“Cometa sull’Annapurna” di Simone Moro – recensione di Cristina Biolcati

“Cometa sull’Annapurna” di Simone Moro – recensione di Cristina Biolcati

Ago 31, 2013

“Valanghe di neve sorprendono corpi,/di vite travolte d’un fiato./ Eterne statue di ghiaccio/ rimarranno per sempre sui monti./ Il sole le riscalda ed alimenta la loro passione.”  – “Sull’Annapurna” – Cristina Biolcati

Molti lettori mi hanno chiesto com’è nata questa poesia. Ebbene, un po’ di anni fa ho letto, così per caso, un libro che ha lasciato un segno dentro di me, per l’intensità della storia narrata. Una lettura che sentirei di consigliare a tutti, indipendentemente che voi siate oppure no amanti della montagna.

In Cometa sull’Annapurna, edito nel 2003 da Corbaccio nella collana Exploits, il giovane Simone Moro racconta la spedizione compiuta nel 1997 sull’Annapurna, il decimo monte più alto della Terra facente parte della catena dell’Himalaya. Si tratta del primo 8.000 ad essere conquistato dall’uomo, ed è considerato, insieme all’ultimo tratto del K2, l’ 8.000 più pericoloso, poiché detiene il rapporto più alto tra numero di incidenti mortali ed ascensioni tentate, superiore al 40 per cento.

Simone, alpinista ed aviatore italiano, nato a Bergamo nel 1967, narra della cordata che è costata la vita ai suoi due compagni e che per poco non lo ha ucciso. Dopo un “volo” di 800 metri, egli è miracolosamente sopravvissuto. Partendo dalla sua infanzia Moro cerca di spiegare come mai la montagna sia diventata per lui un “mestiere”.

Scalare è la sua vita. Racconti di esperienze, paure e dubbi di chi ama raggiungere la vetta, si alternano nelle pagine del suo libro. Indimenticabile, la sua amicizia con Anatoli Boukreev, grande alpinista russo morto proprio sull’Annapurna. Due uomini che si incontrano per caso e si scoprono uguali, con la stessa passione, la stessa onestà d’animo e la stessa voglia di affrontare nuovi traguardi.

Due esseri umani che non possono fare altro che assecondare l’amore per la montagna d’alta quota. Un grande sentimento di fiducia si instaura immediatamente fra i due, un’amicizia durata troppo poco, solamente 14 mesi, a causa della tragedia avvenuta proprio in questa spedizione. E poi, il racconto del rocambolesco e pericoloso ritorno al campo base in una corsa per la sopravvivenza dell’unico uscito vivo dalla valanga, Simone Moro.

Montagne così inospitali, raramente restituiscono i loro morti. Essi rimangono a giacere nel ghiaccio, sepolti da metri e metri di neve, sulle cime, per sempre. Chi è morto praticando la propria passione, spesso rimane lì. I corpi non vengono ritrovati, oppure si trovano in luoghi talmente impervi, che il loro recupero non è possibile.

Ed ecco Anatoli, insieme a tanti altri, morti per il troppo amore per le scalate. E la montagna rende omaggio a questi corpi, “ospitandoli” per sempre, nel luogo che essi hanno amato di più. Negli ultimi tempi, Simone Moro è diventato pilota di elicotteri di soccorso in Nepal.

Il re degli 8.000 si è trasformato nell’angelo del Nepal che, con un elicottero privato, mette la sua esperienza e il suo personale aiuto a disposizione degli scalatori in difficoltà. Il mese scorso, esattamente nel pomeriggio di mercoledì 19 giugno, il suo elicottero si è schiantato sull’Himalaya, nella zona di Tumkot, a nord ovest del Nepal.

Fortunatamente Simone non era a bordo. Il pilota è rimasto ferito insieme ad altre 4 persone. Non ci sono notizie precise circa l’accaduto, ma pare che purtroppo un uomo di origine nepalese abbia perso la vita. Il generoso angelo del Nepal è così rimasto, momentaneamente, senza ali.

Ma possiamo scommettere che Simone, coraggiosissimo e caparbio come pochi, stia già pensando a come far fronte a questa momentanea “sconfitta”. Non smetterà di lottare, e tornerà presto a volare sulle montagne del Nepal. E noi lo aspettiamo.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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