“L’intrepido”, film di Gianni Amelio: non riesce come ritratto della realtà del precariato

“L’intrepido”, film di Gianni Amelio: non riesce come ritratto della realtà del precariato

Set 26, 2013

E parliamo un attimo di “L’intrepido” di Gianni Amelio.

 

L’Italia, riguardo al cinema, soffre di due gravi sindromi: quella del film d’autore che non si discute, se non per farlo elogiare a Vincenzo Mollica o all’Idra a due teste Fazio/Saviano (ora, sembra, in rotta); e quella, forse peggiore, del “è stata una grande prova d’attore”.

Ora, non c’è nulla di male nella prova d’attore, e, in questo caso, è chiaro che tutta la pellicola si regga sulle spalle drammaturgiche dell’eccellente Antonio Albanese.

Ma, hei, un film è un film, non è solo il “podio di celluloide” su cui un meritevole attore fa risaltare la propria performance.

Ora, non mi si venga a fare il paragone con “La grande bellezza“, perché il caso è diverso.

L’ultima fatica di Sorrentino è in tutto e per tutto un ritratto, una fotografia amara e dichiaratamente felliniana di un mondo. Mondo, nel quale il personaggio dello strepitoso Tony Servillo si muove con due occhi: quello del personaggio che ha trascorso in quella realtà artefatta una vita ed ora ne è disilluso; e quello dello spettatore, pronto a esaltarsi per le dure critiche e le frecciate sarcastiche lanciate dal protagonista, che diventa così il suo portavoce.

Insomma, lì c’è senz’altro la prova d’attore, ma anche quella d’autore: c’è una storia che, se non ha morale e non insegna, però sa dipingere perfettamente uno spaccato, anche con le sue iperboli.

Tutto quello che, in pratica, manca a “L’intrepido”: non riesce come ritratto di una realtà, quella difficile e drammatica del precariato; non giunge a un fine, ad una soluzione, e, sia nella caratterizzazione drammaturgica del protagonista, sia nel racconto del mondo in cui si muove, è esasperato in maniera assolutamente non credibile.

Alla fine, tutto ciò che resta di autoriale ne “L’intrepido”, sono le bellissime musiche jazz che ne esaltano l’aura malinconica, e lo sguardo di Albanese alla fine, così carico di serena rassegnazione e di dolore sommerso, da valere la poesia ricercata a fatica in tutto il resto del film.

Cast

Antonio Albanese, Sandra Ceccarelli, Alfonso Santagata, Livia Rossi, Gabriele Rendina

Fotografia

Luca Bigazzi

Montaggio

Simona Paggi

Musiche

Franco Piersanti

 

Written by Fabio Orefice

 

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: