Turchia: trovato un cervello vecchio di 4.000 anni ancora in buono stato di conservazione

Turchia: trovato un cervello vecchio di 4.000 anni ancora in buono stato di conservazione

Ott 10, 2013

Un insediamento in Turchia, risalente all’Età del Bronzo, ha svelato agli studiosi dei resti umani in ottimo stato di conservazione. La sensazionale scoperta è avvenuta nella città di Kutahya, nell’Anatolia occidentale, dove alcuni archeologi del sito dell’Unesco hanno ritrovato un cervello umano risalente a 4.000 anni fa.

Dopo tutto questo tempo, ritrovare ossa in buono stato di conservazione è già di per sé evento raro, in questo caso, ad aver resistito in maniera sorprendente all’aggressione del tempo, è addirittura un cervello umano. La scoperta risale al 2010, ma è solo a fine settembre 2013 che i ricercatori hanno pubblicato il loro studio, fornendo ulteriori dettagli al New Scientist.

Sebbene il cervello, grazie alla ricchezza di enzimi nei suoi tessuti, sia un organo che, dopo la morte, si deteriora rapidamente, non è la prima volta che un encefalo si conserva in ottimo stato anche dopo così tanto tempo.

È accaduto, per esempio, agli organi di un bambino inca sacrificato 500 anni fa. In quel caso, però, il sacrificio era avvenuto sulle Ande, ad alta quota e i tessuti sono stati preservati dal congelamento.

L’eccezionalità dell’encefalo rinvenuto in Turchia sta nel fatto che si tratterebbe del primo caso in assoluto di mummificazione spontanea, in seguito al fortuito processo di “cottura” post mortem che avrebbe mantenuto il cranio relativamente intatto.

“È una scoperta fondamentale che potrà dare una svolta alla ricerca sulle malattie neurologiche”- ha commentato Frank Ruhli, ricercatore dell’Università di Zurigo, in Svizzera – “il tessuto celebrale è piuttosto ben conservato e permetterà così di capire meglio l’evoluzione delle patologie celebrali”.

Ma che cosa è successo esattamente in Turchia? Secondo gli archeologi, un terremoto, fenomeno frequente nella regione, deve sicuramente avere seppellito centinaia di abitanti della zona, bruciando parte dei loro copri per i conseguenti incendi scatenati dal movimento tellurico. La “bollitura” eccezionale insieme alla composizione geologica del terreno, ricco di potassio, magnesio e alluminio avrebbero infine contribuito alla conservazione del fragile tessuto.

Meriç Altinoz, della University di Istanbul, ha spiegato: “Un forte terremoto deve avere abbassato il livello dello stanziamento, seppellendo i suoi abitanti. Un successivo incendio in superficie ha cominciato ad essiccare gli organi. Il calore ha portato i cervelli dei primitivi ad espellere i liquidi che hanno cominciato a bollire all’interno della scatola cranica, contribuendo all’eliminazione dell’ossigeno, principale “responsabile” del deterioramento dei tessuti”.

Rimane una domanda: a cosa può servirci un cervello dell’Età del Bronzo? A spiegarlo è lo stesso Ruhli, che sottolinea: “se vogliamo conoscere di più sulla storia di disturbi neurologici, abbiamo bisogno di avere tessuti come questo”.

Grazie a questa scoperta quindi, gli scienziati potranno ampliare le loro conoscenze e ricercare, attraverso la storia, condizioni patologiche quali tumori o emorragie, oppure segni di malattie degenerative. Molto interessante è sapere di quali malattie soffrissero gli uomini primitivi, e come queste si siano evolute nel tempo. Chissà, forse non erano poi così tanto differenti dalle nostre!

 

Written by Cristina Biolcati

 

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