“Mood Indigo” film di Michel Gondry: uno schiaffo di velluto che ammalia

“Mood Indigo” film di Michel Gondry: uno schiaffo di velluto che ammalia

Ott 8, 2013

Una recensione su questo film, opera ultima di Michel Gondry (“The eternal sunshine of the stopless mind” con Jim Carrey e Kate Winslet), potrebbe intitolarsi “Robert Wiene ‘riarrangiato’ da Duke Ellington”.

Chi si aspetta una classica commedia romantica francese (tratta dal romanzo “La schiuma dei giorni” di Boris Vian) potrebbe restare deluso. In effetti di amore si parla, ma in maniera piuttosto anticonvenzionale. Lo sfondo di una Parigi perennemente in bilico tra modernità e classicismo c’è tutto, come sempre, ma raccontato dalla lente deformante di una costante visione onirica.

Secondo un concetto molto europeo, le architetture prendono letteralmente vita in maniera quasi zoo-morfica,  interagendo con i personaggi, anch’essi capaci di piegarsi e piegare tutto contro ogni legge fisica in base ai propri stati d’animo, al “mood” per l’appunto.

Al centro della scena c’è il giovane e benestante Colin (Romain Duris), un novello “petit prince” che si muove come Fred Astaire nella sua “casa vivente”. Da lì osserva affascinato il mondo spalleggiato dal suo fac totum Nicolas (l’ottimo Omar Sy di “Quasi amici”). Quando Colin deciderà, come Nicolas e il vecchio amico Chick (Gad Elmaleh), di innamorarsi, comincerà così il proprio viaggio per abbracciare finalmente il mondo, nel bene e nel male, e sperimentare la vita. La storia si fa così omaggio alle favole, come “Pinocchio” e, naturalmente, “Il piccolo principe”. Da favola è tutta la realtà disegnata intorno ai protagonisti, dove la musica domina ogni cosa. In particolare la musica del grande maestro jazz Duke Ellington. Chloé, infatti, il giovane e delicato amore di Colin (la straordinaria Audrey Tautou de “Il favoloso mondo di Amelie”), è anche il titolo di un classico di Ellington che fa  da “brano galeotto” fra i due.

Già, sarà una delusione per chi si aspetta la classica storia d’amore vissuta a Parigi. I sentimenti si trasformano in fiaba, ma al contempo sono raccontati nella loro reale complessità. Un amore adulto, quello che si snoda in “Mood Indigo” e che, via via sferzato dai colpi delle crescenti difficoltà quotidiane e della fragilità umana, trasforma anche l’ambiente circostante. L’unica legge fisica inviolabile di questo universo, infatti, è che tutto si piega e si deforma sotto l’influenza del “mood”, che siano canzoni o sentimenti vissuti.

Non si può certo trascurare la presenza nella vita di Colin, di un piccolo e operoso laboratorio di scrittura, all’interno del quale, come i topolini infaticabili di “Cenerentola”, tanti dattilografi battono forsennatamente a macchina tutto ciò che è di là da accadere. Certo, un promemoria perfetto per ricordarci che il film è tratto da un romanzo, ma non solo. Sta in questo escamotage registico, dal mio punto di vista, la vera natura della pellicola. Non solo la storia di un difficile amore adulto, che cresce con i suoi protagonisti, innestato nel tessuto di una fiaba onirica, ma anche un film che parla del cinema stesso.

Come non riconoscere, nelle scenografie sghembe e grottesche, nei momenti in cui tutto e tutti sono distorti quasi da sembrare liquidi, un’aperta citazione dell’espressionismo tedesco degli anni ’20, in cui gli stati d’animo erano letteralmente interpretati nelle soluzioni scenografiche? Basta pensare a “Il gabinetto del dottor Calligari” di Robert Weine, per avere presente il riferimento storico. Ecco dunque riemergere prepotentemente il concetto di “mood”. E gli stessi dattilografi, che altro posso essere, in quest’ottica, se non un’allusione al lavoro degli sceneggiatori ed all’iper- industrializzazione del loro compito nelle grandi major moderne?

Il contenuto è forte, ben mascherato, nella sua essenza dolorosa, dietro le spoglie della perpetua allucinazione. Insomma, proprio come le favole antiche, Mood Indigo” è uno schiaffo di velluto, che ammalia, diverte, commuove lasciando però dentro interrogativi ed angosce – in questo caso, su come a volte l’amore stesso non basti a salvarci dalla pressione degli eventi e dalle contingenze-.

Infine il colpo di scena, che è ancora una volta un esempio di maestria registica. Se per tutto il film abbiamo seguito il racconto sia con gli occhi di Colin che con quelli di Chloé, molti di noi si ritrovano spiazzati dall’assumere il punto di vista del topolino servizievole che viveva con la coppia. Come il solerte cagnolino di Dorothy ne “Il mago di Oz”, egli rappresenta l’istinto di sopravvivenza anche nelle intemperie, la tenacia di chi sa di essere più piccolo degli eventi e che ciò comunque non cambierà. Quel topolino coraggioso, che continuerà con ostinazione a portare per la salita il fardello della speranza che nessuno sembra più condividere.

Si viene fuori da questo “french trip” con un dubbio. E se “la modalità indaco” non fosse l’amore celebrato tra “il piccolo principe” e la sua principessa, ma la speranza del topolino?

Se, anche quando l’amore viene a mancare nella nostra vita, con un po’ di speranza gelosamente custodita dentro, riuscissimo a portare un po’ d’indaco sempre nei  nostri occhi?

 

Written by Fabio Orefice

 

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: