Intervista di Cristina Biolcati a Gabriele Babini ed al suo romanzo “Un soldato semplice”

Intervista di Cristina Biolcati a Gabriele Babini ed al suo romanzo “Un soldato semplice”

Ott 2, 2013

“Mentre stringevo più forte che potevo nella mano destra la mia valigia, riflettei che in quel posto avrebbero di certo avuto un’idea di quel che dovevamo fare. Se siamo arrivati fin qui, mi dicevo, qualcuno ci sarebbe pur venuto a prendere per portarci alla nostra destinazione. Le mie congetture, intrise di un banalissimo timore non troppo strano per un ragazzo di diciannove anni, furono interrotte da una forte pacca sulla spalla, appena di lato rispetto alla nuca, e da un fischio acuto e lancinante che sembrò sfondarmi i timpani.” (Un soldato semplice – Gabriele Babini)

Un soldato semplice” è il romanzo d’esordio di Gabriele Babini, giovane scrittore originario di Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna. L’opera è stata pubblicata nel 2012 dalla casa editrice Caldera Edizioni. Ho avuto occasione di leggere questo romanzo che parla della Seconda Guerra Mondiale, vissuta attraverso gli occhi di un ragazzo di 19 anni, un contadino della campagna romagnola, fino ad allora ignaro di quanto stesse accadendo attorno a lui, e alla sua meticolosa realtà fatta di campi e di vita in famiglia.

Come l’autore stesso scrive nella Presentazione del suo libro: “Una guerra ed i suoi protagonisti possono essere raccontati in molti modi. Un modo possibile è quello di prendere una storia, vera, semplice, e di narrarla nella sua consapevolezza. Seguendo, come in questo caso, le vicissitudini del protagonista in prima persona, attraverso i suoi occhi, le sue gesta, le sue emozioni. Ci sono eventi che cambiano la storia del mondo, e all’interno di questi eventi è possibile ritrovare storie eccezionali e straordinarie storie di normalità. Quella raccontata nelle pagine di “Un soldato semplice” è, appunto, una storia di straordinaria normalità. La vicenda umana di un ragazzo che parte soldato e torna, inevitabilmente, uomo”.

Sono stata piacevolmente colpita da questo romanzo, tanto che ho chiesto all’autore se desiderasse raccontarci un po’ di sé e della sua opera. Babini ha accettato con molta disponibilità, forse intuendo che, quando si legge un romanzo come questo, rimangono molti interrogativi e molte curiosità nell’animo del lettore. Segno che ci si trova davanti ad un buon libro.

 

C.B.: Ciao Gabriele e benvenuto su Oubliette Magazine! Ti ringraziamo per essere oggi qui con noi, e passo subito a farti una domanda, “la” domanda per eccellenza, direi! Come è nata in te l’idea di scrivere questo romanzo e soprattutto quando? Avevi già scritto qualcosa prima?

Gabriele Babini: Risponderò iniziando dalla seconda domanda dicendoti che, no, prima di “Un soldato semplice” non avevo mai scritto nulla o, meglio, nulla di strutturato. L’idea di scrivere questo libro è maturata nel tempo e si è concretizzata nel 2008 anche se la pubblicazione è arrivata solo l’anno scorso. Da sempre avevo ascoltato mio nonno raccontare storie relative alla sua esperienza vissuta durante la guerra e, ad un certo punto, è diventata sempre più forte in me la necessità di lasciar scritto da qualche parte questa storia, affinché ad ascoltarla non fossi più soltanto io.

 

C.B.: Il tuo libro si apre con la Prefazione scritta da Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento Europeo. Da alcuni anni, so che tu vivi a Bruxelles e lavori proprio al Parlamento Europeo. Vuoi parlarci di questa vostra “collaborazione”? Deve essere stata una grande soddisfazione per te, immagino?

Gabriele Babini: Devo ammettere che avere la prefazione di Gianni Pittella al libro non può che farmi piacere e riempirmi di orgoglio. Ma, e so che Gianni ne sarà contento, più che per il ruolo che ora riveste al Parlamento europeo, per il fatto che si tratta di una persona che stimo moltissimo. Il fatto che abbia voluto leggere il mio libro e collaborare con la sua introduzione è per me un attestato di grandissimo valore.

 

C.B.: In una società dove tutti “si fanno belli” e propongono ideali di perfezione, tu hai delineato invece la figura di un italiano “normale”, un soldato semplice, appunto, volutamente anonimo, forse anche un po’ pavido e sicuramente ignaro di tutto. Quanto pensi questo possa avere influito sul successo del libro? Te lo dico chiaramente, Gabriele, pensi anche tu che, in fondo, siamo tutti stanchi di supereroi e abbiamo voglia di “normalità”? Di mostrarci realmente per quello che siamo, senza dover continuamente fingere?

Gabriele Babini: Credo, onestamente, che da troppo tempo alcuni modelli culturali che ci vengono proposti abbiano generato tanta confusione e, in parte, abbiano fatto perdere punti di riferimento e valori che, a mio avviso, andrebbero recuperati. A me non piace parlare di “normalità”, perché per me la normalità è di per se stessa discriminante. Mi piace, invece, parlare di semplicità. Dove sta scritto che le cose semplici non sono belle e appaganti? Chi ha teorizzato che si debba sempre e comunque stupire? Io credo che oggigiorno, in un periodo di grande incertezza, ripartire dalle cose semplici possa essere d’aiuto a tanti. L’ingenuità non deve essere, per forza, qualcosa di negativo e la paura, a volte, è preferibile rispetto a convinzioni di facciata o a valori di cartone “usa e getta”. “Un soldato semplice”, per me, dovrebbe anche e soprattutto far riflettere su questo.

 

C.B.: L’impressione che ho avuto è che i personaggi che ruotano attorno al protagonista, siano serviti alla storia soltanto per dar modo al ragazzo di esprimere le sue idee ed emozioni di fronte agli eventi che, mano a mano, si trovava davanti. Che possano essere intercambiabili, insomma. Ma sono esistiti davvero, oppure sono frutto della tua fantasia?

Gabriele Babini: Il romanzo è basato su una storia vera. I personaggi, di fatto, sono tutti esistiti ed il protagonista li incontra durante il suo viaggio. Quello che mi stupisce ancora oggi rileggendo il libro e ripensando all’intervista che ho fatto a mio nonno, è come questi personaggi che per lui erano qualcosa di scontato, di marginale, sulla carta e nella storia invece assumano una loro dimensione chiara e precisa. In un certo senso, quando dici che sono intercambiabili sono d’accordo con te, d’altro canto, però, ognuno di loro ha un preciso e fondamentale ruolo la cui forza deriva, inevitabilmente, dall’essere davvero esistiti.

 

C.B.: La guerra è senza dubbio la protagonista assoluta della storia, che tiene in balìa dei suoi eventi il giovane ragazzo, soldato semplice. Ci gioca un po’ come il gatto col topo. Una guerra che, alla fine, perde di consistenza, di credibilità se vogliamo. Credo che il tuo lavoro più difficile sia stato questo: essere credibile nel caos più assoluto, creando anche situazioni paradossali e guardate con distacco. Quali sono stati i tuoi modelli di scrittura? Ti sei ispirato a qualche autore del passato? A qualche scritto?

Gabriele Babini: Con molta umiltà, non mi sono ispirato ad alcun modello in particolare. Ho cercato, invece, di riportare quanto più fedelmente possibile i fatti reali, facendo ovviamente attenzione a che fossero congruenti. La metafora che fai tra la guerra e il protagonista, paragonandoli al gatto col topo, mi pare decisamente calzante. E se da un lato è vero che la guerra è la protagonista di questa storia, devo però anche dire che, secondo me, questo romanzo non è in verità un racconto di guerra. Anzi. Non lo è perché la guerra fa da sfondo ad un viaggio. Alla formazione di un uomo. Non lo è perché a prevalere dopo aver sperimentato tutta la gamma delle sensazioni che un uomo può provare, è la vita e la voglia di ricominciare. Con paura ma anche con determinazione. Quasi non ci fosse altro da fare. Ma, in fondo, per come la vedo io la guerra è anche questo. Non solo una cosa orribile, ma anche l’inevitabilità di risalire dal baratro. Comunque.

 

C.B.: Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Gabriele Babini: Proseguirò con il mio “vero” lavoro al Parlamento europeo, senza, ovviamente, abbandonare la scrittura. Mi piace scrivere e mi fa stare bene e per questo lo faccio quando posso e, soprattutto, quando sento di avere qualcosa da raccontare. A parte questo, anche grazie a chi come voi ha deciso di darmi un po’ di spazio, continuerò ad impegnarmi per provare a fare uscire “Un soldato semplice” dall’ombra, nella speranza che sempre più persone vogliano leggere questa bella storia. Ci sono un paio di progetti con alcune scuole e ancora qualche presentazione programmata. Poi rimane la fantasia! È dura, ma non mi scoraggio.

 

C.B.: A chi dedichi i tuoi successi, Gabriele?

Gabriele Babini: Beh, innanzi tutto non credo che si possa parlare di successo… almeno non ancora! Dire mio nonno pare scontato ma è d’obbligo. Poi alle persone, senza nessuna eccezione, che mi hanno sempre sostenuto e che, ancora oggi, mi danno una mano. Per loro non ci sono parole, ma solo un grande grazie.

 

C.B.: Ebbene, la nostra intervista è giunta a termine. Nel salutare Gabriele Babini e nel ringraziarlo per essere stato con noi, rinnoviamo ancora i nostri complimenti e gli facciamo un grosso in bocca al lupo per la sua attività di scrittore.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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