Sushmita Banerjee, promotrice dei diritti delle donne assassinata il 4 settembre in Afghanistan

Pochi giorni fa, precisamente il 4 settembre, il corpo di Sushmita Banerjee è stato ritrovato alla periferia di Kharana, la città in cui abitava con il marito. Sembra che un gruppo di uomini armati, siano entrati in casa sua e abbiano legato il marito, Jaanbaz Khan, per poi rapire Sushmita Banerjee.

La donna è stata uccisa con oltre venti proiettili ed i capelli le erano stati strappati. Molto probabilmente si è trattato di terroristi talebani, anche se per il momento questi sembrano smentire l’accaduto.

Sushmita Banerjee, 49 anni, di origine bengalese, si era sposata nel 1988 con un ricco uomo afgano e qui si era anche convertita all’islam ed aveva perciò cambiato il suo nome in Sayed Kamala.

Ma Sushmita non era solo una moglie, era anche un medico ed una scrittrice e come è noto ai Talebani non è gradito che le donne siano troppo attive.

Per questo motivo non era piaciuto il libro pubblicato nel 1995 dal titolo “A Kabuliwala’s Bengali Wife” (“La moglie bengalese di un uomo di Kabul”) in cui si parlava delle sua fuga con il marito dai talebani.

Questo divenne un best-seller in India e nel 2003 aveva ispirato il film di Bollywood, “Escape From Taliban”.

Inoltre Sushmita lavorava come operatrice umanitaria a Paktika e filmava la vita delle donne locali come parte del suo lavoro. Da tempo ormai la scrittrice subiva intimidazioni da parte del movimento fondamentalista dei talebani in quanto in casa sua aveva stabilito un centro di distribuzione dei medicinali e i talebani non ritenevano adeguato che una donna si occupasse di commercio.

Il medico dichiarò durante un’intervista di qualche anno fa al settimanale indiano “Outlook”: ”La vita è stata tranquilla fino al 1993 – aveva raccontato in un’intervista al settimanale indiano Outlook – ma quando sono arrivati i talebani hanno ordinato la chiusura di un dispensario che gestivo in casa e mi hanno accusata di essere una donna di scarsa moralità”.

Nel 1993 infatti fu costretta a cessare la sua attività. Nel 1994 aveva tentato di fuggire ma era stata ritrovata a Islamabad, in Pakistan, dai parenti del marito e riportata in Afghanistan, dove i talebani l’avevano confinata in casa e l’avevano sottoposta a insulti e minacce. Nel 1995 riuscì  a fuggire in India, trascorrendo alcuni anni tra Kolkata e Mumbai.

Di recente si era trasferita di nuovo in Afghanistan e si era impegnata nel settore dell’assistenza sanitaria femminile.

Ma ancora una volta i talebani devono aver accolto negativamente questo suo lavoro e purtroppo stavolta sono riusciti nell’intento di eliminarla.

La lotta per l’emancipazione femminile è stata ancora una volta causa di morte ma ciò non deve far demoralizzare chi come lei porta avanti i diritti fondamentale di ogni individuo, senza distinzione di genere.

E soprattutto non bisogna dimenticare coloro che, come Sushmita Banerjee, hanno continuato imperterrite nel loro intento pur consce di rischiare la propria vita.

 

Written by Rebecca Mais

 

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