“Il mio nome è nessuno: il giuramento”, libro di Valerio Massimo Manfredi – recensione di Maria Romagnoli Polidori

“Il mio nome è nessuno: il giuramento”, libro di Valerio Massimo Manfredi – recensione di Maria Romagnoli Polidori

Ago 17, 2013

Il mio nome è nessuno: il giuramento“. Questo il titolo dell’ultimo romanzo dello scrittore, archeologo e professore Valerio Massimo Manfredi. Il primo di due dedicato all’eroe dal multiforme ingegno, Ulisse o Odisseo, protagonista dei poemi omerici, Iliade ed Odissea, riguardanti la guerra di Troia ed il ritorno in patria di questo eroe.

Valerio Massimo Manfredi, già autore di romanzi ambientati nella Grecia e nella Roma antica, si dedica questa volta a ciò che precede la storia, intesa come fatti realmente accaduti, e cioè al mito e alla mitologia. Il romanzo, uscito nel novembre del 2012, racconta la nascita, l’infanzia, la giovinezza e la maturità di Ulisse od Odisseo, fino alla sua partecipazione alla spedizione degli Achei (non a caso usa sempre il termine Achaia per indicare la Grecia) contro i Troiani, per vendicare l’offesa a Menelao, ricevuta da Paride. La storia, la conosciamo tutti.

Avendola letta a scuola, durante le lezioni di epica. Elena, la donna più bella del mondo, sposa di Menelao, viene rapita, secondo la tradizione adatta a giustificare la guerra, ma che Valerio Massimo Manfredi sembra mettere in dubbio, dal troiano Paride, che l’aveva ricevuta come premio per aver dato alla dea Afrodite il pomo d’oro.

Motivo futile, ma che trascina tutti i re, chiamati con il termine greco proprio della lingua omerico, wanax, in una guerra per mantenere fede ad un giuramento che gli Achei avevano fatto a Tindaro, padre di Elena, di cui Ulisse o Odisseo si era fatto garante. È proprio lui a raccontare in che modo  Elena scelse il suo sposo e tutti gli altri giurarono di muovere guerra contro chiunque avesse sottratto la ragazza al marito.

Ma non si possono dimenticare altri personaggi presenti nel romanzo di Manfredi, ripresi dalla tradizione mitologica dei poemi ciclici,  di cui ci restano frammenti e che gli antichi attribuivano ad Omero. Come il nonno materno di Ulisse, Autolico, nome greco che significa  Lui stesso lupo, indicato con il termine greco arcaio pappos, che ha imposto al nipote il nome di Odisseo, cioè odiato da tutti o nessuno, e che lo invita ad una caccia al cinghiale dove l’eroe sarà ferito ad una coscia, che lascerà una cicatrice.

Cicatrice che poi, come sappiamo, sarà importante nell’Odissea per il riconoscimento da parte della nutrice fedele EuricleaCicatrice che è alla base del nome Ulisse, che significa colui che ha una cicatrice alla base della coscia. Od il padre Laerte,  indicato con il termine omerico atta, che ha partecipato all’impresa della cattura del vello d’oro con Giasone e gli Argonauti (impresa che racconterà al figlio), e che, secondo un antico rito che riconduce alla successione del regno, basandosi sulla forza e giovinezza, quello del re sacro, educherà il figlio ad essere  un re giusto e che  gli lascerà poi il trono, dopo che questi avrà sposato Penelope.

Tenero appare al lettore anche il racconto dell’incontro con questa donna e del loro matrimonio, della costruzione del loro letto coniugale, della nascita del figlio Telemaco e della partenza e del congedo da loro prima della spedizione contro Troia . Penelope che già gli antichi contrapponevano ad Elena. Adatta all’eroe fin da subito. Valerio Massimo Manfredi racconta anche l’arrivo alla reggia di Itaca del  cane Argo, dono del nonno, famoso per l’episodio del riconoscimento nell’Odissea. O i racconti ripresi anche dai poeti tragici greci, Eschilo, Sofocle ed Euripide. È accennato infatti il tema della tragedia di Eschilo dei Sette contro Tebe e di quella sofoclea di Antigone, figlia di Edipo. Od i temi relativi al mito di Eracle, che, secondo la tradizione mitologica, ma senza sua colpa, ha ucciso i propri familiari.

Ma la parte più importante è senza dubbio quella riguardante la guerra di Troia, dalla missione fallimentare compiuta da Menelao e dall’eroe stesso presso Priamo fino alla caduta e all’incendio della città stessa. In mezzo altri eroi omerici. Achille, per cui Odisseo prova ammirazione ma anche dolore, per la sua scelta di una vita breve ma  gloriosa. O Nestore, saggio e vecchio come il padre Laerte, che però non rinuncia ai combattimenti della guerra ed ai piaceri della giovinezza. Od Aiace Telamonio, che si contenderà con l’eroe il possesso delle armi di Achille, che Ulisse ingannerà fino a  portarlo alla pazzia e al suicidio. Per il quale, al termine della guerra, Ulisse, maturato dagli eventi, proverà pietà.

Importanti sono a questo proposito le riflessioni  sulla guerra e sulla gloria che Valerio Massimo Manfredi mette in bocca ad Ulisse, Odisseo.

Prima di andare in guerra non avevo mai ucciso che animali durante la caccia, ora uccidevo uomini, continuamente, al primo colpo a volte, oppure li finivo … All’inizio gli occhi soprattutto mi tormentavano, gli sguardi dei morenti mi fissavano dopo che mi ero addormentato e non mi davano tregua per tutta la notte. Poi mi abituai… A volte, nell’infuriare della mischia, nel delirio delle grida e del sangue mi venivano in mente le parole di Damaste quando mi insegnava a battermi con la spada nel corpo a corpo: “Questo è ciò che chiamano gloria”.

Od interessante appare al lettore il motivo per il quale Troia sembra non cadere mai. La città è assediata ma non viene presa perché i suoi abitanti combattono per difendere le loro case, le loro greggi, le loro famiglie, per cui servirà un inganno: quello del cavallo. Che lascerà tutti, greci e troiani, sconcertati.

Infatti: La vittoria  aveva il sapore amaro dell’infinita, cieca violenza, il pianto delle donne e dei bambini era tagliente come una lama sacrificale, acuto, incessante. Solo le Moire velate di nero danzavano sul campo di morte apparendo e sparendo nell’aura fosca. L’impresa era annegata in un mare di lacrime.

Giudizio inequivocabile di Valerio Massimo Manfredi sulla guerra cantata da Omero e su ogni guerra che si verifichi nel mondo. Non la gloria, cantata da Foscolo nei Sepolcri, ma pianto e dolore quindi. Ulisse od Odisseo, famoso per l’astuzia e per la sua ansia di conoscere il vero e di fare nuove esperienze, come Dante racconta nell’Inferno, diventa in questo romanzo l’eroe del dolore e della nostalgia, non solo per la patria lontana e la famiglia, ma per un mondo semplice, quale è rappresentato da Itaca, pieno di pace e di serenità.

 

Written by Maria Romagnoli Polidori

 

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