Il Japan horror ed il suo retroterra culturale: connessioni con lo Shintoismo ed Animismo

Il Japan horror ed il suo retroterra culturale: connessioni con lo Shintoismo ed Animismo

Ott 9, 2013

L’attitudine nipponica verso il fantastico e il soprannaturale ha radici molto profonde e contribuisce a spiegare come l’improvvisa fiammata accesa da Ring (Ringu) nel 1998 possa essersi sviluppata fino a diventare un incendio che ancora oggi non accenna a spegnersi.

Per comprendere la fascinazione del popolo giapponese verso personaggi come Sadako, la bambina vestita di bianco con lunghi capelli neri a coprirle il volto, divenuta il simbolo dei fantasmi giapponesi dopo il successo internazionale di Ring (Ringu), è necessario fare un passo indietro.

Non è inopportuno affermare che la profonda interazione ed attrazione dei giapponesi nei confronti di spiriti e fantasmi sia da far risalire alla nascita dello Shintoismo, religione nipponica con radici nell’ultimo periodo Ramon (tra il 3000 a.C. e il 400 a.C.).

Lo Shintoismo nasce come un complesso sistema di riti, credenze e miti privo di un Dio supremo e rivolto piuttosto al culto della natura: è una pratica molto vicina all’animismo (vengono definite animiste le religioni che attribuiscono proprietà spirituali ad oggetti materiali) che prevede una stretta relazione tra uomo e natura e che ha come suo precetto base l’adorazione dei kami( “divinità” in giapponese) , entità che possono manifestarsi anche in forme materiali o antropomorfe.

Uno dei punti di contatto più evidenti tra lo Shintoismo e l’ondata di horror giapponese è da ricercarsi nel culto dei defunti: per lo Shintoismo, che nel 1868 divenne religione di stato in seguito alla Restaurazione Meiji, gli spiriti dei morti continuano a interagire con il mondo dei vivi, tornando o come spiriti benevoli o come fantasmi mossi da sentimenti di rivalsa e vendetta.

La diffusione in Giappone del Buddhismo non ha spazzato via il credo Shintoista, ma ha invece contribuito alla sua diffusione grazie ad un processo di interazione, assimilazione e rielaborazione che permette oggi alla più antica delle religioni nipponiche di continuare ad esistere in un’ossimorica convivenza tra l’ipertecnologizzazione del paese e le antiche credenze naturali, ormai impossibili da estirpare.

Tali principi religiosi hanno dato vita a una serie di leggende, feste, tradizioni e mitologie che stanno alla base della fascinazione e dell’interesse che il popolo giapponese ha da sempre riservato nei confronti della produzione fantastica, letteraria prima, cinematografica poi.

Il percorso che porta dai primordi dello Shintoismo fino ai fantasmi che popolano pellicole come Ju-on e Dark Water è lungo e complesso e parte dalla genesi delle leggende popolari per approdare alla letteratura, al teatro e trasferirsi successivamente nel mondo del cinema, dando così vita a veri e propri generi cinematografici che molti anni più tardi permetteranno a creature fantasmatiche dalle origini antichissime di traghettare nei moderni duplex giapponesi.

Come lo Shintoismo ha la straordinaria forza di perdurare in un mondo dominato da macchine e tecnologia, così il cinema giapponese dei nostri giorni ha come muse ispiratrici i miti e le leggende profondamente radicati nella storia del paese. La terra del Sol Levante non manca mai di stupire per la sua capacità di coniugare efficacemente passato e presente.

Una delle leggende popolari più ricorrenti e che maggiormente hanno ispirato tutta la produzione teatrale (ma anche pittorica) a venire è The Dish Mansion at Banchō (in giapponese Banchō Sarayashiki, conosciuta in italiano come La casa dei piatti Banchō). Nella sua versione originale narra la disavventura di Okiku, la bella serva del samurai Aoyama Tessan: innamorato non corrisposto, il padrone si vendica sulla ragazza, facendole credere di aver rotto uno dei dieci piatti del prezioso servizio di famiglia. Okiku cerca disperatamente il decimo piatto fino a che, arresa, si presenta dal padrone in lacrime: Aoyama è disposto a perdonarla solo a condizione che la ragazza gli si conceda. Dopo l’ennesimo rifiuto il samurai, adirato, la uccide e la getta in un pozzo.

Imprigionato dalla morte violenta, il fantasma di Okiku continuerà a perseguitare il samurai con un’ossessionante litania che la vede contare e ricontare febbrilmente i nove piatti del servizio che crede di aver irrimediabilmente rovinato.

In questo resoconto, non è difficile individuare gli elementi propri dello psycho-horror nipponico: ovvia è l’analogia tra il pozzo in cui viene gettata Okiku e quello dove viene ritrovato il cadavere di Sadako in Ring (Ringu). Ma soprattutto in questa leggenda è già esplicitata la credenza che funge da espediente narrativo non solo per il film di Nakata Hideo, ma anche per la serie del rancore di Shimizu Takashi. Qui, come in Ju-On, infatti, il fantasma di un individuo morto in circostanze violente rimane nei luoghi in cui è deceduto, vendicandosi di colui che gli ha tolto la vita per poi perseguitare e uccidere chiunque altro gli si pari davanti, fino alla sua liberazione dai vincoli terreni.

Come la maledizione di Okiku finisce nell’istante in cui qualcuno prosegue la conta dei piatti facendole credere di aver ritrovato il decimo piatto, allo stesso modo, centinaia di anni dopo, la maledizione della videocassetta di Ring (Ringu) può placarsi (o si crede possa farlo) solo nel momento in cui il cadavere di Sadako viene liberato dal pozzo che l’ha imprigionato per anni.

Tutte le leggende, di cui il Banchō Sarayashiki non è che un esempio, trovano terreno fertile durante il Periodo Edo (1603 – 1867), un arco di oltre duecento anni in cui vengono gettate le basi culturali, sociali e politiche che caratterizzeranno il Giappone per come lo conosciamo oggi. Conosciuto anche come Periodo Tokugawa, dal nome della famiglia che deteneva lo shogunato, il Periodo Edo corrisponde a un momento storico in cui, grazie a un lungo periodo di pace, ad una situazione economica in continua crescita e soprattutto ad un ostinato isolazionismo culturale teso a distinguere il Giappone rispetto agli altri paesi, le arti nazionali, in particolare il teatro e la letteratura, vivono un grande fermento: gli artisti nipponici, privi di influenze esterne, concentrano la propria attenzione sulla storia, le tradizioni e le leggende autoctone, arrivando a creare forme d’arte assolutamente nuove ed originali.

Soltanto in un clima simile, la fascinazione per il fantastico, che nel corso dei secoli ha allo stesso tempo atterrito e incuriosito il popolo giapponese, può consolidarsi e svilupparsi nelle più disparate forme letterarie: nascono così le prime raccolte di storie fantastiche, un genere che prende il nome di kaidan. Questo tipo di produzione , dal giapponese kai (“fantastico”, “misterioso”), e dan (“racconto”), trova uno dei suoi primissimi esempi nel racconto intitolato La lanterna con le peonie (Botan Dōrō), contenuto nella raccolta di storie fantastiche (In giapponese kaidan shūStorie di pupazzi (Otogi bōko), di Asai Ryōji.

La peculiarità di Botan Dōrō sta non solo nel fatto che non vi sia alcun intento didattico, ma è da ricercarsi soprattutto nel cambio di prospettiva a cui si assiste: nel racconto di Asai Ryōji l’identificazione del lettore va nella direzione del fantasma della ragazza, nonostante questa sia una figura più mostruosa rispetto a quella del giovane protagonista. Allo stesso modo, lo spettatore di una pellicola come Dark Water si trova a subire il fascino della bambina fantasma, motore di tutta la storia, nonostante a livello narrativo possa essere considerata l’antagonista della madre e della figlia protagoniste del film.

Prima di approdare al mondo del cinema, il kaidan compie un altro passaggio: il teatro kabuki. Trattasi di una nuova forma d’arte e intrattenimento che nasce e si sviluppa in epoca Edo, in grado di conciliare recitazione, danza e musica e di trovare immediato successo nella classe dei mercanti, un ceto che, grazie alla crescita economica del paese, acquisiva potere e importanza anno dopo anno.

Ed è proprio per il teatro kabuki che nel 1825 Nanboku Tsuruya IV scrive Ghost Story of Tōkaidō Yotsuya (in italiano Storie di fantasmi di Yotsuya, in giapponese Tōkaidō Yotsuya Kaidan), probabilmente l’opera che più influirà su tutta la produzione kaidan a venire.

In Ghost Story of Tōkaidō Yotsuya la figura dell’Oiwa viene sì resa celebre nelle arti, ma non esaurisce certo la seminale importanza di questa rappresentazione rispetto alla caratterizzazione dei protagonisti delle storie di fantasmi che seguiranno. Il vero elemento di rottura con il passato è difatti nel personaggio di Lemon, poiché proprio nella figura di questo ronin (samurai senza padrone) sono contenuti i prodromi del cinema che sarà poi denominato saiko horaa (giapponese per psycho-horror). Infatti, Nanboku Tsuruya IV identifica la paura suscitata dal fantasma con l’abisso di rimorso in cui precipita il protagonista, conferendo alla narrazione un’esponenziale potenza terrorizzante: per Lemon, l’orrore è dapprima psicologico, personale e solo in un secondo momento si esplicita attraverso la figura del fantasma della moglie uccisa.

La cantilena di Okiku, l’inquietante coppia di fidanzati protagonista di Botan Dōrō e soprattutto la moderna caratterizzazione di Lemon sono le fondamenta di un genere che prima di giungere alla ribalta cinematografica internazionale alla fine degli anni Novanta del ventesimo secolo, subirà ancora una lunga serie di evoluzioni.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

http://youtu.be/jlpeJ46TVoo

 

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