“Remembering Isio”: una giornata per Isio Saba fotografo pioniere nel mondo del jazz

“Remembering Isio”: una giornata per Isio Saba fotografo pioniere nel mondo del jazz

Set 23, 2013

Ci scusiamo per il ritardo di pubblicazione, il nostro collaboratore Antonio Luiu l’ha spedito puntualissimo,  in data 7 settembre, purtroppo ogni tanto qualche email sfugge alla vista e si perde sino al suo ritrovamento. Riteniamo che sia importante diffondere questo resoconto.

L’appuntamento era per venerdì 6 settembre ad Ozieri e l’incontro s’ intitolava Remembering Isio. Verrebbe subito da dire: ma chi se lo scorda Iso? Soprattutto noi che  abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e di vederlo all’opera quando lo si incontrava assorto prima di un concerto, uno qualsiasi degli innumerevoli che organizzò nelle aree più consone del territorio isolano.

Camminava assorto a piccoli passi, nervosamente,  intorno alla consolle del fonico,  con la sua inseparabile borsa da viaggio su una spalla;  voleva accertarsi che tutto, audio e luci,  fossero al punto giusto. E qui ti accorgevi del suo perfezionismo, della spiccata sensibilità da formidabile artista visuale concentrato  verso i due elementi principali  che caratterizzano un  evento  di ampio respiro artistico: il suono e le immagini di palco. I jazzofili mi perdonino  se mi permetto di asserire che ciò che perseguiva Iso,  con le sue proposte musicali,  non erano solo dei puri e semplici concerti di jazz, erano molto di più.

Non credo di esagerare se  paragono le sue proposte alle più alte rappresentazioni d’arte contemporanea di fine Novecento. La creatività di artisti del calibro di  Lester Bowie o Famoudou Don Moyè,  insuperabili pilastri di una delle più gloriose associazioni di musicisti  statunitensi: “Art Ensemble of Chicago”,  zampillava fluente dagli splendidi e  splendenti di abiti di scena africani.  Assistere a questi spettacoli spesso significava entrare in un  happening,  unico e irripetibile, il che equivaleva a pagare un biglietto di sola andata per un viaggio verso il “qui ed ora”, per un luogo immaginifico senza tempo,  senza confini e senza barriere sociali ed etniche.

Il cognome Saba  indica però una provenienza ben precisa,  un luogo fisico, che  richiama chiaramente  la Sardegna.  Ed egli, in onore delle proprie origini  sarde,  veniva spinto da una profonda forza interiore che solo gli isolani  migliori hanno,  quindi mosso da valide motivazioni interiori Isio dedicò gran parte della propria esistenza,  ed oltre,  ad incarnare umilmente il ruolo di  eccezionale portatore di valori culturali,  globali e locali insieme.

Antichissime tradizioni popolari come quella africana e mediterranea venivano combinate fra loro,  in un unico contesto espressivo dedito alla composizione istantanea, assai caro al free jazz, artisticamente rivolto verso le due Americhe ma anche verso la vecchia Europa nelle forme espressive più avanzate. Questa fu  l’intuizione geniale e fulminante di Isio: tentare cioè di mescolare,  subito dopo i bollori del ’68,   l’avanguardia jazzistica,  con la sica etnica della ztici prentare  più vento unico, un viaggio senza ritomusica etnica della Sardegna. La cosa ovviamente non decollò subito e registrò diverse difficoltà.

Si potrebbe però dire, in sintesi,  che i frutti di quel lavoro ostinato si raccolsero molto tempo dopo, ma senza quegli inizi molti destini personali sarebbero stati  certamente diversi,  e  innanzitutto il suo. Infatti, nel giro di pochi anni,  egli passò dalla problematica condizione di migrante,  a quella di fotografo di talento e in seguito divenne quel   promotore e produttore di grandi eventi culturali che  conosciamo.  Quella del promoter  al tempo era un nuovo  tipo di professione,  che egli contribuì quasi ad inventare in Italia, modellandola  su se stesso e sulla propria cultura.

Ed è pur vero che riuscì facilmente a trasferire questo suo bagaglio di conoscenze a tanti altri giovani di allora e di belle speranze, come l’ozierese Paolo Polo, purtroppo scomparso prematuramente e il cagliaritano Massimo Palmas, inventore della celebre  rassegna “Jazz in Sardegna”.  Parallelamente nell’isola,  in seguito al fermento artistico di quel periodo,  andavano a maturare anche diverse altre professionalità, ciò anche grazie alla sapienza critica e musicale di quel grande giornalista che fu Alberto Rodriguez, e per converso si formarono in Sardegna, fra gli anni ’70 e 80’, una nutrita schiera di giovani e attenti cronisti specializzati in musica jazz ed eventi musicali, che, dalle colonne dei due più importanti quotidiani sardi, ben presto divennero firme accreditate quali: Walter Porcedda, Pasquale Porcu, Riccardo Sgualdini, Giacomo Serrali, oggi affermato giornalista televisivo e animatore delle più importanti kermesse musicali realizzate nell’isola da vent’anni a questa parte,  e poi  tanti e tanti altri.

Su un  versante prettamente artistico, Marcello Melis,  l’importante  contrabbassista cagliaritano trapiantato anch’egli a  Roma, sarebbe da considerarsi uno dei principali artefici di questa autentica “fusione a freddo” propugnata da Isio, d’altro canto è pur vero che: Antonello Salis, Riccardo Lay, Mario Paliano, cioè: i Cadmo, forse non avrebbero deciso mai deciso di varcare definitivamente  il Tirreno senza l’accogliente approdo,  non solo logistico,  offerto dal fotografo e operatore musicale ozierese. Si trattava,  insomma,  di condividere un sogno determinato dalla possibilità di poter vivere esclusivamente di musica, o meglio,  suonando la propria musica in ogni dove,  insieme ai più celebrati interpreti internazionali del momento.

Ciò accadde  negli ambienti della cosiddetta avanguardia romana, grosso modo sul finire degli anni ’60 e primi anni ’70. Però,  come se ciò non bastasse, Iso fu anche il principale artefice della seconda fase di questo apparentemente irrealizzabile progetto: l’idea era quella di portare i nomi più eccelsi del jazz americano nella terra dei  nuraghi e farli esibire,  sullo stesso palco,  con suonatori di launeddas quali, Aurelio Porcu,  Luigi Lai; insieme,  od in alternativa ai  Tenores di Bitti, cioè  i cardini più autentici della musica sarda tradizionale. Sarebbe da aggiungere che non tutti gli esperimenti riuscirono, anzi negli ambienti musicali furono in molti a storcere il naso, o meglio,  a coprirsi le orecchie di fronte ad alcuni spettacoli realizzati forse con troppa fratta, dove le due componenti musicali:  jazz d’avanguardia e musica tradizionale difficilmente si amalgamavano.

Ma certamente fu l’ inizio di un lungo processo creativo ancora in fieri, dal quale si formarono in Sardegna  i nomi più prestigiosi del jazz internazionale.

Ed ovviamente non si può che citare per primo Paolo Fresu, divenuto ormai  un’icona di fama mondiale, noto anche come organizzatore del festival più esclusivo e prestigioso,  Time in Jazz”,  a Berchidda,  e oggi anche in molte altre località del nord Sardegna. Segue a ruota,  e questo già sarebbe un grande onore, Enzo Favata,  anch’egli ormai lanciato con successo verso commistioni di repertori un tempo improponibili: jazz creativo e free , musica tradizionale sarda, musica da banda e perfino inni patriottici italiani. Infine mi sembra doveroso menzionare nella prestigiosa pletora di artisti che c’e hanno fatta,  Gavino Murgia, un solista davvero originale e capace che da oltre vent’anni è riuscito a fondere tradizione sarda,  jazz e improvvisazione.

E poi,  fra i grandi interpreti sardi,  divenuti celebri per aver abbinato tradizione sarda  e innovazione,  non si possono eludere nomi come Antonello Salis,  Riccardo Lay, Paolo Carrus, Salvatore Majore, Battista Giordano, Marino Derosas,  Paolo Angeli e l’elenco sarebbe ancora molto lungo.

Tutto però in Sardegna ebbe inizio negli  anni ’80 con la prima rassegna musicale avente forma di circuito,  un format, come orribilmente si direbbe  oggi,  e se non sbaglio s’intitolava : “I Suoni della Memoria”.  I cartelloni di questi concerti erano compositi e comprendevano i più  affermati gruppi di folk e rock progressive del momento, e ovviamente il piatto forte era il jazz d’avanguardia nordamericano. Però vi trovavano anche spazio le prime formazioni locali di folk revival: come “Suono Officina”, fra i quali Elena Ledda, Mauro Palmas, Alberto Cabiddu, ancora in piena attività artistica

Poi  spinti da questa lunga ondata innovativa, posti però più sul  versante  del folk revival  sulle orme delle formidabili  esperienze di gruppi nazionali come Area e  PFM, a Milano, Canzoniere del Lazio, a Roma,   Nuova Compagnia di Canto Popolare a Napoli;  in Sardegna,  oltre i già affermati “Suono Officina” di Cagliari,   presero rapidamente forma  “Cordas et Cannas” , a Olbia e qualche anno dopo  Alghero  rispose con i “Calic”. In quest’ultima formazione ho avuto  l’onore di collaborare per quasi vent’anni, e fu un’esperienza vibrante che ancor oggi  risuona dentro.

Perciò grazie, grazie di cuore Isio,  per avermi cambiato la vita.

 

Written by Antonio Luiu

 

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