostante Jovic provenga da una famiglia di musicisti, racconterà di come un episodio in particolare, avvenuto durante la sua tenerissima età, abbia risvegliato in lui questo desiderio di riscatto da una vita non sempre facile, che il destino ha riservato alla sua grande famiglia. La musica farà da collante a tutti gli episodi, belli e difficili, tragici e sconfortanti della sua vita, gli permetterà di rialzarsi, di conoscere tante persone e paesi differenti.

Nel libro emergono tanti piccoli aneddoti, curiosità, storie, che permettono di conoscere un po’ più da vicino il popolo rom, un popolo strettamente ancorato alle sue tradizioni, alla sua cultura e al suo modo di vivere, che mai nessuno nella storia, ribadisce Jovic, ha compreso realmente, a cui nessuno ha dato fiducia.

Tantissimi i temi toccati nel corso della “chiacchierata”. Tra questi, la figura emblematica della donna nella cultura rom: madre, moglie, amica, consigliera, consolatrice, lavoratrice, perno della famiglia. Ed è proprio il ruolo della famiglia, così simile e differente allo stesso tempo da quello della cultura italiana, a far sì che emergano “personalità” come quelle di Jovic, che ha avuto la possibilità di seguire la passione della musica grazie alla tenacia dei suoi genitori, ma anche alla necessità di dover rendersi utile all’interno di un contesto familiare “allargato”, in cui tutti fanno quello che possono per il bene comune. Nella cultura rom, infatti, l’egoismo non è contemplato, soprattutto se si parla di famiglia, e la visione “solitaria” nell’interpretare la corsa al successo del singolo non trova spazio.

La vita di Jovic, come ricorda anche il titolo del libro, è “meravigliosa” e ci piace sottolineare un passaggio del libro, come auspicio e augurio affinché si riesca ad andare sempre oltre l’immediato:

Se noi, invece di umiliare la nostra potenzialità a conoscere, a capire, fermandoci al primo livello di incontro con la parlata che si manifesta nella percezione del ridicolo, ci poniamo all’ascolto delle lingue smarrite e disagiate, in equilibrio precario sulle linee del confine, possiamo ricevere il privilegio di ascoltare le sonorità, le iridescenze e le armonie dell’esilio, e se espelliamo dalle orecchie della nostra anima il frastuono del rumore di fondo che ottunde i sensori del nostro ascolto, possiamo udire il flebile vibrare delle corde di simpatia dello straniero che è in noi”.

 

Written by Irma Silletti

 

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