“Quattro stelle cadenti e una lucciola”, di Tamara Vittoria Mussio – recensione di Cristina Biolcati

“Quattro stelle cadenti e una lucciola”, di Tamara Vittoria Mussio – recensione di Cristina Biolcati

Set 5, 2013

Quattro stelle cadenti e una lucciola” è la silloge poetica di esordio della giovanissima poetessa di origini bergamasche, Tamara Vittoria Mussio. L’opera, in versione e-book, è uscita proprio in questi giorni, esattamente sabato 31 agosto, su lulu.com. Ciò che l’autrice propone è una breve raccolta di poesie, divise in 5 parti.

Per la precisione 23 liriche che seguono un’evoluzione di pensiero, attraverso il quale, necessariamente la poetessa doveva passare per riuscire ad affrontare un processo di crescita. L’intenzione è quella di far conoscere l’amore e la passione per la poesia e, come l’autrice confessa nei Ringraziamenti, è stata dura scegliere questi componimenti avendo avuto a disposizione più di 100 poesie, dal suo vasto repertorio.

Liriche quindi, che non sono poste seguendo un ordine cronologico, bensì un filo di pensiero che le accomuna. Le prime 4 parti vedono componimenti legati a desideri, a stelle cadenti che potrebbero essere di buon auspicio per un cambiamento, mentre l’ultima è una dedica in forma poetica ad un artista scomparso lo scorso anno, Menec, scultore di Azzano. Azzano Mella nel bresciano, un uomo singolare per natura e signore per scelta, indipendentemente dall’avere.

La Mussio dedica la sua opera al lettore che riesce a dare sfogo alle emozioni: “A tutti coloro che, leggendo queste poesie, avranno il coraggio di sentire ciò che vogliono e non ciò che gli altri vorrebbero”. Importante per l’autrice è liberare se stessi, abbandonare gli stereotipi, per riuscire a “sentire”qualcosa.

L’emozione si erge libera, nel mondo della Mussio che, citando Dante, disillude i suoi lettori: “Abbandonate ogni limite, ogni freno, ogni categoria, o voi ch’entrate e disperate di veder mio mondo”. La prefazione è opera dello scrittore Adriano Petta, e le illustrazioni di Moreno Antonini e Roberta Tinti. Ma il monito di Tamara è vano, perché nella lettura delle sue poesie si viene risucchiati dalle passioni dell’autrice, che ci rendiamo conto essere emozioni anche nostre.

Entriamo eccome nel suo mondo, trovando anche una nostra collocazione personale! Una poesia vista come espressione dell’eternità dell’anima, di una concezione di arte che chiede solo di esistere e, a poco a poco, prende vita. L’autrice esordisce affermando che, quando si comincia a scrivere, vi è sempre un autore del passato che ci suggerisce da dove iniziare.

E la sua ispirazione è nata dall’antica Grecia, dai primi autori latini. “Io come Orfeo” è la lirica di esordio. La poetessa si paragona ad Orfeo, famoso poeta e musicista: “Come Orfeo alla ricerca di Euridice / sono scesa nel buio dell’Ade / ho guardato tutte le anime che lo abitano / e finalmente ti ho trovato”.

Nella lirica di “Amare all’antica”, le parole “occhi” e “sole” rappresentano il “barlume” dell’anima, un desiderio di apertura, di beatitudine e pace dei sensi che offrirebbero tregua ad un cuore stanco. Il vuoto fa paura alla poetessa, ma è meglio del disprezzo, come si evince dalla poesia “Per dimenticarti”, dove ella confessa di comporre poesie per non “toccare il fondo”, per non avvertire la sua solitudine.

Un “sole” che riflette luce e porta novità, ma che allo stesso tempo è maledetto. “Maledetto Sole!”, si legge in “Solitudini compagne”, perché troppo a lungo si attarda, rendendo eterni gli attimi infelici. Attingendo sempre alla mitologia classica, Tamara si rivolge alla “Divina Calliope”, musa della poesia, affinché riesca a risvegliare l’uomo dal suo torpore e raggiungere così i suoi pensieri più intimi. La Mussio elabora una figura di poeta che riconosce i propri limiti, in lei si avverte un’apertura di propositi, pensieri positivi che cercano sempre orizzonti nuovi.

Per questo utilizza una poetica ricca di ossimori, e si chiede “Quando finirà quest’alterco tra anima e mente?”. Una donna, prima di tutto, che non vuole più ricordare, come dice in “Orchestra”: “Ora sono risalita / Io non voglio più ricadere”. È come se paragonasse la sua vita ad un’orchestra che lei ha ricominciato a dirigere, donando una singolare immagine di sé come solista inserita in un coro. Come un gatto che guardandosi allo specchio non si riconosce, l’autrice tocca il tema dell’apparenza, di una perfezione agognata che in realtà nasconde un’insicurezza di sé di fondo.

E pare naturale chiederci “chi siamo?”. Antico problema. Ed è legittimo che se lo chieda una donna di appena 23 anni, con una mente che si propone di non imporre freni al cuore. E quindi arriviamo alla mia poesia preferita, “Padre”. “Dammi le tue mani / Sporche di fango / Siedi qui accanto”. Tamara diventa la voce di tutti i figli del mondo, che vedono il proprio padre come una roccia, un tempio sacro, in cui perdersi e riuscire a perforare quella corazza che si cela dietro al sentimento di vergogna nel farsi vedere fragili. Desiderio di eternità che si traduce nella voglia di essere in due, di avere un compagno di viaggio con cui condividere la vita. E’ una “Passione possente” quella che travolge l’autrice, che invade i sensi e li amplifica all’infinito.

È “agognata”, poiché la poetessa si auspica arrivi a sconvolgerle la vita al fine di farla sentire viva. Sentimento che si placa soltanto fra le braccia dell’amato, nella notte vista come madre amorevole e pace ritrovata. In “Rami d’anima” interessante è la similitudine fra i rami che “celano”, impediscono di vedere, e l’anima che invece vorrebbe “guardare”. Non sempre si riesce a “vedere” chiaramente, a volte si ha l’impressione di percepire qualcosa che subito scompare e tutto diventa buio, facendoci piombare nella solitudine. Nella poesia “Ho visto vermi” cadere nello sconforto sembra inevitabile per risalire la china: “Ho visto vermi / divorare la mia anima / Nessun li fermi”.

Ma ecco che poi l’ottimismo ritorna, poiché chi saprà trovarla, pur nel buio e nell’ombra, potrà comprendere e vedere l’anima della poetessa. La silloge si conclude con la poesia “A Menec di Azzano”, dove l’opera d’arte attende di essere “liberata dalle catene”. “La tua ispirazione / è stata la mia”, confessa Tamara allo scultore, mentre riconosciamo che lei non si sia “nascosta” poi così bene come aveva immaginato, perché ci ha coinvolto ed ha toccato il nostro cuore.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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