Intervista di Roberto Lirussi a Maurizio Sbordoni ed al suo libro “Stavo soffrendo ma mi hai interrotto”

Intervista di Roberto Lirussi a Maurizio Sbordoni ed al suo libro “Stavo soffrendo ma mi hai interrotto”

Ago 17, 2013

Maurizio Sbordoni è nato a Roma nell’anno 69 del secolo scorso. Nevicava il giorno della sua nascita. Vive a Roma ed in un’altra cinquina di posti, di cui uno porto franco.

Dopo la laurea in economia e commercio, sollecitata dal padre e avallata dalla complicità penale della sorella, resosi conto di non essere portato per le questioni fiscali, i numeri, la finanza, l’insegnamento, il marketing, gli origami, la vendita di qualunque cosa e i lavori manuali, capì che avrebbe dovuto vivere con quello che gli riusciva fare meglio: nulla.

I genitori e i pochi amici che ha – beato te, che vita stupenda che hai, me li presti diecimila euro? – pur straniati dalla particolarità del suo quotidiano vivere, gli riconoscono un talento particolare nel non prendere posizione su nessuna delle decisioni che la vita gli pone innanzi. Stavo soffrendo ma mi hai interrotto è il romanzo autobiografico di un dolore irripetibile e indicibile, raccontato con un’ironia che sfiora l’umorismo.

Dietro a ogni riga, ogni parola – sussurrata o gridata – c’è il dolore vero, un retrogusto acre e malinconico. E, dietro il sorriso che l’autore prova a offrire al lettore, si trova l’animo di un figlio, di ogni figlio.

Maurizio Sbordoni è stato molto disponibile  nel rispondere a qualche nostra domanda er conoscerlo meglio e per presentarlo a voi lettori. Buona lettura!

 

R.L.: Girovagando per il web mi sono fatto un’idea del Tuo passato, anche recente. In mezzo ad un benestare, forse più fisico che spirituale, hai passato anni convivendo con il fatto di non dover preoccuparti quasi di niente. Purtroppo la vita è come una palla che gira, e da un momento all’altro può capitare di tutto a Te è capitato che la Mamma si ammalasse.

Maurizio Sbordoni:  Prima di tutto, caro Roberto, permettimi di dirti che appena ho letto le domande, collegandomi da un paesino sperduto aggrovigliato in fondo a un dirupo dove non arrivano la connessione e l’acqua corrente ma neanche le brutte notizie, ho pensato “ma che domande del cazzo” Poi, mentre la rubiconda signora Maria mi preparava una zuppa di legumi bollente che avrei voluto fotografare e mettere su face per far invidia a chi si sta squagliando a 42 gradi all’ombra, le ho rilette e devo ammettere che non sono domande del cazzo, anzi. Sono sempre prevenuto nei confronti di quello stupido gioco delle parti che costringe qualcuno a rispondere stupidamente a delle domande stupide. Venendo alla tua non domanda del cazzo, è vero, non mi sono dovuto preoccupare di alcune cose, quasi tutte raggrumate nelle questioni pratiche : non avevo il pensiero di arrivare a fine mese, o la frustrazione di un capo che non ti considera come meriti, il tutto incartato da un affetto familiare che faceva sembrare la cosa normale, come fossero tutti gli altri i venusiani che si alzano ogni mattina esclusivamente per mantenere la famiglia e pagare le bollette di casa. Ma ho avuto, e ho tuttora, pensieri diversi. Quando qualcuno mi definisce beato, gli ricordo sempre che i beati stanno in paradiso e gli propongo di scambiare la mia vita con la sua. Ma la deve vivere con la mia testa, le mie percezioni, se no, ovviamente, non vale.

 

R.L.: Non Ti chiederò “cosa hai provato” come si sente spesso stupidamente, permettimi, in qualche intervista, ma Ti chiedo se lo scrivere Ti ha fatto sentire più vicino a Lei o ha acuito ulteriormente il dolore?

Maurizio Sbordoni: Non avevo bisogno di qualcosa che mi avvicinasse a lei. Più vicino di così, si muore. Ma lo scrivere di lei e dei mesi che ci vedevano sbarellanti ma presenti ad affrontare quello che ci stava capitando, è stato un tentativo disperato di porre una distanza tra la malattia di mamma e me. In fondo, un romanzo non è la realtà, e questo è un romanzo. Ma la vita non è un libro, ed il dolore per la perdita di mamma è rimasto identico a come sarebbe stato se io durante i nove mesi della sua malattia fossi andato tutte le mattine alle poste, o a dirigere il traffico, o a dipingere le staccionate dei vicini di casa.

 

R.L.: Ti sarebbe mai passato per la testa di scrivere un libro se non fossero accaduti questi fatti?

Maurizio Sbordoni: Sì, ma ho la sensazione che questo sia venuto meglio.

 

R.L.: C’è stato qualcuno in particolare che Ti ha incoraggiato a scrivere o è tutto frutto dei tuoi desideri?

Maurizio Sbordoni: Nessuno mi ha mai spronato a fare nulla, meno che mai scrivere. Nella mia famiglia la scrittura viene percepita utile quanto pulire casa prima che arrivi la donne delle pulizie, cosa che peraltro mia sorella Stefania fa ogni giovedì.  

 

R.L.: Cosa vuoi comunicare di “profondo”, diciamo, qual è il “succo” o il “messaggio” che vuoi trasmettere?

Maurizio Sbordoni: Nulla. Se avessi voluto comunicare qualcosa avrei fatto il politico, o il pastore protestante.

 

R.L.: Come hai trovato l’ambiente “libro”?

Maurizio Sbordoni: Per adesso, il mio ambiente libro sono i lettori che incontro durante le presentazioni e devo dirti che è piuttosto emozionante, anche se alle volte mi chiedo chi può essere così annoiato da fare magari 60 chilometri per venire ad ascoltare me. Io, per lui, non lo farei.

 

R.L.: Hai intenzione di continuare la serie degli scritti, naturalmente per altri motivi o per divertimento o non hai intenzione di impegnarTi in altri progetti, che, so, sono faticosi ed impegnativi?

Maurizio Sbordoni: Non conosco altri motivi. Se muore mio padre, scriverò di lui. Ah, se la lasci la chiusa che ho letto io, sembra la fine della messa, più che la fine di un’intervista.

 

R.L.: Certamente, la lascio, non mi permetterei mai di alterare uno scritto. Bene, salutiamo Maurizio che mi è parso “Persona più spirituale che fisica” facciamo tutti insieme un augurio perché la Via della sua Vita sia “soddisfacente” e non solo “benestante”.

 

Written by Roberto Lirussi

 

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